don Simone Moretti – Ritiro di Quaresima
Quando don Mario mi ha chiesto di predicare questo ritiro l’ho sentito subito come un’occasione per me per poter vivere meglio questo tempo di Quaresima che la Chiesa ci propone ogni anno. Il desiderio che ho rispetto a questo tempo che si apre davanti a noi è quello di sfruttarlo al massimo.
I tempi Liturgici, infatti, non sono semplicemente dei simboli, delle divisioni solamente umane del tempo per ricordarci di alcuni eventi o concetti importanti. I tempi Liturgici sono segni sacramentali. Ovvero quello che la Chiesa ci propone di meditare e di vivere, si realizza nella nostra vita attraverso l’azione dello Spirito Santo e della nostra libertà (non c’è magia o automatismo, dobbiamo starci). Si realizza secondo i tempi ed i disegni di Dio. Possiamo pensare ad esempio ai 40 anni che Israele passò nel deserto. Quel cammino aveva uno scopo. Attraverso quel cammino, Dio stava offrendo qualcosa al Suo Popolo; così anche ora, attraverso la Chiesa, Dio ci propone il cammino della Quaresima, ci offre qualcosa.
Allora la prima domanda che possiamo farci è: Cosa ci offre la Quaresima? Cosa ci propone la Chiesa in questo tempo?
Ci viene in risposta la preghiera di colletta del Mercoledì delle Ceneri:
«O Dio, nostro Padre, concedi al popolo cristiano di iniziare con questo digiuno un cammino di vera conversione, per affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male.»[1]
Un cammino di vera conversione. Lo scopo della Quaresima è la conversione, la nostra conversione. Una conversione che si realizza attraverso un combattimento contro lo spirito del male, usando le armi della penitenza.
- Conversione: quando si abbandona l’idea di sopravvivere ad ogni costo
La prima parola da guardare è conversione. Cos’è la conversione? Lo scopo di questa meditazione è quello di aiutarci a chiarire cos’è la conversione. Una prima risposta la possiamo trovare nel messaggio per la Quaresima scritto da Papa Leone XIV. Dice il Papa:
«La Quaresima è il tempo in cui la Chiesa, con sollecitudine materna, ci invita a rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, perché la nostra fede ritrovi slancio e il cuore non si disperda tra le inquietudini e le distrazioni di ogni giorno.»[2]
Ecco la conversione è rimettere il mistero di Dio al centro della nostra vita, affinché il cuore non si disperda. Continua il messaggio del Papa dicendo:
«Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera. Per questo, l’itinerario quaresimale diventa un’occasione propizia per prestare l’orecchio alla voce del Signore e rinnovare la decisione di seguire Cristo, percorrendo con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e risurrezione.»[3]
La conversione è rimettere il Mistero di Dio al centro della nostra vita, rinnovare la decisione di seguire Cristo, spinti dalla Sua Parola, dalla Sua Grazia. La Conversione è anzitutto una grazia. Non è semplicemente un buon proposito. Allora la prima cosa che possiamo fare, la cosa più ragionevole, è domandare a Dio di aiutarci a capire e a vivere la conversione; per questo abbiamo cantato Discendi Santo Spirito all’inizio.
Ma qual è lo scopo? La meta della conversione? Afferma la preghiera di Colletta della I Domenica, che celebreremo tra poco:
«O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi tuoi fedeli di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.»[4]
Lo scopo è crescere nella conoscenza del mistero di Cristo. Conoscenza per la Bibbia non è un termine semplicemente intellettuale. Sapere più cose. Ma ha anche un valore affettivo. Cioè essere più uniti a Lui. Come diceva il messaggio del Papa: percorrere con Lui la via che sale a Gerusalemme, dove si compie il mistero della sua passione, morte e resurrezione. La meta è la gioia della Pasqua. Non una gioia qualsiasi ma la gioia di Pasqua.
C’è una storia che può aiutarci a vedere cosa sia la conversione. Come se fosse un’immagine della conversione. È la storia di Franz Jägerstätter, un contadino austriaco, morto durante la II guerra mondiale, ucciso dai tedeschi perché si è rifiutato di giurare fedeltà a Hitler. Aveva moglie e 4 figli. È stato fatto un film su di lui e anche una mostra. Franz è stato beatificato nel 2007. In questo video tratto dal film si vede il l’ultima fase della sua vita, quando definitivamente matura la scelta di non giurare, che lo porterà alla morte.
Video – Franz Jägerstätter,
Mi ha sempre colpito questo cambio, quando Franz dice: “quando si abbandona l’idea di sopravvivere a tutti i costi, arriva un luce nuova”. C’è un aspetto di morte, di mortificazione, ma per far entrare una luce nuova, una speranza nuova.
