«E Dio vide che era cosa buona»

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Don Julián Carrón– Teatro Capranica − Roma, 17 novembre 2011

«E Dio vide che […] era cosa buona […] era cosa molto buona» (Gn 1,4.10.12.18.21.31). Questa affermazione, ripetuta ben sei volte nel primo capitolo della Genesiesprime la convinzione fondamentale del popolo d’Israele sulla realtà: è buona, anzi molto buona.Non è una affermazione ingenua, fatta da qualche sprovveduto fuori dalla storia reale degli uomini e delle loro afflizioni. Come sappiamo, questi primi capitoli della Genesi non sono stati scritti all’inizio della storia d’Israele, ma molti secoli dopo, alla fine di un lungo percorso, in cui a Israele non è stata risparmiata alcuna sofferenza di quelle patite dagli altri popoli.

Ed è per questo che la domanda diventa ancora più incalzante: come può Israele avere una convinzione così certa della positività della realtà dopo che tutta la sua storia è stata attraversata da sofferenze, tribolazioni e travagli di ogni genere?

Questo atteggiamento dell’antico popolo di Israele di fronte alla realtà sorprende ancora di più, se lo collochiamo nel contesto culturale dei popoli vicini. Infatti, l’esperienza del dolore aveva portato gli altri popoli a una ben diversa convinzione: che, cioè, la realtà non è tutta positiva, anzi, che ci sono due tipi di realtà, una positiva e una negativa. È quello che esprime il manicheismo: ci sono due principi, uno buono e uno cattivo, che si riverberano in una creazione buona e in una cattiva.Come mai questa visione manichea non ha preso il sopravvento anche in Israele?

Soltanto a motivo della sua storia. L’esperienza che il popolo d’Israele ha fatto di Dio, pur in mezzo a tutte le sue tribolazioni, è stata così positiva che non ha potuto che affermare la Sua bontà.Dio si è rivelato con tutta la sua potenza salvatrice. E da questa esperienza hanno concluso: Lui, il salvatore, è anche il creatore.C’è solo un unico principio buono all’origine di tutto. Tutto quello che proviene da Dio, che è buono, è altrettanto buono.

Dunque, la realtà è positiva. È stata la presenza di Dio in mezzo al Suo popolo che ha educato gli ebrei a guardare la realtà nella sua verità, fino al punto di non lasciarsi determinare dalle diverse tribolazioni che avrebbero potuto impedire loro uno sguardo autentico sul reale.

Mi viene in mente un esempio che facevo ai miei studenti liceali. Se due genitori portano il loro bambino a Disneyland, possiamo facilmente immaginare che il bambino sarà stupito di tutte le attrazioni con le quali può divertirsi. Se stiamo attenti a sorprendere le sue reazioni, una dopo l’altra, resteremo anche noi colpiti dal fascino che il reale è in grado di provocare in lui. Tutto è percepito come positivo. Ma se, per un caso, un disguido, il bambino si stacca dai genitori e rimane smarrito in mezzo alla folla, tutto acquista un altro sapore. La realtà è la stessa di prima, ma la percezione di essa è cambiata. Radicalmente. Non la sente più come amica, ma come una minaccia, ostile. E soltanto il ritrovare i genitori può restituirgli la vera percezione della realtà.

Ma quello che più colpisce è che questa positività della realtà il popolo d’Israele l’ha veramente compresa proprio nel momento della crisi.Con la perdita del tempio, della monarchia e della terra, andando in esilio, Israele è stato spogliato di tutto quanto identificava come il fondamento della sua fede.«Perché dici, Giacobbe, e tu, Israele, ripeti: la mia vita è nascosta al Signore e il mio diritto è trascurato dal mio Dio?». Sembra loro di essere stati abbandonati, “trascurati”, appunto, da quel Dio che li aveva scelti. Per rispondere a questa domanda Israele è stato costretto a trovare un fondamento ancora più saldo.

È Isaia che Dio manda in soccorso del suo popolo per aiutarlo a guardare bene la realtà che ha davanti: «Levate in alto i vostri occhi e guardate: chi ha creato tali cose? [cioè le acque del mare, l’immensità dei cieli, la polvere della terra e le montagne]. […] Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, che ha creato i confini della terra» (Is 40, 12s.26-28). Quando tutto crolla, c’è qualcosa che permane: la realtà e gli occhi educati per guardarla.

