Vivere o sopravvivere?

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don Andrea Lonardo – Gli scritti

Non si tratta di proteggersi, bensì di capire cosa dobbiamo fare di buono nella vita prima di morire. Nel Settimo sigillo Bergman racconta la storia di un cavaliere che, tornato dalla Terra Santa, si trova dinanzi ad un’epidemia di peste. Negli anni ’50 – il film è del 1957 – si poteva ancora dire pubblicamente che l’uomo era mortale!

La morte stessa gli si para dinanzi ed egli la sfida a scacchi: la morte potrà prendersi la sua vita solo quando gli avrà dato scacco matto.

Il cavaliere sa che non potrà battere la morte, ma guadagna tempo: ha deciso in cuor suo di compiere qualcosa di buono prima di morire.

Muovendo i pezzi, egli guadagna tempo, per trovare un senso alla propria vita. La vicinanza della morte gli ha rivelato che tutto della sua vita è stato inutile e, in fondo, sbagliato. Ma ora ha ancora qualche giorno, qualche ora, per rimediare e compiere qualcosa di buono, qualcosa per cui la sua vita non sia sprecata.

Dinanzi al coronavirus, pur assolutamente non letale come la peste, è questa la grande questione: non si tratta di proteggersi, o almeno non solo, quanto piuttosto di domandarsi perché valga la pena vivere e cosa dobbiamo fare prima di morire, perché la vita non sia stata solo un lusso inutile, uno spreco di tempo ed energie senza senso.

Nel cammino del cavaliere si affaccia la domanda su Dio, così come nel nostro procedere. 

Bergman realizzò un secondo film, che segue la stessa traiettoria del Settimo sigillo. Lo realizzò nello stesso anno ed è altrettanto magnifico Il posto delle fragole.

Si potrebbe dire che è lo stesso film ambientato in un contesto storico diverso: il primo nel medioevo e Il posto delle fragole in età contemporanea, perché la grande questione della vita è sempre la stessa.

Ne Il posto delle fragole un docente universitario si appresta a ricevere l’ultimo premio per la sua carriera accademica. Si accorge che, in realtà, quel premio decreta ormai la fine della sua vita, il suo pensionamento, la sua morte. Il suo percorso di vita è terminato e la morte bussa alle porte della sua età anziana. Recandosi a ricevere il premio, ritorna ai luoghi della sua infanzia e anch’egli, come il cavaliere, ha ormai un solo desiderio: redimere una vita insignificante, salvare almeno l’ultimo brandello di vita che gli rimane.

Ecco quali trasformazioni interiori può suscitare oggi il coronavirus. Non si tratta di proteggersi dal virus, ma di capire cosa vale la pena fare della vita. Perché non basta sopravvivere. Ed anzi, sopravvivere in eterno è impossibile: siamo mortali.

2 Replies to “Vivere o sopravvivere?”

  1. Sono d’accordo con Valeria. Per me, quando succede “qualcosa” poi, non è mai “per caso”, non è mai “una coincidenza”; magari per qualcun altro si, ma per me no (giusto o sbagliato che sia).
    Ebbene: questo nuovo “virus misterioso”, che ha accomunato tutto il mondo, si sta sviluppando in un periodo liturgico molto particolare: di preghiera, di digiuno, di elemosina. Non può non far riflettere; è come se mi venisse chiesto: ma tu Credi veramente? O solo “a parole”? Tu, chi credi che io sia? Tu ti fidi di me? Tu sei capace di “andare avanti” senza scoraggiarti e facendo coraggio non solo a te, ma anche ai bambini che ti sono stati affidati? E cosa dirai loro se ti chiederanno qualcosa? Perché sappi, che ai bambini non puoi mentire, perché leggono nei tuoi occhi, che non mentono mai.

  2. In queste ultime settimane, nei discorsi, sui gruppi wahtsap, si intensificano filmati o comunque spiritosaggini relative al coronavirus. Anche questo cercare di buttare in ridere la paura per questo virus, è il tentativo di aiutarsi a sdrammatizzare il timore di fondo che tutto ciò che ci è sconosciuto o comunque difficilmente governabile, suscita. A me corrisponde di più star davanti anche a questa cosa affidandoci al Signore. Pregare con la certezza della Sua amorevole compagnia in questa, come in tutte le vicende della vita. Chiedendoci anche cosa intenda dirci. Mi viene da pensare che potrebbe ad esempio essere un richiamo nel senso di deciderci ad un cambiamento radicale sul modo di amministrare l’economia, favorendo i più poveri, gli emarginati, così come Papa Francesco, sollecita fin dal principio del suo pontificato. Leggendo poi oggi l’articolo di don Julian Carròn sul Corriere della Sera, mi rafforzo maggiormente a guardare l’epidemia che stiamo vivendo, come un’opportunità, non solo negativa….

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