Tutto questo può essere una prima risposta, ma penso che possiamo andare più in profondità per comprendere cosa sia la conversione e cosa sia questa gioia di Pasqua, guardando proprio al combattimento che dobbiamo affrontare, e avendo sullo sfondo la vicenda di Franz.
- Combattimento contro lo spirito del male
Diceva la preghiera di colletta che c’è un combattimento. Ecco la prima cosa da dire è che nella vita cristiana c’è una lotta da affrontare. Una lotta per la verità di noi stessi, una lotta per amare. Figlio, se ti presenti per servire il Signore, preparati alla tentazione (Sir 2,1) dice il libro del Siracide.
Dopo i 40 anni nel deserto Mosè fa un lungo discorso al popolo in cui gli dice: Ricordati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i suoi comandi. (Dt 8, 2)
C’è un combattimento, c’è una prova. L’amore cresce nella prova. È nella prova che emerge cosa veramente amiamo. È nella prova che decidiamo cosa amare. Dice Ratzinger: «per maturare, per trovare davvero sempre più la strada che da una religiosità di facciata conduce a una profonda unione con la volontà di Dio, l’uomo ha bisogno della prova. Come il succo dell’uva deve fermentare per divenire vino di qualità così l’uomo ha bisogno di purificazione, di trasformazioni che per lui sono pericolose, che possono provocarne la caduta, che però costituiscono le vie indispensabili per giungere a se stessi e a Dio. L’amore è sempre un processo di purificazioni.»[5]
Nella Quaresima è come se il Signore ci dicesse: “se vuoi che la tua fede cresca, che la tua speranza cresca, che la carità cresca, cioè se vuoi essere più unito a me, non aver paura della lotta, della prova. Combatti con me, combatti insieme a me”.
Combattere ok, ma combattere contro cosa? Dice sant’Agostino che due amori generarono due città: “l’amore di sé fino al disprezzo di Dio generò la città terrena mentre l’amore di Dio fino al disprezzo di sé generò la città di Dio”[6]. Cosa vuol dire disprezzo di sé e amore di sè? Non è il disprezzo che abbiamo in mente. Agostino parla dell’amor proprio in senso mondano. Cioè l’essere centrati in se stessi, la brama di potere e di dominio. Si tratta di fatto del peccato originale che abita in noi e che ci spinge a cercare la nostra affermazione, la nostra felicità, in modo egoistico. Ci affermiamo così perché in fondo ci concepiamo da soli. La lotta, quindi, è contro questo modo di affermare noi stessi. È contro questa spinta all’auto-affermazione che abbiamo dentro tutti e che si manifesta in molti modi.
Io vado ogni tanto al carcere minorile insieme a don Nicolò e lì vedi con più chiarezza il volto del male che, in fondo, ha il volto della solitudine. Una volta un ragazzo mi ha mostrato una penna che nascondeva sotto la manica e si giustificò dicendo “dobbiamo difenderci”. Era vero, se la mia vita non è amata all’origine, se non è amata ora, da qualcuno; non se non sono stato amato, ma se non è amata ora, cioè affermata ora, indipendentemente da tutto, bè allora devo affermarla io. Devo difendermi da chi la vuole schiacciare o da chi vuole affermare la sua vita a discapito della mia.
E se devo affermarla io allora devo avere il potere: cioè soldi, forza, capacità ecc.
L’auto-affermazione nasce dalla solitudine, pensiamo in fondo di essere soli, pensiamo che la nostra vita non sia amata e voluta.
ATTENZIONE: Noi possiamo intraprendere questa lotta, cioè contrastare questa spinta, non perché siamo più bravi di altri ma perché nella nostra vita è stata introdotta, per grazia, una possibilità nuova a partire dal Battesimo. Nel Battesimo Dio ci ha detto “Tu sei mio figlio, mia figlia, l’amato, l’amata (cfr. Mt 3,17)…non devi affannarti per cercare di affermare te stesso da solo; sono Io che ti affermo. La tua consistenza è in me, nello sguardo che puoi ricevere da me, nel compito che ti affido (con le sue croci e le sue gioie).” Non è un caso che il Battesimo sia proprio il simbolo di una Pasqua, di un passaggio dalla morte alla vita nuova della resurrezione. Non è solo una questione della vita e della morte biologica. Ma di come viviamo la vita oggi.
Il cammino della Quaresima vuole essere un tempo favorevole affinché questa vita nuova cresca in noi. Allora vediamo più nel dettaglio alcuni aspetti di questa lotta.