Col volantino «La crisi sfida per un cambiamento», firmato da Comunione e Liberazione, vogliamo aiutarci a guardare la realtà a partire dalla nostra esperienza. Si tratta di un giudizio sulla situazione in cui siamo immersi, che rischia di far crollare l’Italia e l’intera Europa. Davanti a questo dato ciascuno è chiamato a prendere posizione.

In sintonia con la prospettiva descritta nel capitolo decimo de Il senso religioso di don Giussani, la chiave di volta della nostra posizione è sintetizzata nella parte iniziale del documento dalla frase: la realtà è positiva. Tutti abbiamo sentito in noi e negli altri l’urto di questo giudizio appena abbiamo cominciato a diffonderlo. Perché? Perché sentiamo questo urto? Ma è vero che la realtà è positiva? Questa è la sfida che noi vogliamo lanciare a tutti, a noi per primi, perché anche noi pensiamo ci sia una realtà buona e un’altra realtà meno buona – siamo manichei –, e siamo immersi in una situazione che ci offusca, per cui non riusciamo a guardare bene il reale. Perché sentiamo l’urto? Per la pretesa che questo giudizio contiene, in quanto essa colpisce la nostra mentalità.

Con questo giudizio non offriamo un’interpretazione della crisi valida per i soli cattolici, come a dire: “per noi” la realtà è positiva, perché la compagnia, il nostro stare insieme, ci “convince” a pensare così, a consolarci così. La nostra pretesa è che si tratti di un’evidenza che tutti possono riconoscere. Anche a questo livello ci viene in soccorso Giussani: «Una positività di fronte alla vita, alla realtà, non la induciamo dalla compagnia – sarebbe una magra consolazione –, ma ci è dettata dalla natura; la compagnia ci rende più facile accettare questo, anche attraversando condizioni brutte, situazioni complesse» (L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?, BUR, Milano 2011, pp. 292-293).

La realtà può essere percepita come positiva perché è positiva. Non si tratta di “battezzare” la realtà a partire da un preconcetto religioso, da una visione “pia”, ma di riconoscerla nella sua natura ultima. È ontologicamente positiva la realtà.

Perché? La realtà è positiva perché c’è. Tutto ciò che esiste c’è perché il Mistero ha permesso che accadesse(tutto, infatti, ha un’origine in un Quid misterioso, nulla si fa da sé), provoca e mette in moto la persona, rappresenta un invito al cambiamento, un’occasione di un passo verso il proprio destino. Ogni circostanza è strada e strumento del nostro cammino: è segno. In quanto c’è, la realtà è provocazione, e quindi occasione di risveglio dell’io dal suo torpore. Perfino la crisi, perché essa urge con le sue domande.

«Una crisi– dice Hannah Arendt − ci costringe a tornare alle domande; esige da noi risposte nuove o vecchie, purché scaturite da un esame diretto; e si trasforma in una catastrofe solo quando noi cerchiamo di farvi fronte con giudizi preconcetti, ossia pregiudizi, aggravando così la crisi e per di più rinunciando a vivere quell’esperienza della realtà, a utilizzare quell’occasione per riflettere, che la crisi stessa costituisce»(H. Arendt, Tra passato e futuro, Garzanti, Milano 1991, p. 229).

Ma l’irriducibile positività di cui parliamo non si rivela meccanicamente, bensì solo a chi accetta la sfida della realtà, a chi prende sul serio le sue domande, a chi non retrocede davanti alle urgenze del vivere. Solo chi accetta una simile sfida potrà trovare delle ragioni adeguate da dare a se stesso e agli altri per affrontare la crisi. Quante testimonianze ci sono di persone per le quali le difficoltà sono diventate occasioni di cambiamento!Questa è la grandezza dell’io che dobbiamo brandire di fronte alla crisi; altrimenti siamo già sconfitti, anche se si risolve la situazione finanziaria, sconfitti nella nostra persona perché abbiamo accettato di essere un pezzo dell’ingranaggio delle circostanze. Per quante persone situazioni di sofferenza hanno reso possibile il riscatto da una vita piatta, quanti frutti inaspettati e sorprendenti nati da dolori accettati o da sconfitte da cui ci si è lasciati mettere in questione! Quante testimonianze di gente che, per il cambiamento e l’intensità sperimentata, è grata di ciò che le è accaduto e che non avrebbe mai desiderato accadesse! Ciò che è successo è stato misterioso tramite per una ripresa del proprio io e per una comprensione più profonda della natura della realtà, che si pensava già di conoscere.

