“Come si fa a vivere?”

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Testimonianza di Mariella Carlotti →

 

La prima cosa che quest’anno mi è stata molto chiara è che la vita ha un solo problema e l’unico problema della vita è la fede. “Quando il figlio dell’uomo tornerà, troverà la fede in me?”. Noi pensiamo che il problema della vita sia “come va la vita?”, mentre il problema della vita è “con Chi va la vita?”, cioè se la vita è in dialogo con una Presenza o no, ed io sono sufficientemente vecchia per affermare con chiarezza che questo è l’unico problema.

Racconto l’ultima volta che me ne sono accorta molto chiaramente, di qual’è il problema di cui parliamo, quando parliamo di fede. Due mesi fa ho conosciuto una persona che mi ha molto colpito. Una giovane donna e mamma che ha appena incontrato il Movimento, venendo da una storia assolutamente improbabile, perché lei è figlia di famiglia comunista, i suoi genitori sono assolutamente atei, lei è stata nell’università di Firenze, la capa della sinistra universitaria, nostra nemica giurata. È andata a convivere poi, già all’ultimo anno di università, con una personalità molto importante nella vita politica fiorentina e suo marito ha alle spalle una storia di vita identica alla sua (dico suo marito perché poi alla fine si sono sposati in chiesa). Io ho conosciuto questa donna a maggio e sono rimasta colpitissima da lei, così colpita che ne ho parlato con Carròn e lui mi ha chiesto di portarglieli a pranzo, per conoscerli. Sicché siamo andati su: il marito non è potuto venire perché lui attualmente è parlamentare e quindi aveva una riunione in parlamento e quindi siamo andati su solo io e lei. Ci mettiamo a tavola e lei inizia a raccontare a Carròn la sua storia, della sua famiglia, di come una volta andata all’università il partito abbia investito su di lei, il partito della massima sinistra universitaria; poi di come il partito voleva che lei diventasse la persona di punta del partito in toscana e di come lei abbia detto di no e di conseguenza le sia stato assegnato un impiego in regione. Tuttavia lei era insoddisfatta del lavoro, e cosi, siccome aveva una domanda sul lavoro ha conosciuto un nostro amico e si è licenziata dalla regione ed è andata a lavorare con questa persona qua e attraverso questo, lentamente ha incontrato il movimento, fino a sposarsi in chiesa e dopo qualche tempo anche a fare la cresima.

Lei quindi racconta a Carròn tutta questa storia, in un quarto d’ora ed io ero colpitissima quando lei ha messo in fila la sua vita. Carròn ascolta e alla fine di questo suo racconto le pone questa domanda: ma quando Cristo ti ha vinto?… io sono rimasta di merda. Ho pensato: è scemo?! Non ha capito quello che lei gli ha raccontato?!… e lì mi ha fatto molta impressione capire che cosa è la fede, proprio quando io non ho capito la domanda che gli ha fatto Carròn. Perché per me la fede era la somma dei fatti che lei gli aveva raccontato, mentre per Carròn no: perché 2000 anni fa alla moltiplicazione dei pani o alla resurrezione di Lazzaro, c’erano decine di persone, e non bastano i fatti perché accada la fede. Sono necessari ma non sufficienti. Al ché mentre io stavo pensando: ma che domande le fa?! Ma non ha capito i fatti che lei gli ha raccontato?! Io sono rimasta nuovamente di merda dopo che lei, che ha avuto una storia molto più breve nel movimento di me, sentiva pertinente la domanda e sapeva anche la risposta. Io lì sono rimasta colpitissima, perché mi sono detta: ecco che cosa è la fede! Non è un insieme di fatti che mi sono accaduti, ma dei fatti dentro cui io ad un certo punto ho riconosciuto che c’era Uno che mi vinceva. E finché non riconosco che c’è Uno che mi vince nei fatti che mi accadono, non c’è la fede. Tanto che lei a Carròn ha detto: ”il momento in cui Cristo mi ha vinto, è stato, dopo sposata, quando mi sono accorta di essere in cinta. E io sono come impazzita per questa cosa, perché sentivo muovere dentro di me una libertà. Io ero abituata a controllare tutto. Invece dentro la mia pancia, c’era un bambino, un essere umano, che io avrei amato come nessuno mai, che non era mio, a cui non avrei mai potuto dire MIO. E questa cosa è stata cosi dolorosa per tutta la mia gravidanza, che quando questo bambino è nato e me lo hanno messo in braccio, io l’ho dato a mio marito perché non lo volevo. Era troppo doloroso. Al ché lui era convinto che io fossi impazzita e mi ha portato da tutti gli psichiatri della toscana. Ma quando siamo tornati a casa, io un giorno mi sono inginocchiata davanti alla culla e ho capito, ho riconosciuto che cosa avevo incontrato in tutti quegli incontri fatti col movimento. Perché mi sono inginocchiata accanto alla culla e ho detto: sei Tu, Cristo, colui che io ho incontrato in tutti questi fatti, e nelle Tue mani è la mia vita e la vita di mio figlio. Per questo posso essere madre.” 

