Pensieri controcorrente

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“Oggi concepiamo l’uomo unicamente come sforzo di volontà, ma lo concepiamo così al solo fine di sradicarlo anche da se stesso. Tutta l’idea di libertà che si basa sul nesso che libertà è volontà, ossia assenza di legami è, in realtà, una non-libertà, ovvero uno sradicamento […] La libertà è una cosa più complicata dei “diritti”, la libertà è una forma di disciplina. C’è un aneddoto che mi è sempre piaciuto: ti prendo, ti butto in mezzo al deserto e ti dico “vai, sei libero”. Tu non sei libero, anche se in apparenza lo sei. Per essere libero dovresti conosce le oasi più vicine, sapere dove andare, saperti orientare. Oggi l’uomo è disorientato. Ma questo disorientamento lo chiama “libertà”. Bisogna al contrario essere consapevoli di com’è questo mondo, per tracciare un sentiero che è la tua vera, disciplinata libertà” [Giovanni Lindo Ferretti]

“In che cosa consiste questa malattia? Si può descrivere sinteticamente così: è come se l’uomo non riuscisse più a voler bene a se stesso. C’è una strana insofferenza nei confronti della propria umanità. Oggi l’uomo sperimenta uno strano e innaturale scandalo di fronte all’aspetto di limite che l’esistenza umana porta con sé, che la carne e il sangue della nostra esistenza portano in sé. Basti pensare al successo universale dell’ideologia gender. Il fatto che io non posso essere donna, anche se volessi esserlo, è un limite. Essere uomini significa essere limitati. Significa, in altre parole, in un certo modo, non essere “tutto”, non essere Dio. Nei giovani che incontro, mi colpisce sempre di più questo fatto: ogni insuccesso, in qualunque campo, ogni esperienza del proprio limite, ha il sapore di una tragedia. Diviene motivo di depressione. Da dove viene questa estrema vulnerabilità? A mio avviso, da una sorta di strano, sempre più inconsciamente diffuso, pregiudizio: dalla pretesa di essere Dio, dall’idea che io sia e debba essere onnipotente. Paradossalmente, l’insopportabilità del proprio limite non è dovuta all’essere limitati, ma all’immagine astratta, disincarnata che abbiamo di noi stessi e che il limite sembra contestare”. [Don Paolo Prosperi]

“C’è un aspetto fondamentale della consolazione cristiana […] Il fatto che la consolazione è anzitutto una compagnia, ha la forma di una compagnia personale […] Questa è già un’enorme differenza fra la consolazione cristiana e quella del mondo. Il mondo pretende consolare con mezzi, cose, tecniche, terapie, distrazioni, e mille forme di doping. Non offre una consolazione personale, una compagnia che guarda e ascolta l’uomo fluttuante, e che gli parla veramente, e cammina con lui. Siamo arrivati al punto, soprattutto in Europa, di offrire come consolazione la morte! Tutte le associazioni per l’eutanasia, presentano l’offerta del suicidio assistito come ultima, totale e dignitosa consolazione del dramma della vita. La corrente dominante che trascina l’uomo fluttuante finisce in realtà in un abisso di morte. Ma dobbiamo renderci conto che la consolazione cristiana nella compagnia […] non è, per così dire, zuccherata, non è un’amicizia che rischia di alimentare il sentimentalismo e la superficialità in cui l’uomo fluttuante vive […] Consolare non vuol dire scusare tutto, dire alla persona che segue una via sbagliata che va bene così, che non deve cambiare. Consolare è una “provocazione”, una parola che provoca nel senso etimologico del termine pro-vocare, che si potrebbe rendere con: chiamare la libertà di una persona ad uscire o ad andare avanti, quindi a scegliere, almeno con il desiderio, ciò che è migliore, ciò che è più giusto, ciò che è più vero. La vera consolazione, la vera compagnia alla solitudine autonoma e nociva in cui l’altro si può trovare, per scelta propria o trascinato dalla corrente di un ambiente che non provoca al bene, al vero, al bello, la vera consolazione è un appello alla libertà del cuore, una chiamata, una parola, che fa pregustare questo bene, fa desiderare questa esperienza buona che l’altro sta rifiutando”. [Padre Mauro Lepori]