La realtà è positiva per il Mistero che la abita.Ma che cosa occorre per cogliere questa positività? Un tale riconoscimento della realtà che cosa esige? La ragione, meglio, un uso della ragione secondo la sua vera natura di conoscenza del reale in tutti i suoi fattori. La ragione, infatti, può cogliere la realtà come “dato” vibrante di un’attività e di un’attrattiva, come provocazione, e quindi come invito. «Essere ragionevoli significa riconoscere quello che emerge nell’esperienza – dice don Giussani –. E nell’esperienza la realtà emerge come positività [questa è la sfida che don Giussani lancia al nostro modo di giudicare: nell’esperienza la realtà emerge come positività]. È così positiva la realtà emergente nell’esperienza, che inesorabilmente appare come attrattiva» (L. Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, op. cit., p. 98).

Eppure, se ci guardiamo intorno, vediamo che purtroppo questo uso della ragione è molto raro, anzi, sembra quasi introvabile. Se la ragione non coglie questo mistero che costituisce il cuore della realtà, il suo valore più prezioso, l’uomo cede alla tentazione di intendere in modo sentimentale o moralistico l’affermazione: «La realtà è positiva», come se significasse che essa è desiderabile e gradita, piacevole [cioè la realtà è positiva se mi piace ndr.]. Come mai accade questo?

Per la nostra fragilità (una debolezza profonda che è in noi) e per il condizionamento del contesto culturale e sociale, per il potere che ci circonda, questo uso della ragione tante volte ci è estraneo. Per questa fragilità e per questo condizionamento, quando s’imbatte in una realtà che mostra un volto negativo e contraddittorio, la ragione − che pure è originalmente aperta al reale − indietreggia, trema, si confonde. Basta che appaia all’orizzonte della vita quotidiana un inconveniente per mettere in dubbio e in discussione la sua positività. Lo vediamo nella vita quotidiana: appena qualcosa non va secondo i nostri desideri entriamo in crisi.Figuriamoci di fronte a una crisi di queste dimensioni. E la realtà, da segno che spalanca, diventa tomba in cui tutti, tante volte, soffochiamo.

Esattamente a questa situazione drammatica il Mistero, entrando nella storia, è venuto a portare il Suo contributo decisivo, come dimostra la storia del popolo di Israele. Nel documento sulla crisi si parla della tradizione ebraico-cristiana come sorgente di questa posizione umana: per sua stessa natura, infatti, la fede è un avvenimento capace di ridestare in ciascuno il senso religioso, la ragione, e di sostenere e compiere la capacità dell’uomo di stare nel reale e di trattare ogni cosa secondo la sua vera natura; essa ci consente perciò di percepire la realtà nella sua positività. 

Cristo è venuto al culmine della storia del popolo d’Israele proprio per questo: ridestare il nostro io perché possiamo affrontare qualsiasi sfida. Cristo non ci ha promesso di risparmiarci niente, ma di renderci capaci di affrontare tutto – il che è diverso – e di accompagnarci alla vittoria.Cristo viene anche oggi, poiché anche noi, come il popolo ebraico nel momento della crisi, siamo in una situazione di fragilità insuperabile con le nostre forze. Cristo non si è incarnato per risparmiarci il lavoro della nostra ragione, della nostra libertà, del nostro impegno, ma per renderlo possibile, perché è questo che ci fa diventare uomini, che ci fa vivere la vita come un’avventura appassionante anche in mezzo a tutte le difficoltà, anche e soprattutto in tempi di crisi, quando tutto diventa questione di vita o morte, per non perdere la testa e l’anima. Cristo è diventato nostro compagno per ridestare tutta la potenzialità della ragione di riconoscere la realtà. È venuto per risvegliare il senso religioso, affinché siamo “più” uomini − mettendoci nelle condizioni ottimali per guardare la realtà secondo la sua vera natura −, e non per fare di noi dei “visionari”.

«La cultura dominante di oggi – diceva don Giussani – ha rinunciato alla ragione come conoscenza, come riconoscimento dell’evidenza con cui la realtà si propone nell’esperienza, cioè come positività. E ha rinunciato all’affezione alla realtà, all’amore alla realtà. Ha rinunciato all’amore, perché per riconoscere la realtà come emerge nell’esperienza occorre che lo shock che si prova sia accettato. L’uomo non accetta la realtà come appare, e vuole inventarla come vuole lui[sono parole che adesso acquistano ulteriore peso davanti alla situazione finanziaria, non sono parole al vento], vuole definirla come vuole lui, vuole darle il volto che vuole» (L. Giussani, Realtà e giovinezza. La sfida, op. cit., p. 100).