Ecco, quando lei ha raccontato questa cosa, io lì ho avuto di soprassalto di capire che cosa è la fede. Iniziate anche voi a pensarci, io ho cominciato per me. La fede non è la somma dei fatti che accadono. Sono questi fatti con dentro la risposta a questa domanda: ma per me chi sei Tu, Cristo? E per vivere, per capire come si fa a vivere, bisogna che nella propria esperienza uno abbia riconosciuto e continui ogni giorno a riconoscere, dentro le pieghe dei fatti che mi accadono, una Presenza che mi vince. Perché se non riconosco una presenza che mi vince, i fatti arricchiscono l’album dei ricordi, ma non accendono in me la fede. Perché io non posso poggiare la mia vita su cose grandiose che io ho visto, che mi sono successe, su cose incredibili che ho visto e sentito in prima persona. Io non posso poggiare la mia vita su questo, io posso poggiare la mia vita su questo se questo mi indica Uno davanti a me, che mi vince ora. Questo è per me il problema della fede. Quando uno si accorge che nella propria vita non c’è solo un insieme di fatti bellissimi, non c’è appena una compagnia entusiasmante, non ci sono appena delle parole intelligenti.

Nella mia vita ci sono tutti questi fatti tutte queste persone, tutte queste parole che indicano Uno. E il problema della mia vita è accorgermi di questo Uno, non come una cosa che so ma come una cosa che c’è. Perché la vita è sola di fronte ad una cosa che sai, invece diventa una grande compagnia quando la vita è davanti, in ogni cosa, ad Uno che c’è. Ma quando uno si accorge che tutti i fatti della vita, tutte le cose che ci circondano indicano Uno, che è presente ora, più di quanto lo possiate essere voi qui a me, quando uno si accorge di questo è allora che può dire: ma chi mi separerà dall’amore di Cristo? forse la angoscia, il dolore, la spada e la morte. Ma io in tutte queste cose sono più che vincitore, in virtù di Colui che mi fa. Questo è l’inno di vittoria con cui uno può vivere, perché uno non può vivere se non ha un inno di vittoria, e l’inno di vittoria è una Presenza, non una sapienza.

Ma esistenzialmente, che cosa significa per me vivere la fede?L’angelo del Signore portò l’annuncio a Maria”. Il problema della fede è il problema del rapporto non con una Presenza, ma con l’iniziativa che questa Presenza prende ogni giorno con me. Perché ogni giorno questa presenza bussa alla porta della mia vita, e il mio problema non è pensare a Cristo, ma accorgermi di quando arriva.

Che cosa significa per me che Cristo è una presenza? Me ne accorgo da 2 cose che Cristo è una presenza: me ne accorgo dal fatto che rende strada quello che c’è e quello che sono. Mentre se Cristo non è una presenza, quello che c’è mi ferisce, quello che sono mi deprime. È impressionante perché Cristo prende iniziativa con me con le cose che mi da ogni giorno, che sono diversissime da quelle che io vorrei. Ma se io non sento come presenti queste cose, se io non m’inoltro in una giornata accorgendomi che quello che succede è l’iniziativa che il Mistero prende con me, per me Cristo non è una presenza. E cosi io ho solo due sponde dentro cui far scorrere il fiume della mia vita: quello che c’è e quello che sono, quello che accade fuori di me e quello che accade in me.

