La necessità

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Padre Mauro Lepori – Umanizzarsi in Cristo pp. 45-48

Necessitas è una parola derivante da necesse, che, a quanto sembra, è composto del prefisso negativo ne- e del verbo cedere, che significa «cedere, indietreggiare». La necessità è quindi una realtà o una situazione di fronte alla quale non è possibile andarsene, che non si può evitare, davanti alla quale non si può fuggire. 

La necessità è dunque la realtà in quanto tale, la realtà della nostra condizione umana e terrena che non possiamo sfuggire, a meno che non si viva nel sogno, nell’illusione. Nella mitologia greca e romana, Anankè, la Necessitas, era la divinità che personificava il destino, la necessità inalterabile, la fatalità, quindi una dimensione della vita umana che ha un carattere terribile, perché non si può dominarla, conoscerla, ed è essa che ostacola la libertà e minaccia la vita e la gioia degli uomini. 

Il Cristianesimo non toglie nulla al dramma della necessità del reale nella vita umana, ma permette di vedere la realtà necessaria come espressione e volontà di un Dio amorevole e creatore. La realtà non è l’oceano tempestoso in cui l’uomo è gettato come una minuscola barca, ma l’immenso segno della provvidenza del Padre attraverso cui l’uomo entra in contatto e in dialogo con questo stesso Dio e Padre. La circostanza necessaria, inevitabile, diviene il luogo dove possiamo rispondere alla volontà di Dio, diventare responsabili di fronte al Padre. 

A questo riguardo, l’atteggiamento di Gesù nella barca in mezzo al mare in tempesta è significativo: «Salito sulla barca, i suoi discepoli lo seguirono. Ed ecco, avvenne nel mare un grande sconvolgimento, tanto che la barca era coperta dalle onde; ma egli dormiva. Allora si accostarono a lui e lo svegliarono, dicendo: “Salvaci, Signore, siamo perduti!”. Ed egli disse loro: “Perché avete paura, gente di poca fede?”. Poi si alzò, minacciò i venti e il mare e ci fu grande bonaccia. Tutti, pieni di stupore, dicevano: “Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?”» (Mt 8,23-27). Gesù dorme come un bambino nelle braccia di sua madre. I discepoli, invece, hanno paura e gridano: si sentono in balia di un destino di morte che non possono controllare. La necessità di questa circostanza come realtà di fronte alla quale non possono fuggire è per loro come una tortura. Gesù li richiama allora alla fiducia, alla fede, e lo fa mostrando che domina perfettamente questa realtà terribile e minacciosa. Ma attenzione: Gesù non rimprovera ai suoi discepoli di non saper dominare un mare agitato. Li rimprovera di non credere che Egli può e sa dominare tutto. Ancora non credono che Egli è Dio, e che la necessità non è una realtà di fronte a Lui, o in competizione con Lui, ma una realtà nelle sue mani. 

I discepoli di Gesù devono imparare che è Cristo che fa cessare l’influsso dominante della necessità sulla vita degli uomini. Senza Cristo, la necessità è una divinità temibile. Alla luce di Cristo, la necessità è creazione, dunque espressione dell’amore di Dio, o, in ogni caso, realtà che Dio può e sa sempre dominare. 

Alla luce della rivelazione giudaico-cristiana, la necessità, anziché minacciare e schiacciare l’uomo con la sua ineluttabilità, diventa allora spazio di lavoro, diventa realtà di cui l’uomo può fare qualcosa, una realtà con cui l’uomo può interagire per il suo bene e quello degli altri. 

Cristo ci rivela così che la realtà necessaria dell’esistenza non è solo e prima di tutto una conseguenza e una punizione del peccato originale. Gesù ci offre e ci chiede di ritornare mediante la fede e per grazia alla relazione con la necessità che Adamo aveva prima del peccato. 

Come ho già fatto notare, il lavoro è una vocazione dell’uomo fin dalla sua creazione. È il lavoro faticoso che è una conseguenza del peccato, ma non il lavoro in quanto tale. 

Leggiamo infatti nel secondo capitolo della Genesi: «Nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata – perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e nessuno lavorava il suolo (…). Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare (…). Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen 2,5-15). 

La dimensione del lavoro della terra, dunque del lavoro sulla natura che Dio ha creato, è contemporaneo alla creazione dell’uomo. Anche la creazione della vegetazione è fatta solo in funzione dell’uomo che può lavorarla, nutrirsene e ammirarla. Il lavoro fa parte del progetto che Dio ha concepito nel creare l’uomo. Senza il lavoro umano, è come se la terra, la natura non avessero senso. Dio crea perché la creazione sia creativa, ed essa non lo è se non con il lavoro dell’uomo. 

In Cristo, allora, è come se la necessità ritornasse al suo stato paradisiaco, al lavoro di Adamo prima del peccato. È significativo che la necessità di cui parla qui san Benedetto sia quella del lavoro della raccolta, che è sicuramente il primissimo lavoro che Adamo ha potuto fare, perché il «Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare». Adamo doveva solo cogliere i frutti per cibarsene con Eva. Cristo ci permette di ritornare a questa necessità positiva, anche se ora il lavoro è in effetti faticoso, mentre non lo era prima del peccato. 

Cristo ci permette dunque di riconciliarci con la necessità. Essa non è una divinità collerica, né una maledizione, non è un inconveniente o un ostacolo al progetto di Dio su di noi, ma piuttosto una possibilità di tornare a questo disegno e di viverlo in collaborazione con Dio. Il nostro impegno nella necessità del reale diventa per noi un’opera di Dio, una partecipazione all’opera di Dio, come la preghiera dell’Ufficio, dell’Opus Dei che compiamo in chiesa. 

Questo tema deve essere ripreso, perché l’uso del termine necessitas è piuttosto abbondante nella Regola, e non concerne solo l’ambito del lavoro manuale. Infatti, la vera necessitas loci a cui ci troviamo di fronte ogni istante, è quella del corpo, il nostro e il corpo comunitario del quale siamo chiamati ad essere membra vive. Il lavoro manuale è solo un elemento della vita di questo corpo. Occorre che le mani lavorino in unione con tutto il corpo, altrimenti ciò diventa terribile e assurdo come la mano che il re Baldassarre ha visto scrivere da sola sul muro del suo palazzo «mene, tekel, peres»… (cfr. Dn 5).

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