Guardiamo alle tre armi che la Chiesa ci consegna. La prima è il digiuno.
- Digiuno: un’arma per la conversione del Desiderio.
C’è una preghiera di Quaresima che dice così:
«[Signore] Accordandoci i beni che passano, tu ci sospingi al possesso della felicità che permane e, mentre concedi le consolazioni della vita presente, già prometti le gioie future perché ci sia dato fin d’ora di pregustare un’esistenza perenne, e la bellezza delle cose transitorie non ci imprigioni.»
La bellezza delle cose transitorie può imprigionarci, cioè possiamo fermarci lì. Mangiare una bella fiorentina, bere una birra, sono cose belle, che ci danno piacere e soddisfazione ma ecco possiamo fermarci lì. Farci imprigionare da piaceri piccoli, da soddisfazioni momentanee. Cercare solo quel tipo di soddisfazione, sganciandolo da tutto il resto; chiuderci in una soddisfazione egoistica. Ci sono solo io ed i miei bisogni.
Il digiuno non è anzitutto un “no” ma un “si” ad un bene più grande che ci è offerto. Quando Gesù digiuna per 40 giorni nel deserto alla fine è tentato da Satana che gli dice di cambiare le pietre in pane. Gesù risponde “non di solo pane vivrà l’uomo ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Il digiuno è affermare che desidero un cibo migliore, che il mio desiderio non si sazia appena mangiando del pane, o mangiando una fiorentina, o un hamburger, o bevendo la birra, o del vino; è riconoscere che il mio desiderio più vero e autentico è più profondo, è desiderio di un cibo che non passa. È il desiderio di Dio. Se Dio non mi parla, anche il mangiare e il bere perdono il loro significato. Se Dio non è con me, alla fine anche mangiare non serve, è un distrarsi, è un tirare avanti.
Il digiuno non vale solo per il cibo, pensiamo ad esempio allo smartphone, ai social, alle serie Netflix; lo sappiamo bene che tutto questo può diventare una grande distrazione, un grande anestetico per non guardare in profondità il nostro desiderio.
Don Fabio Rosini, quando parla del vizio della gola nel suo libro “l’arte della buona battaglia” inizia tutto il suo discorso dicendo che l’uomo ha dentro di sè una paura: la paura della morte, la paura di non essere, cioè l’uomo dipende, non può darsi la vita e la felicità da solo. Quindi l’uomo percepisce, inconsciamente, questa sua precarietà, questa sua fragilità, questo suo bisogno di essere ed è come sull’orlo del nulla ed ha bisogno di trovare un appoggio. Il piacere che possiamo avere mangiando, guardando una serie ecc – dice don Fabio – in fondo ci da una certa rassicurazione, ci fa sentire di esistere, ed è lì che scatta la trappola: si finisce per vivere per nutrirsi anziché nutrirsi per vivere. Chi cade nel vizio della gola finisce per vivere cercando continuamente la rassicurazione esistenziale che viene dal piacere, dall’appagamento dei propri bisogni.[7] Vive tra una compensazione e l’altra. Ma è una rassicurazione effimera. Capite che se ogni volta che sento questo vuoto esistenziale mi stordisco con il piacere, difficilmente potrò trovare una vera risposta. Capite anche perché è un modo di auto-affermarsi perché sono io che affermo la mia vita, sono io che soddisfo i miei bisogni e così esisto.
Allora il punto è: che tipo di rassicurazione cerchiamo? Di che tipo di rassicurazione abbiamo bisogno?
Ogni vizio si appoggia su qualcosa di vero e di autentico che però viene distorto. È chiaro che abbiamo bisogno di una rassicurazione perché è vero che la nostra vita dipende. Ecco, digiunare significa affermare che la nostra sussistenza non viene innanzitutto dal cibo ma dal rapporto con Dio. Educare il nostro cuore a cercare anzitutto la consolazione che viene da Dio.
Nel video abbiamo visto Franz donare il suo pezzo di pane ad un altro prigioniero, totalmente ripiegato sul suo piatto, come un animale….penso che anche Franz avrà avuto fame in quel momento; non deve essere stato facile donare quel pezzo di pane. Avrà dovuto “rinnegare se stesso” o almeno una parte di sé, quell’istinto che lo spinge a sopravvivere ad ogni costo, a pensare a se stesso e basta. Come ha potuto farlo? Lui era lì liberamente, non costretto, aveva scelto un altro pane. Il pane della verità e del bene. Il pane della volontà di Dio.