Questo è l’annuncio che ogni giorno l’angelo mi porta. Per me ci sono stati due momenti clamorosi in cui io ho capito queste due cose. Il primo momento fu questo: io ho incontrato il movimento a 18 anni, alla fine del liceo, ho fatto l’università e sono entrata nel Gruppo Adulto appena laureata, a 24 anni. I primi tre anni del gruppo adulto sono stati tre anni bellissimi, così belli che io pensavo di morire. Ero troppo felice. Tre anni in cui ho capito tutto quello che nei successivi trenta ho dimenticato. In quei tre anni lì io ero cosi felice, che Cristo mi toglieva il fiato e mi rendevo conto che non potevo andare avanti così, che era troppo per me! Perciò ho fatto tre anni meravigliosi e nel corso di questi tre anni mi capitava spesso di parlare con don Giussani e per due volte in questi tre anni lui mi disse una cosa, mi disse: “guarda avrai una prova. Io credo che tu avrai una prova, perché è impossibile che tu abbia una chiarezza così. Tu hai una chiarezza strana, perciò io credo che Dio ti manderà una prova, non perché è cattivo. Ma perché le cose ci si attaccano addosso solo come dolore. Quindi ti farà passare attraverso una prova.

Così io mi misi in testa che avrei avuto un tumore, anche se veramente lui di tumore non aveva parlato. Aveva detto una prova. Fatto sta che la prova arrivò dalla porta in cui io non mi sarei mai immaginata che arrivasse, dalla porta più improbabile. Poiché dopo tre anni bellissimi e felicissimi, io dai 27 ai 30 non ho più capito nulla. Sono piombata in un’aridità, per cui mi sentivo come instupidita, non capivo più niente. Ed ero arida come un coccio. In quei tre anni io ero convinta di avere dei problemi al cervello, cioè che era un problema psichico il mio, che era una crisi depressiva e don Giussani mi diceva: no, questa è la prova che ti ho detto! Io stavo malissimo e in quei tre anni me la sono cavata sostanzialmente per tre cose: mi piaceva molto il lavoro che facevo, insegnare e a scuola ero un’altra. Mi piaceva molto il movimento e mai come in quegli anni mi venivano dietro tutti, e questo era il modo in cui la misericordia di Dio sosteneva la mia tristezza, e la terza cosa era che in quei tre anni sono andata tutte le settimane a parlare con Carlone (uno dei responsabili del Gruppo Adulto) e ogni quindici giorni con don Giussani. Finché un giorno, dopo due anni che stavo così male, arrivai da don Giussani e iniziai subito a piangere, e lui mi disse: “sai, c’ho pensato su. Ho capito che cos’hai: ti è esploso il tuo temperamento. Tu hai un temperamento triste fino all’angoscia che ti è esploso. Questo è il temperamento di san Francesco: lui aveva lo stesso temperamento tuo, questo temperamento umbro tristissimo ed inconsolabile.Io ero sconvolta perché non avrei mai pensato di avere questo temperamento, perché io ho molta forza di volontà e avevo sempre scambiato la volontà col temperamento. Ma mentre lui diceva questa cosa, a me d’improvviso tornava tutto: mi tornavano i miei tre anni, mi tornavano i miei sei anni, mi tornavano i miei nove anni. Sapete, quando uno vi dice una cosa vera questa cosa legge tutto. E questa cosa in effetti leggeva tutto. Tuttavia io gli domandai come facesse lui a sapere che temperamento aveva san Francesco. E lui mi disse: “quanti uomini conosci che quando hanno sentito che cosa è la realtà, che cosa è la vita, si sono spogliati nudi in una piazza, sentendo che tutto è nulla?”. Tutti gli uomini almeno una volta nella vita si voltano e sentono che tutta la realtà non basta al cuore, e tutti gli uomini vivono la vita per dimenticare quell’istante. San Francesco è stato l’unico uomo che non ha avuto paura di questa vertigine e ha deciso di discendere tutto l’abisso dell’essere tutto l’abisso delle cose che sembrano niente, per vedere se il fondo, è il nulla o l’essere. Don Giussani mi disse: “tu hai una angoscia tale che tu non te la cavi se non fai questo: tu devi percorrere totalmente il tuo temperamento”.

