Un vento impetuoso

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Emmanuele Silanos – Fraternità e Missione →

 

Davanti al fatto dell’Incarnazione che irrompe nella nostra vita, spesso la reazione è la paura. Ma è proprio questo che desideriamo: qualcosa che ci sconvolga e chieda il nostro sì.

Nella sala da pranzo di casa nostra, a Roma, ci sono quattro dipinti di una pittrice milanese, Paola Marzoli, che si è convertita in Terra Santa e ha cominciato a dipingere quadri che rappresentano quei luoghi. Di ogni posto, ha scelto un particolare. Difficilmente capisci che si tratta di Nazareth, del lago di Tiberiade, dell’Orto degli Ulivi, del Giordano… Ma se poi ti dicono: questo è Nazareth, questo è il Getsemani, allora sì, capisci che è riuscita con un particolare a descrivere tutto un luogo, a raccontare tutta una storia, o meglio, a raccontare la nostra storia. Il quadro che mi piace di più raffigura un’enorme palma (e il quadro è in effetti molto grande, occupa quasi una parete). E questa palma, dipinta in modo perfetto (sembra una fotografia) appare sconvolta dal vento, un vento potente e impetuoso. In un angolino spuntano dei mattoni bianchi e rosa, e lì puoi intuire che si tratta della basilica di Nazareth. Quando, un paio di anni fa, la pittrice è venuta da noi per tenere una lezione ai seminaristi, ci ha spiegato il perché della scelta di identificare Nazareth con questa palma: attraverso una palma sconvolta dal vento, voleva dare il senso di un fatto che irrompe dentro la realtà e la scuote, la stravolge. Quel fatto è l’Incarnazione.

L’inizio del Vangelo di Luca è come l’irruzione di un vento che sconvolge la storia: niente, dopo quel giorno, sarà più come prima. L’angelo Gabriele, che si reca da Zaccaria e poi da Maria, dice ad entrambi: “Non temere”, ovvero, “non avere paura”. Paura di che cosa? Zaccaria e Maria rappresentano l’umanità intera. E di che cosa ha paura l’umanità? Di che cosa abbiamo paura noi? Paura di dire di sì a un fatto che può sconvolgere la tua vita fino al punto da doverla donare. Eppure, proprio questo è ciò che il nostro cuore attende: desideriamo essere mossi dal nostro immobilismo e trascinati da qualcosa di grande che sconvolga la nostra vita e quella del mondo in cui viviamo. Siamo in attesa di una proposta come quella, scandalosa, che l’Angelo ha fatto quel giorno a Maria, svelandole la sua vocazione: collaborare all’opera di Dio nel mondo.

Maria era certa che Dio sarebbe intervenuto nella storia, ma quando giunge l’Angelo è come se le si aprissero gli occhi e dicesse: “Ecco che cosa in realtà il mio cuore stava attendendo. Ecco ciò per cui sono stata pensata sin dall’inizio, ecco ciò che desideravo senza esserne ancora consapevole”. Accade così per ogni vocazione che viene svelata agli occhi di chi è chiamato. Accade così quando si riconosce l’uomo o la donna della propria vita. È come se dicessi: “Ecco che cosa stavo aspettando, ecco che cosa stavo cercando in tutte le altre donne. Cercavo lei”. Accade così quando uno riconosce di essere chiamato alla verginità. È accaduto così anche con la Madonna. E in che cosa consisteva la sua vocazione? Portare nel suo grembo e poi dare alla luce il Verbo di Dio, cioè la Sua Parola. Come dice Charles Péguy, a noi è stato dato di «conservare vive le parole della vita, di nutrire col nostro sangue, con la nostra carne, col nostro cuore delle parole che senza di noi cadrebbero scarnite, è da noi che dipende di conservare queste parole, di assicurare (è incredibile), di assicurare alle parole eterne come una seconda eternità».

Che quel fatto che ha cambiato la storia come un vento impetuoso continui a sconvolgere la nostra vita e quella dei nostri fratelli uomini, dipende da noi, dal nostro sì di ogni giorno, e da come conserveremo vive e carnali quelle parole eterne pronunciate nel tempo: Il Verbo si è fatto carne ed abita in mezzo a noi. Quelle parole vanno conservate, annunciate, gridate al mondo perché il mondo possa essere un’altra volta sconvolto da quel vento. Questo è il senso di ogni vocazione.

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