Io ho iniziato a fare digiuno quando sono entrato in seminario e lì mi ha colpito anche un altro aspetto: il digiuno è un atto concreto. Io non ho la forza di desiderare Dio però posso digiunare. Non ho la capacità di generare in me chissà quali slanci di carità e di preghiera però posso digiunare. Il digiuno è un modo semplice e concreto per affermare il mio desiderio di Dio perché sono fatto di corpo e anima. Un modo concreto per educare l’anima è partire dal corpo.
Un altro aiuto a vivere il digiuno è offrirlo per qualcuno. Per una persona cara, per una situazione.
- Elemosina: non sono più io al centro.
La seconda arma è l’elemosina.
C’è una storia che raccontano i monaci del deserto: si narra di un eremita che era nella su cella e digiunava tutti i giorni. Un giorno gli appare un Angelo che gli dice: “sei bravo ma il panettiere del paese qua in fondo è più bravo di te” e lui allora pensa “ma com’è possibile?!” e allora altri digiuni finché non gli appare di nuovo l’Angelo che gli dice lo stesso. Allora lui continua, altri digiuni e di nuovo lo stesso. Infine decide di andare in paese a vedere cosa fa questo panettiere e cosa scopre? Il panettiere non digiunava ma faceva sempre del pane in più che donava ai poveri. Il monaco torna a casa profondamente pentito e umiliato. Capisce che anche il digiuno può essere una forma per affermare se stessi individualisticamente.
Soddisfare i nostri desideri può alimentare il nostro ego, centrarci su noi stessi, ma anche il digiuno può essere a volte un’arma a doppio taglio e alimentare il nostro ego. Farci credere dei grandi perché facciamo questo e quello. Perché in fondo ci salviamo da soli, con le nostre forze e le nostre strategie.
Maestro buono cosa devo fare per ottenere la vita eterna? (cfr. Mc 10, 17) Mi ha sempre colpito che il giovane ricco chiede: cosa devo fare, cioè al centro c’è sempre lui con le sue azioni, le sue performance. Qual è il grande passo che Gesù gli chiede e che in quel momento il giovane ricco non riesce a fare? seguire un Altro. Una cosa sola ti manca, va vendi quello che hai e dallo ai poveri poi vieni e seguimi (Mc 10,21) Cioè fidati di me, affida a me la tua vita. Con le tue forze forse puoi arrivare a compiere i comandamenti (più o meno bene) ma non ti basta per darti la felicità, la vita eterna, la vera gioia. Non è un caso che sia ricco perché la ricchezza in fondo è ciò in cui confidiamo. Possono essere i beni materiali o le nostre capacità.
Il peccato originale che abbiamo ci fa nascere così, un po’ egocentrici. L’elemosina ci aiuta su diversi aspetti a che sono due facce della stessa medaglia:
- Il distacco dai propri beni.
Sempre don Fabio Rosini, nel libro già citato “L’arte della buona battaglia” quando tratta il vizio dell’avarizia dice che l’accumulare soldi in fondo è un altro modo, più alto e sofisticato, per rassicurarci. Come abbiamo detto siamo limitati, fragili, cioè non possiamo darci da soli la vita e la felicità, allora, se non scopriamo che siamo figli, finiamo per riporre la nostra speranza, la nostra sicurezza nei soldi, nel potere.[8] Come dicevo anche all’inizio, se devo affermare io la mia vita allora devo avere il potere, più ho e più posso affermarmi. Anche se, lo sappiamo, è un’affermazione illusoria, che dura poco. La sicurezza che ci donano i beni, le cose che abbiamo è effimera, è fragile.
Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.[…] Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona. [Dio e il denaro] (Mt 6, 19-24)
Cioè non potete riporre la vostra speranza su Dio e contemporaneamente su altro, su voi stessi. È più facile riporre la propria speranza in se stessi ma è illusorio.
Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? [cioè per quanto tu possa accumulare non risolverai mai il vero problema, cioè che la tua vita dipende] E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; [cioè coloro che non ha scoperto il volto di Dio come Padre] il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. (Mt 6, 25-33)
Ecco l’elemosina, donare qualcosa di quello che abbiamo, ci educa anzitutto a riporre la speranza nel Padre, a vivere queste parole di Gesù.
