Il cristianesimo è una presenza che da una forma nuova alla vita.

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Spesso riduciamo il cristianesimo a un insieme di 1) principi e valori in cui ciascuno sceglie i suoi preferiti e scarta gli altri! 2) norme morali e dogmi che la nostra fantasia crea e modifica con disinvoltura! 3) attività di volontariato, aggregazione, solidarietà, ludico-ricreative in cui più che offrire un servizio ci serviamo degli altri per affermare noi stessi! 4) sacramenti e preghiere in cui ognuno segue la regola del fai da te autogestito e sentimentale per ottenere una grazia e fuggire dalle responsabilità della vita! in sintesi seguiamo la regola: sono cristiano a modo mio! E se stessimo dimenticando la cosa più importante che da senso e ordine a tutto il resto? Spero che il dialogo che segue ci spinga almeno a domandarci di che si tratta. don Mik

Carron: Cominciamo dalla prima domanda che hai fatto: «Potresti spiegarmi, magari con un esempio, cosa significa che il criterio del cristiano di fronte a tutto è una Persona?». Cominciamo da una persona (con la minuscola), perché solo se uno lo capisce in relazione a una persona (con la minuscola), lo potrà capire – per analogia – in riferimento alla Persona (con la maiuscola). 

Intervento: Con un caro amico sono stato ospite di due amici che sono divenuti, da qualche settimana, genitori. La piccola è arrivata il 22 novembre e – come si può facilmente immaginare – ha rivoluzionato la vita della sua mamma e del suo papà. Mentre ero ancora in auto, ho ricevuto un messaggio dal papà che mi diceva: «Quando arrivate, chiamami che scendo ad aprirvi il portone». Siamo rimasti un po’ stupiti e abbiamo pensato che il citofono fosse rotto. In realtà, una volta arrivati, ci è venuto incontro spiegandoci che la piccola stava riposando, per questo ci aveva chiesto di non citofonare. Siamo entrati in casa: regnava un silenzio impressionante. Il papà è andato in cucina e ha ricominciato a “curare” la cottura dell’arrosto. Ero sconvolto, perché ogni gesto che compiva – dall’apertura del rubinetto (e non scherzo!) allo spostamento delle stoviglie sul piano cottura – era dettato da un semplice fatto: la piccola è al piano di sopra che dorme. Non bisogna svegliarla! Arriva la mamma con un volto raggiante e ci saluta. Anche io e il mio amico, loro ospiti, la salutiamo cercando di fare il meno rumore possibile. Eravamo stati coinvolti – e questo è il punto che mi stupisce – anche noi in quel nuovo stile di rapporto, in quel nuovo modo di muoversi, colmo di attenzione e disponibilità, che quella bambina, per il solo fatto di esserci, stava determinando. Ogni singolo gesto quella sera era il riverbero di quel rapporto, così attuale e contemporaneo, da determinare quella attenzione, quella cura, quello stile nuovo. Non c’erano regole, imposizioni, c’era lei: la piccola al piano di sopra. Pur non avendola ancora vista nemmeno per un attimo, tutto, ma proprio tutto, parlava di lei.Gli occhi di quei due genitori, così commossi e spalancati davanti all’avventura nella quale dicono di voler verificare la fedeltà̀ di Colui che li ha chiamati; i loro volti così lieti, segno potente di cosa sta loro capitando; fino al modo in cui tutti in quella stanza appoggiavamo le posate sul tavolo per non fare rumore. E qui l’eco del testo: non c’è particolare, non c’è gesto che, per quanto piccolo e segreto, non raccontasse quella sera della presenza della piccola. Al punto che, in maniera del tutto inaspettata, quell’ansioso desiderio di poterla vedere che c’era all’inizio della cena, aveva lasciato il posto a un’attesa certa perché, in fondo in fondo, noi quella bambina l’avevamo già̀ incontrata. Tutta la realtà era trasparente di lei. Ogni azione quella sera si spiegava alla luce del fatto che lei era lì.Così, guardando a cosa è successo lì, mi si rende chiaro il concetto di merito: «Non esiste […] pensiero per quanto segreto, gesto per quanto insignificante, azione per quanto nascosta, che non sia gesto responsabile per l’universo», mosso da «quel nesso profondo con la presenza di Cristo nel mondo» (p. 279). 

Carron: Ti ho fatto intervenire perché tante volte noi ci complichiamo la vita. Invece, come vedete, è semplice riconoscere quando una presenza determina tutti i fattori della vita: la consapevolezza di quella bambina che dormiva al piano di sopra è bastata a determinare tutta la serata. Per questo, come dicevamo prima, solo se una presenza è talmente familiare e presente da investire la nostra vita, fino a renderci conto che tutto è vissuto in rapporto con essa, allora tutto è unito perché in ogni cosa si è tesi a vivere per quella presenza. Cristo non ha inventato un altro metodo, l’unica differenza è che ha introdotto nella nostra vita una Presenza, la Sua, infinitamente più potente rispetto alla piccolina che sta dormendo. La questione è se noi possiamo vivere le giornate, pur in mezzo alla distrazione, recuperando di tanto in tanto la consapevolezza di quella Presenza che rende uniti tutti i fattori della realtà, perfino ciò che uno cercherebbe di rinnegare. 

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