L’uomo fluttuante

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Padre Mauro Lepori – Sintesi della prima parte de “La comunione salva l’uomo fluttuante”

Viviamo in un clima sociale dominato dall’insicurezza, dall’instabilità e dalla provvisorietà.E questo a tutti i livelli dell’umano: a livello personale e sociale, a livello politico e ecclesiale, a livello economico e culturale. Le certezze su cui l’uomo si fondava fino a pochi decenni fa, sembrano tutte crollate o sul punto di crollare. Ma forse ciò che è crollato veramente non sono tanto questi ambiti dell’umano, che sono crollati e sono stati ricostruiti anche in altre epoche, magari in modo più rovinoso di oggi. Quello che sembra crollato oggi è la tendenza stessa ad aggrapparsi a delle certezze.È come se l’uomo d’oggi credesse così poco a una possibilità di certezza, che neppure fa il tentativo, il gesto di attaccarsi alla certezza stessa.È come se l’umanità d’oggi fosse come un uomo caduto in un torrente, che a lungo ha tentato di resistere alla forza delle acque, aggrappandosi a tutto quello a cui si poteva afferrare, un masso di pietra, un ramo d’albero, l’erba che cresce sulla riva del fiume. Ma siamo come giunti al punto in cui l’uomo non ha più la forza fisica e psichica di aggrapparsi, di fare questo sforzo, e soprattutto si è convinto che questo sforzo è vano, che non lo salverà dalla corrente del fiume.Anche perché per contrastare la corrente che lo trascina quest’uomo si è aggrappato a sostegni sempre più fragili – prima il masso, poi il ramo, poi l’erba –, per cui ha sentito che la certezza che lo sosteneva diventava oggettivamente sempre più fragile. La forza della corrente che lo trascina con sé, coniugata con la fragilità dell’appiglio nel quale ha cercato salvezza, hanno sempre più indebolito la convinzione con cui l’uomo si aggrappava a qualcosa per salvarsi. Il risultato è che l’uomo non ha più altra scelta, o crede di non aver più altra scelta, che quella di abbandonarsi alla corrente, di lasciarsi trascinare non si sa dove.L’unica realtà è la potenza trascinante della corrente stessa. 

Amo applicare a questa condizione dell’uomo attuale la definizione che san Benedetto, nella sua Regola, attribuisce al fratello che per la sua cattiva condotta è “scomunicato” dalla vita comunitaria e che nella sua ribellione non si lascia aiutare e correggere dalla comunità e dall’abate. Lo chiama fratello fluttuante (cfr. RB 27,3). Questa parola, secondo me, definisce bene l’uomo d’oggi, abbandonato alla corrente che lo strascina, oppure che galleggia sulla superficie del mare, salendo o scendendo a seconda delle onde. La corrente, le onde, sono di tutti i tipi: sono le mode, le ideologie, il potere politico o economico, le notizie dei media, le varie forme, spesso ibride, di religiosità, oppure i sentimenti e le impressioni del momento, o il grande oceano che oggi sta sommergendo tutto: la cultura internet. 

In mezzo a tutto questo, l’uomo è un oggetto fluttuante, un galleggiante che segue e subisce la corrente e l’onda, che sposa il movimento dell’onda. La fluttuazione è un modo istintivo di salvarsi. L’uomo crede di salvarsi “galleggiando”, cioè rimanendo in superficie. Non si accorge che una palla che rimane sulla superficie della corrente è anch’essa trascinata, segue la corrente, segue l’onda, ne è dominata. Ma la superficialità dà l’illusione di essere liberi dalla corrente, di sfuggire alla sua presa, di non sprofondare in essa, e quindi dà l’illusione di essere liberi. 

Il vero problema dell’uomo contemporaneo è forse proprio la superficialità,la superficialità come cultura, la superficialità come politica, la superficialità come religione, la superficialità come morale della vita. Basta guardarsi in giro. Con che superficialità si vive, si fanno le scelte che dovrebbero essere vitali![…]

San Benedetto, quando parla del “fratello fluttuante”, non lo fa per insultarlo, per prendersi gioco di lui, per condannarlo con disprezzo. Lo fa invece in un contesto in cui esprime la sua sollecitudine misericordiosa e il desiderio di venire in aiuto a questo fratello. Ne parla in uno dei capitoli più belli della Regola, in cui descrive come l’abate deve fare di tutto per cercare e salvare la pecora smarrita, per curare la pecora malata. 