In questa situazione si capisce la rilevanza epocale della battaglia, portata avanti nell’indifferenza generale da Benedetto XVI, per la difesa della vera natura della ragione, per «allargare la ragione», per una «ragione aperta al linguaggio dell’essere», cioè per un io in grado di affrontare qualsiasi sfida.

Don Giussani descrive così la strada per una “ripresa”: «Accusare l’esistenza come bisogno di costruire e, perciò, bisogno di un destino, di uno scopo − costruire vuol dire collaborare a realizzare uno scopo, collaborare a svolgere e ad adempiere un disegno −;la razionalità, ragione amata, veramente guida dell’uomo, luce dell’esperienza; l’affezione come cuore dell’uomo, fuoco e calore dell’esperienza; e la libertà, che nella sua possibilità di scelta non diventi lama, coltello che taglia in mezzo la proporzione originalmente misteriosa e fattivamente costruttiva e affascinante della conoscenza e dell’affetto, ma sia l’abbraccio dell’esperienza nella totalità dei suoi fattori, senza nulla perdere di quello che c’è, di quello che emerge ai nostri occhi e di quello che tocca il nostro cuore. La “ripresa” è data dall’avere i piedi nostri ben collocati sul terreno della natura, come nell’esperienza appare, come nell’esperienza si pone, come nell’esperienza scandagliata nei suoi fattori originali s’impone» (Ivi).

Proprio a questo livello Cristo dimostra la sua eccezionalità: restituendo l’uomo a se stesso. Perciò un senso religioso vivo è la verifica della fede; allo stesso modo, un uso vero e compiuto della ragione è una verifica della fede, è la documentazione potente e inconfondibile del rapporto riconosciuto e vissuto con Cristo contemporaneo a ciascuno di noi.Il cristianesimo non si aggiunge dall’esterno, come una sovrastruttura, come un pietismo, alla vita dell’uomo, ma chiarisce, educa e salva la natura stessa dell’uomo, ferita ma non annullata dal peccato originale.

«E la prima conseguenza (…) è una speranza inesorabile come ultimo senso del rapporto con le cose, come ultimo senso del cammino tra le cose: è una positività che vince ogni avversità che si sperimenta. San Paolo dice, infatti, la frase più rivoluzionaria di tutta la letteratura universale: omnis creatura bona, ogni creatura è bene. […] Per questo − conclude san Paolo − omnia cooperantur in bonum: tutte le cose cooperano alla positività della tua vita, al bene» (L. Giussani, Si può (veramente?!) vivere così?, op. cit., pp. 293-294).

Poco prima del martirio, San Tommaso Moro consolava la figlia con queste parole: «Nulla accade che Dio non voglia, e io sono sicuro che qualunque cosa avvenga, per quanto cattiva appaia, sarà in realtà sempre per il meglio»(Dalla lettera ad Alice Alington di Margaret Roper sul colloquio avuto in carcere con il padre; cfr. Tommaso Moro, Lettere, Vita e Pensiero, Milano 2008, p. 385).

Lo vediamo ancora: la realtà è segno. Non siamo noi a determinare che sia così. È così. La crisi invita tutti − noi e gli altri − a verificare la sua verità. Come? La crisi è la circostanza che il Mistero non ci ha risparmiato − come non risparmiò le prove al popolo ebraico − affinché facciamo questa verifica ora; le circostanze, infatti, sono parte essenziale, e non secondaria, della nostra vocazione di uomini.Se davanti al contesto attuale non viviamo la realtà nella sua vera natura, vuol dire che la fede non è vissuta nella sua autenticità, non è fede cristiana e perciò non la viviamo come il riconoscimento di una Presenza che esalta la nostra umanità originale. Allora la fede è inutile, perché non è in grado di farci vivere ora, in questa situazione. Ma una simile fede diventa parte del problema e non della sua soluzione. Invece, paradossalmente, la crisi può rappresentare la possibilità di verificare la convenienza umana della fede, la sua ragionevolezza.