Quella fu la prima volta che capii quello che ero, fu il momento in cui finì una delle prime cose che devono finire nella vita: la vergogna di se stessi. Per me la vergogna di me è finita a 29 anni quel giorno, perché capii che quello che io ero non lo avevo fatto io, era dato ed io dovevo viverlo. Che il mio temperamento così triste che io mi porterò nella tomba, è il colore del mio rapporto con Cristo. E perciò sentii che quello che ero fin dal mio temperamento, era la grande risorsa che avevo per vivere quello che avevo incontrato. Così che quello che avevo fino a quel punto nascosto con vergogna persino a me stessa, da quel giorno diventò strada.

La seconda cosa che mi viene da dire è che per vivere la fede occorre sentire la vita come strada. Perciò occorre fare questo lungo cammino, dalla vergogna di sé alla tenerezza di sé, perché arriva un momento in cui la vergogna di sé cambia colore e uno si accorge di quello che è con tenerezza. Per vivere la fede io ho come risorsa quello che sono e quello che c’è. Questa è la seconda sponda del fiume della vita, perché quello che c’è, è decisamente diverso da quello che vorrei, quasi tutti i giorni. Dio è Dio perché fa il mondo così, fa le circostanze così, e decide di bussare alla porta della mia vita con i pugni che preferisce, molto diversi da quelli che io immaginerei. Ma per vivere la fede occorre sacrificare la propria immaginazione. Diceva Nietzsche: maledetto l’uomo che non sa scagliare la freccia del proprio desiderio oltre l’immaginazione! La realtà non è la tomba di ciò che desidero, ma la strada di ciò che desidero. A me piace moltissimo il libro “L’annuncio a Maria” di Claudel: in questo libro, all’inizio la protagonista Violaine dice: “come è bella la vita: ciò che desidero, accade!” ma poi deve fare un lungo percorso, perché deve arrivare a dire la frase rovesciata: “come è bella la vita: quello che accade mi dice ciò che desidero.” Per invertire la frase ci vuole tutta la vita, perché uno pensa che la vita è bella se accade tutto quello che desidera, invece la cosa grande è accorgersi che quello che accade svela quello che uno davvero desidera.

Il primo momento in cui io ho capito lucidamente questa cosa è stato questo: io insegno e a me il mio lavoro piace molto. Io ho iniziato a lavorare facendo una carriera al rovescio: ho iniziato ad uno scientifico, poi ad un linguistico, poi a ragioneria, poi al tecnico agrario ed infine sono finita in un professionale a Prato, quando sono andata ad abitare a Firenze. Don Giussani mi aveva mandato ad abitare lì, per iniziare la prima casa di donne del Gruppo Adulto a Firenze. Abbiamo iniziato in 4 e dopo due anni eravamo in 18, io ero la più vecchia, pur avendo solo 35 anni. Io ora non so se voi riusciate ad immaginare una anticamera dell’inferno peggiore di una casa con 18 donne! Per di più, in contemporanea avevo iniziato ad insegnare in quella scuola a Prato, che a me sembrava più uno zoo che una scuola, perché era una scuola non esattamente di alunni studiosi. Per cui io ho passato due anni così: uscivo di casa la mattina alle 7, e andando a Prato a scuola mi fermavo all’area di servizio Perentola Nord, piangevo mezz’ora perché non potevo piangere a scuola perché sennò quelli mi avrebbero sbranato. Uscivo da scuola, mi fermavo a Perentola Sud e piangevo mezz’ora perché non potevo piangere a casa. Sono così entrata nel giro delle aree di servizio. Finché all’inizio del terzo anno a Firenze, e terzo anno in cui insegnavo in quella scuola, mi chiama il preside e mi dice: ”hai presente le due terze dello scorso anno? (non erano classi mie, ma le avevo presenti perché a scuola avevano fatto un tale casino che le conoscevamo tutti!) sai il provveditorato ce le ha accorpate ed ora sono un’unica quarta di 31 ragazzi di cui 16 extracomunitari e 15 italiani.” Auguri!! Ma lui continua: “sai ho pensato che questa classe la potresti prendere tu, perché secondo me tu in quella classe ce la puoi fare.” Al ché io gli dico: no non posso, le aree di servizio sono solo due! Lui non capisce e va avanti, chiedendomi per tre volte di accettare quell’incarico. Ora, siccome io ho questo retro pensiero, e cioè che quando una cosa è molto insistita la vuole Dio, alla terza volta ho accettato. Esco da scuola, mi fermo a Perentola sud e lì piango tutte le mie lacrime. E mentre son lì che piango, senza neanche accorgermene, mi ritrovo a parlare con Dio. E ad un certo punto mi esce la domanda che mi ha come cambiato la testa: ad un certo punto mentre parlavo con Gesù, dico, ma se fossi Tu a darmi questi 31 ragazzi per cambiare me? Ecco io credo che la vita cambia quando la domanda della vita diventa questa. Per me fino a quel momento la domanda della vita era: come faccio io a cambiare i miei ragazzi? Questa è una domanda che ti mette di fronte alla realtà in una posizione violenta, perché la domanda vera è quella inversa. Perché per cambiare la realtà devi accettare che la realtà ti cambi, uno non entra nella realtà per cambiarla, uno entra nella realtà per cambiare. Guardate che ci conviene cambiare, perché cambiare non vuol dire diventare un altro, ma diventare noi stessi. E Dio mi cambia, cioè mi fa diventare me stessa, attraverso la realtà che mi da: a volte bellissima e corrispondente al massimo, a volte dolorosissima che io non vorrei. Ma Dio è Dio perché tutto è Suo. Per me quel giorno è stata l’alba della seconda sponda, quel giorno capii che quella era la strada attraverso cui Dio mi chiamava. Quel giorno cominciai a capire che quello che c’era, era vocazione. Sono stati i momenti in cui io ho meglio percepito e capito in maniera chiara che la fede rende possibile questo miracolo, percepire sé e la realtà come strada e accettare che la vita sia questo dramma, del rapporto con Gesù attraverso quello che mi da nel reale e quello che mi da in me.