Vi leggo un breve passo di questo capitolo 27 della Regola di san Benedetto perchè è da lì che vorrei continuare ad approfondire con voi il tema della nostra speranza responsabile nei confronti della crisi globalizzata dell’uomo contemporaneo: «L’abate deve prendersi cura dei colpevoli con la massima sollecitudine, perchè “non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mt 9,12). Perciò deve agire come un medico sapiente, inviando dei fratelli anziani e saggi che quasi segretamente consolino il fratello vacillante  e lo spingano a un’umile riparazione, consolandolo perchè “non sia sommerso da eccessiva tristezza”, in altre parole, come dice ancora l’Apostolo, “si intensifichi la carità nei suoi riguardi” (cfr. 2 Cor 2,7-8) e tutti preghino per lui.» (RB 27,1-4) […]

Tutta questa sollecitudine si riassume nella parola “consolazione” […] Cosa vuol dire consolare?[…] la consolazione è anzitutto una compagnia, ha la forma di una compagnia personale. I fratelli anziani e saggi vanno verso il fratello perduto e solo, e gli offrono amicizia. 

Questa è già un’enorme differenza fra la consolazione cristiana e quella del mondo. Il mondo pretende consolare con mezzi, cose, tecniche, terapie, distrazioni, e mille forme di doping.Non offre una consolazione personale, una compagnia che guarda e ascolta l’uomo fluttuante, e che gli parla veramente, e cammina con lui.Siamo arrivati al punto, soprattutto in Europa, di offrire come consolazione la morte! Tutte le associazioni per l’eutanasia, presentano l’offerta del suicidio assistito come ultima, totale e dignitosa consolazione del dramma della vita. La corrente dominante che trascina l’uomo fluttuante finisce in realtà in un abisso di morte. 

Ma dobbiamo renderci conto che la consolazione cristiana nella compagnia, come quella che offre san Benedetto, non è, per così dire, zuccherata, non è un’amicizia che rischia di alimentare il sentimentalismo e la superficialità in cui l’uomo fluttuante vive.In questo passo della Regola, l’abate manda a consolare il fratello disorientato dei “fratelli anziani e sapienti”. Questo significa che si tratta di monaci che hanno fatto esperienza della via della vita, che a partire da queste esperienza, e ascoltando Dio e gli anziani sapienti che li hanno preceduti, sono in grado di sussurrare al cuore e alla libertà del fratello smarrito una parola che lo richiami a convertirsi, a scegliere di nuovo la via buona, accompagnata, guidata, che offre la comunità cristiana, la comunità monastica. […] 

Consolare non vuol dire scusare tutto, dire alla persona che segue una via sbagliata che va bene così, che non deve cambiare. Consolare è una “provocazione”, una parola che provoca nel senso etimologico del termine pro-vocare, che si potrebbe rendere con: chiamare la libertà di una persona ad uscire o ad andare avanti, quindi a scegliere, almeno con il desiderio, ciò che è migliore, ciò che è più giusto, ciò che è piè vero. La vera consolazione, la vera compagnia alla solitudine autonoma e nociva in cui l’altro si può trovare, per scelta propria o trascinato dalla corrente di un ambiente che non provoca al bene, al vero, al bello, la vera consolazione è un appello alla libertà del cuore, una chiamata, una parola, che fa pregustare questo bene, fa desiderare questa esperienza buona che l’altro sta rifiutando. 

Per questo san Benedetto parla di “provocare alla riparazione dell’umiltà”.Cosa significa che l’umiltà basta per riparare i nostri errori, le nostre scelte sbagliate? Anche qui non si tratta solo di un sentimento, ma della coscienza della portata della nostra libertà, del valore della posizione del nostro cuore. Dire che è l’umiltà che ripara, che soddisfa la mancanza di giustizia di cui siamo colpevoli, vuol dire che la libertà del cuore umano ha un immenso valore, ha un grande “potere”, o meglio: una grande responsabilità.Quando il cuore diventa cosciente del proprio male e del proprio bene, basta che prenda la posizione umile di riconoscere di aver sbagliato, la posizione umile di voler cambiare chiedendo e accettando aiuto e guida, per trovarsi già sulla buona strada, per non essere più perduto, fluttuante, ma capace di camminare su un cammino sicuro e libero, obbedendo. 


Per leggere il testo completo de “La comunione salva l’uomo fluttuante” di Padre Mauro Lepori clicca qui.

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