“Alla fine degli anni Novanta anche la crisi economica giapponese aveva avuto tra le sue conseguenze un aumento significativo del numero di suicidi. Si trattava per lo più di uomini al di sopra dei cinquanta anni che si trovarono messi ai margini dei processi di ristrutturazione industriale. Spesso sceglievano di gettarsi sotto i treni che entravano in stazione. L’ ampiezza di questo fenomeno condusse una compagnia dei treni di Tokyo ad installare dei cosiddetti “specchi anti-suicidio”. Gli psicologi giapponesi pensavano che restituire al soggetto la sua immagine avrebbe potuto avere un effetto dissuasivo: vedere la propria immagine di uomo avrebbe dovuto smorzare la spinta a suicidarsi. Una iniezione di narcisismo per contrastare il sentimento depressivo che li conduceva nel baratro. Pensiero ingenuo. L’immagine di sé non è l’immagine che restituisce lo specchio ma quella che restituisce il corpo sociale, le persone che amiamo e che stimiamo; lo specchio che conta è lo specchio che ci restituisce la dignità del nostro essere uomini. Coloro che decidono per il suicidio sono uomini che hanno perduto la loro immagine, che hanno incontrato uno specchio in frantumi.” [Massimo Recalcati]

“Persino in condizioni disperate il desiderio può essere risvegliato aiutando a passare dal «non mi aspetto nulla dalla vita» al «che cosa la vita si aspetta da me?», solo la risposta a questa domanda rende l’uomo insostituibile e l’esistenza appassionante […] il poeta contemporaneo Daniele Mencarelli lo ha sperimentato con sofferenze enormi, come racconta nel suo recente romanzo autobiografico «La casa degli sguardi». Distrutto dalla dipendenza dall’alcol, in preda alla disperazione chiede aiuto a un amico che gli trova un posto di addetto alle pulizie nell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Il dolore dei piccoli e la responsabilità di un lavoro da far bene per loro risvegliano la passione quasi distrutta per la vita […] tocca a lui prendersi cura di loro che lo attendono, forte e lucido, ogni giorno: «Non mi posso più permettere di fuggire, d’avere la vista annebbiata, voglio guardare in faccia le cose». Noi diventiamo capaci di «attendere a» (bella forma italiana per indicare il prendersi cura) qualcosa o qualcuno, solo quando diventiamo consapevoli che quel qualcosa o qualcuno ci «attende»”. [Alessandro D’avenia]

“Era come se mi fosse successo questo: un giorno, non so quando, mi avevano messo in una barca e poi mi avevano allontanato da una riva [del fiume] e mi avevano indicato la direzione verso l’altra riva, avevano messo i remi nelle mie mani inesperte e mi avevano lasciato solo. Remavo come potevo e navigavo, ma, quanto più andavo verso il centro del fiume, tanto più rapida si faceva la corrente che mi portava lontano dalla metae sempre più spesso incontravo dei rematori che, come me, erano trasportati dalla corrente. Vi erano rematori solitari che continuavano a remare; vi erano rematori che avevano gettato via i remi; vi erano grandi barche, bastimenti enormi pieni di gente; alcuni lottavano con la corrente; altri vi si abbandonavano, e quanto più avanzavo, tanto più, guardando in giù, in direzione di tutta la fiumana dei naviganti, io dimenticavo la direzione che mi era stata indicata. Proprio in mezzo alla fiumana, nel fitto delle barche e dei bastimenti che scendevano lungo la corrente, finii col perdere del tutto la direzione e lasciai i remi. Da tutte le parti, con allegria e con giubilointorno a me, con le vele o con i remi i navigatori venivano giù veloci seguendo la corrente, assicurando a me, e assicurandosi tra di loro, a vicenda, che non vi poteva essere un’altra direzione. Ed io credetti loro e navigai per un po’ insieme con loro. E fui portato lontano, così lontano che sentii il rumore delle cascate contro le quali dovevo andare a infrangermi e vidi le barche che vi si infrangevano ed io tornai in me. A lungo non riuscii a capire che cosa mi era successo. Vedevo davanti a me soltanto la perdizione, verso la quale correvo e di cui avevo paura, da nessuna parte vedevo scampo e non sapevo che fare. Ma avendo gettato uno sguardo indietro, vidi innumerevoli barche che senza interruzione, ostinatamente, fendevano la corrente, mi ricordai della riva, dei remi e della direzione, e cominciai a remare indietro per risalire la corrente verso la riva. Quella riva era Dio, la direzione indicatami era la tradizione e i remi la libertà che mi era data di approdare alla riva e di unirmi a Dio“. [Tolstoj]

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