La terza cosa che voglio dire: come si fa a vivere la fede accettando questo dramma, di sentire la propria umanità e la realtà che ti è data, come strada? Seguendo un uomo che questo dramma lo vive, perché Dio si è fatto uomo perché io potessi seguirlo, per imparare a vivere. Come si fa a vivere seguendo uno? Uno in cui è aperto questo dramma, il dramma della propria umanità e il dramma di quello che c’è. Io so che la misericordia di Dio nella mia vita è stata quella di avermi dato un uomo da seguire. Del fascino di Cristo non è rimasto quello che io so, perché Cristo non è quello che io ho capito di Cristo. Cristo è una presenza sempre più grande di quello che io ho capito, infatti è uno che io seguo. Sulla scia di questo io vorrei dire questa cosa: il problema fondamentale dell’imparare a vivere è solo un problema di obbedienza.

Nella vita io ho sempre disobbedito: la mia vita è una lunga serie di disobbedienze che al momento giusto hanno obbedito e i momenti giusti finora nella mia vita, oltre alla vocazione e all’incontro col movimento, sono stati due. In quei momenti io lì ho chiaramente obbedito. Il primo fu questo: nei tre anni “dark” diciamo, non è che quando il don Giuss mi disse che avevo il temperamento come san Francesco mi si fossero risolti i problemi, assolutamente no. Tutto si sciolse un anno dopo, io stavo sempre peggio, finché mi ricordo che una mattina del settembre del 1990, una domenica mattina di fine settembre, feci un gesto da pazza dicendomi che Dio doveva avere pietà di me. Allora abitavo a Gubbio, presi, uscii di casa la mattina alle 6, scalza, e feci 8 km fino al monte dove c’era un santuario, di sant’Ubaldo , il santo patrono di Gubbio, perché dovevo fare un gesto clamoroso affinché Lui avesse pietà di me perché io non ne potevo più. Così andai: nel mentre che arrivavo, avevo i piedi che erano una lastra di sangue, quando stavo per arrivare in cima incontro un mio alunno: mi sarei sotterrata! Questo mio alunno mi riconosce, mi guarda, guarda i miei piedi e poi mi dice: professoressa, ma che cazzo fa?!! Io lì sfruttai la superiorità normale che uno che viene dalla città ha rispetto a uno che viene dalla provincia e gli dissi: ma non sai che è l’ultima moda americana? Il footing scalzi che, si sa, riattiva la circolazione! E il bello è che lui ci credette! Comunque guardate che la vita va non come vogliamo che vada, ma va dove vogliamo che vada, dove domandiamo che vada, e io so che la mia vita è andata dove ho pregato che andasse.