Nella misura in cui accettiamo questa sfida e compiamo personalmente la verifica, saremo in grado di dare ragione dell’esperienza che viviamo, di offrire una strada, un suggerimento, di stare davanti agli altri con un volto culturale, di offrire qualcosa in più del lamento di tutti – ne abbiamo già abbastanza –, perché, come abbiamo ripetuto tante volte, «il contributo dei cristiani è decisivo solo se l’intelligenza della fede diventa intelligenza della realtà»(Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti all’Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per i Laici, 21 maggio 2010),ha detto Benedetto XVI. Ecco, se noi accettiamo questo lavoro, potremo riempirci di una tale ricchezza di esperienza da poterla condividere nel dialogo con tutti, e scopriremo in che cosa consiste l’incidenza storica dei cristiani.

«La crisi sfida per un cambiamento» segna per noi l’inizio e l’urgenza di una battaglia culturale pubblica, di CL in quanto tale, prima di tutto con noi stessi, che appartiene alla esperienza della fede così come ci è stata comunicata, e che è una battaglia per l’umano. È il tentativo di comunicare ai compagni di lavoro, agli amici e a chiunque incontriamo la speranza che è in noi. Ma sarebbe una speranza illusoria, senza fondamento, se non fosse sostenuta da una verifica dell’esperienza, da un uso vero della ragione. Come ci testimonia il Papa, i cristiani non saranno credibili diventando più “pii”, ma usando adeguatamente la loro ragione, offrendo veramente un contributo reale – lo ha testimoniato egli stesso nel viaggio in Germania, sfidando tutti con un uso diverso della ragione –.

Solo così potremo dare un contributo veramente decisivo. Altrimenti saremo insignificanti – anche se ci agitiamo come tutti – per i nostri fratelli uomini e mancheremo a un compito storico: dentro la crisi come tutti, ridestare la speranza. E questo lo possiamo fare noi cristiani − pur essendo fragili come tutti −, per il dono che abbiamo ricevuto e che non possiamo tenere per noi.

Il nostro documento sulla crisi è dettato da un giudizio: l’impeto di ciascuno è un bene per tutti; l’energia dell’io non si esaurisce in se stessa, ma costruisce un popolo. La storia dell’Italia ne è una dimostrazione eclatante, come abbiamo visto nella mostra sui 150 anni di sussidiarietà: davanti a situazioni molto peggiori della nostra − pensiamo al dopoguerra con l’Italia distrutta −, persone mosse da un impeto positivo si sono messe insieme, hanno preso iniziativa e hanno ricostruito il Paese.

Don Giussani ci è veramente amico, perché ci indica in che cosa consiste l’originalità di questa battaglia culturale. Sono parole pronunciate profeticamente nel 1986, durante i gloriosi anni Ottanta, quando il mondo sembrava navigare verso un futuro radioso e la crisi era di là da venire: «La soluzione – diceva allora – è una battaglia per salvare: non la battaglia per fermare la scaltrezza della civiltà, ma la battaglia per riscoprire, per testimoniare la dipendenza dell’uomo da Dio. Quello che è stato in tutti i tempi il vero significato della lotta umana, vale a dire la lotta tra l’affermarsi dell’umano e la strumentalizzazione dell’umano da parte del potere, adesso è giunto all’estremo (…). Il pericolo più grave di oggi non è neanche la distruzione dei popoli, l’uccisione, l’assassinio, ma il tentativo da parte del potere di distruggere l’umano [la nostra vera risorsa]. E l’essenza dell’umano è la libertà, cioè il rapporto con l’infinito.Perciò è soprattutto nell’Occidente che la grande battaglia deve essere combattuta dall’uomo che si sente uomo [con tutti gli uomini che si sentono tali]: la battaglia tra la religiosità autentica e il potere.Il limite del potere è la religiosità vera − il limite di qualunque potere: civile, politico ed ecclesiastico [che sia]»(L. Giussani, «Cristo, tutto ciò che abbiamo», Tracce-Litterae communionis, n. 2, 2002, p. V). 

2 Replies to “«E Dio vide che era cosa buona»”

  1. Carissima…
    non ho una ricetta da darti ma ti offro la mia compagnia…
    un mio amico diceva “non cercate un miracolo ma un cammino”…
    per questo ti invito questo sabato 11 maggio alle ore 21:00 presso la nostra parrocchia per ascoltare e vedere la testimonianza di Mario Melazzini malato di SLA…
    Ciao.
    don Michele

  2. Come si fa, don Michele, ad avere fede?
    So che “come si fa” probabilmente è una formula sbagliata, ma finendo di leggere l articolo, solo questa domanda mi è scoppiata dentro.
    Come si fa ad avere fede, don Michele? Ad avere fede in questa positività?

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