Un mese dopo, che dovevo vedermi con Carlone, lui mi disse: vieni alle Mocine. Le Mocine era un’azienda agricola che i Memores Domini avevano vicino a Siena, un’azienda agricola che allora era anche un agriturismo, in cui c’era anche una casa di uomini dei Memores Domini. Al ché io andai e gli dissi: Carlo io non ne posso più. Lui mi disse: “senti, don Giussani mi ha mandato a farti una proposta. Non si può andare avanti così. La proposta è questa: tu ti licenzi dalla scuola e vieni qui a far la colf, in questa azienda”. Io allora dissi: don Giussani deve averci pensato parecchio a questa proposta del cazzo! Scusami, cioè: le uniche cose che mi tengono in piedi sono la scuola ed il movimento. I miei genitori già si erano strappati i capelli quando avevo detto loro della vocazione e ora dico loro che mi licenzio dal lavoro e vado a far la colf in una casa di uomini?! Io sono di famiglia bene! Come faccio a dire ai miei genitori, che m’hanno fatto studiare, di famiglia abbastanza ricca, che vado a far la colf? Allora Carlo mi disse: “senti, quando il Signore parla, non bisogna analizzare la proposta, siamo liberi. Ma di dire si o no. Tu sei libera di dire si o no, non sei libera di analizzare la proposta. Te la immagini la Madonna che davanti all’angelo si metteva ad analizzare la proposta? Ma era libera di dire si o no. Hai tre minuti per decidere!”. Io quei tre minuti me li presi tutti, e in quei tre minuti mi dissi: io non posso valutare la proposta, perché per me la proposta è assurda! Io devo valutare chi me la fa: o io sono finita in una banda di pazzi furiosi e questo che ho davanti è il peggiore, insieme a quello che lo manda, oppure questo è il più grande gesto di misericordia che io nella vita potevo ricevere, di una misura assolutamente debordante per me! Sicché dopo tre minuti dissi: ok vengo. Quando? Lui rispose: “domani mattina. Adesso tu torni a Gubbio, hai tutta la notte per fare la valigia, domattina vai dal preside, gli dai la lettera di licenziamento e poi vieni qua, semplice!” Mentre stavo andando via, mi bussò sul finestrino e mi disse: “senti, prima di dargli la lettera di licenziamento, prova a chiedergli un’aspettativa.” Allora io gli dico: guarda, il mio preside non sa della mia vocazione, è comunista, è novembre e io ho due quinte, di cui sono membro interno alla maturità. Quindi non me la può dare l’aspettativa! E lui mi dice: “anche lui è in rapporto con Dio: perché vuoi valutare anche la proposta fatta a lui? Anche lui può dire si o no. Chiediglielo!”. Io glielo chiesi e il mio preside mi diede l’aspettativa salvandomi il posto. E così andai a far la colf.

Questa fu la prima volta in cui obbedii nella mia vita. La seconda è più recente: nel 2005 è morto don Giussani ed io ho avuto altri tre anni di blackout assoluto. Ero tristissima, non mi riprendevo dalla morte di don Giussani. In fondo in quei tre anni io mi sono detta molte volte: tu hai visto nella tua vita quello che la maggior parte non vede, hai ascoltato quello che la maggior parte non ascolta, però il meglio ce l’hai alle spalle: la festa è finita. Ma c’era sempre qualcosa che non tornava, fino a quando l’11 maggio del 2008 sono andata ad Assisi con Cleuza e Marcos che sono molto miei amici. Sono stata una giornata con loro e ho pensato: io per ricominciare devo andare in Brasile, a servire Cleuza. Domani lo dico a Carròn. Il giorno dopo vado a Milano, ma non riesco a dirglielo. C’era un raduno dei Memores Domini e si facevano le elezioni per eleggere il nuovo direttivo, ovvero le sei persone che guidano i Memores Domini. Io avevo votato e mentre stavo tornando a Firenze, e pensavo al fatto di comunicare a Carròn la mia decisone di andare in Brasile, mi arriva una telefonata e mi dicono: sei stata eletta nel direttivo dei Memores Domini. Ed io: “non se ne parla neanche! Io devo andare in Brasile”. Allora questo mi dice: “guarda non so se tu devi andare in Brasile, comunque per accettare o rifiutare devi dirlo a Carròn”. Mi da il suo telefonino e mi dice di chiamarlo quella sera. Io alle 10 lo chiamo e mi ero scritta dieci ragioni per dire di no, perché ho pensato: magari a questo non gli va bene una ragione, ma di dieci, ce ne sarà almeno una che non potrà contraddire! Quindi mi portai avanti con la quantità. Lo chiamo e gli dico: guarda io non accetto per queste ragioni e poi perché ho pensato che voglio andare in Brasile. Lui ascolta pazientemente tutte le ragioni per cui avrei detto di no e poi alla fine mi fa: “senti, tu non hai nessuno di questi problemi, ne hai uno molto più grande: tu non mi hai mai seguito. Per questo sei triste.” Allora io gli dico: hai del fegato ragazzo! Poi come al solito mi misi a piangere e gli dissi: hai ragione, non ti ho mai seguito e non me ne sono accorta. Perché ho sempre avuto intenzione di farlo e ho scambiato l’intenzione con l’esperienza. Detto questo ora io non so da che parte rifarmi, perché: l’intenzione di seguirti ce l’ho e non basta, tu mi stai antipatico, cioè proprio non ti posso sentire, mi da noia anche la voce, un po’ meglio quando ti leggo. E perciò io da che parte mi rifaccio? Lì lui mi ha detto la cosa che mi ha ribaltato, perché lui mi ha detto: “senti Mariella, nel tuo seguire me, io non c’entro niente. Perché per seguire me, tu devi rispondere ad una domanda in cui io non c’entro. E la domanda te la pongo io: tu vuoi seguire Cristo? Vuoi donar Gli la vita? Se rispondi sì, a me mi trovi sulla traiettoria di questa risposta. Se rispondi no, fai bene a non venire al direttivo, perché dilateresti soltanto l’inferno. Ma lo dilateresti soltanto perché ci saresti già”. A me lì ha fatto molta impressione, sicché gli ho detto: guarda, io in questi 30 anni mi sono confusa su quasi tutto, ma c’è una cosa su cui non mi sono mai confusa, e cioè che io voglio Cristo. Perché io di Cristo ho bisogno e non perché è giusto volere Cristo, non perché devo, ma perché io ne ho troppo bisogno. Perciò io Cristo lo voglio. E se questo basta, io vengo al direttivo. Quel giorno lì io ho iniziato a seguire Carròn, o meglio, ho incominciato a desiderare di seguirlo, veramente, sapendo che per seguirlo, io devo obbedire ad una domanda in cui lui non c’entra, in cui c’entra solo la mia esperienza. Perché l’obbedienza a Carròn non è perché lui è il capo, ma perché lui è ciò che rende presente a me ora la mia esperienza intera. E se io voglio dipendere dalla mia esperienza, devo dipendere da lui. E seguirlo per me in questi cinque anni ha significato avere come mia la sua preoccupazione, e dialogare con la sua proposta a partire da quello che sono e da quello che mi è successo.

L’anno scorso sono andata al mio paese di origine a presentare un libro di don Giussani. In realtà era il modo con cui la comunità del mio paese mi ha fatto raccontare davanti al mio paese, la mia storia. C’era tutto il paese: il sindaco, i professori delle medie, quelli del liceo, tutti i parenti, le zie, i nipoti e fa impressione raccontare la propria storia alla propria storia, raccontare di sè a chi ti ha visto nascere! Erano tanti anni che non tornavo al mio paese, e la cosa mi ha fatto impressione. Ma la cosa che mi ha fatto più impressione è stata che, quando io ho finito di parlare, c’è stato un momento in silenzio in cui nessuno parlava, ad un certo punto si alza il mio professore di lettere del liceo e mi dice: “Mariella, noi tutti abbiamo una sola domanda da porti: sei felice?” queste sono le domande che ti fanno al tuo paese, queste sono le domande che ti fa la tua storia. E io so che la cosa che ho guadagnato da tutti questi anni, è che a 53 anni ho ancora voglia di vivere. E questo per me è un miracolo perché non veder l’ora che venga il mattino per alzarsi, perché uno ha voglia di vivere, questo è il miracolo che Cristo opera, molto più eclatante della moltiplicazione dei pani. Perché il miracolo vero è quello che gli aveva chiesto Nicodemo: “può un uomo rinascere quando è vecchio?” Sì, si può rinascere anche da vecchi.

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