Forse il santo che più incarna questa vita abbandonata alla provvidenza di Dio è un santo della mia terra, san Francesco d’Assisi. San Francesco ha scelto di vivere questo radicale abbandono a Dio e si è privato di tutto. Questo è anche il segreto della sua gioia e della sua letizia: vivere totalmente affidato alla provvidenza di Dio che lo ha chiamato a seguirlo su un cammino radicale. Non è che tutti siamo chiamati a fare quello che ha fatto san Francesco però lui ci pone davanti la bellezza dell’ideale. A volte le rinunce ci spaventano però penso che sia importante guardare anche la bellezza dell’ideale che la quaresima ci pone davanti: la libertà dei figli, la pace e la letizia che vengono dal sapere che abbiamo un Padre e quindi una liberazione dall’ansia e dall’angoscia. Quando san Francesco si spoglia dei suoi vestiti nel vescovado di Assisi (dove il padre lo aveva portato per denunciarlo), lui restituisce tutto al padre terreno e rivolto al cielo dice “d’ora in poi dirò Padre Nostro che sei nei cieli”.
- La vita come dono di sé
L’altro aspetto cui ci educa l’elemosina, strettamente legato a questo distacco dai propri beni, è la vita come dono di sé. Ci fa uscire dall’individualismo per andare verso gli altri. San Francesco dona i suoi beni e poi va a servire i poveri.
Accorgerci che abbiamo un Padre, che siamo voluti e amati ora, significa accorgerci che anche gli altri sono voluti ed amati. Nel film su san Francesco di Liliana Cavani si vede san Francesco piangere davanti ad un condannato a morte mentre dice “è mio fratello”, cioè come il Padre ama me, così ama anche lui, è mio fratello, anche se non lo conosceva.
Nel video abbiamo visto Franz che dona il suo pane, e anche suo moglie Franziska che dona del cibo ad una vicina, mentre dice: “quando smetti di cercare di sopravvivere ad ogni costo entra una luce nuova, prima non avevi mai tempo, ora hai quello che ti serve [cioè smetti di cercare di afferrare la vita, di arraffare tutto quello che puoi] prima non perdonavi mai, giudicavi gli altri senza pietà, ora vedi le tue debolezze e così capisci le debolezze degli altri”.
Quando gioco a calcio con i ragazzi del campetto e magari perdono sempre è colpa di qualcun altro, del pallone, degli altri. Non è ammissibile accettare la propria debolezza. Devono difendersi.
Invece quando ti apri al rapporto col Padre, non hai più bisogno di difenderti dagli altri, non hai più bisogno di nascondere le tue debolezze. Anzi hai compassione, hai pietà, un sentimento sempre più raro nella società di oggi. Ed è vero anche il cammino inverso, se inizi ad aiutare gli altri, ad avere compassione, ti apri al rapporto col Padre.
Spero anche qui si possa intravedere la bellezza dell’ideale cui ci richiama la Quaresima: il superamento dell’estraneità tra noi, il sentire gli altri come fratelli e sorelle.
Anche l’elemosina è un atto concreto che ci educa. In questa Quaresima possiamo buttare il superfluo, scegliere di donare qualcosa ai poveri, per educare in noi la coscienza del Padre. Per rinnovare il nostro affidamento al Padre.
- Preghiera: Non io ma Tu.
La terza arma è la preghiera. Lo scopo di tutti questi gesti, lo abbiamo già detto, è crescere nel rapporto col Padre; realizzare questo spostamento, che è una Grazia, che avviene per Grazia, dal consistere in noi stessi, dal cercare una nostra auto-affermazione, che sia nella soddisfazione dei bisogni, nel possesso o nel successo, al consistere nel rapporto col Padre, che è la vera libertà. Che è la vita nuova. Allora si capisce che l’arma fondamentale che la Chiesa ci indica è la preghiera.
La preghiera che non sono solamente le parole che noi diciamo a Dio. Anche quelle ovviamente ma è anche ascoltare, come ci ha ricordato il Papa, quello che il Signore ci sta dicendo. Mettersi davanti a Lui, alla Sua presenza. Lasciare che sia Lui a guidare la nostra vita, a correggere la nostra vita.
Scrollarsi di dosso questa pretesa di auto-affermazione non è facile, può essere doloroso. Abbiamo dentro di noi, per il peccato originale, una resistenza a lasciare che sia un Altro a darci la nostra consistenza. La tradizione la chiama superbia o orgoglio, il rifiuto di dipendere da Dio ed il voler essere autonomi.
Dove vedo in me questo orgoglio? Questa superbia? Ad esempio nella difficoltà nell’accettare le correzioni (fatte da qualcuno o dalla realtà stessa) nella difficoltà a lasciare andare la propria opinione sulle cose. Nella preoccupazione eccessiva per la propria immagine. Ad esempio io insegno religione a scuola e a volte è difficile mantenere l’ordine, farsi ascoltare. A volte è un’umiliazione. Eppure sento che tante volte è l’orgoglio che viene ferito quando esco dalla classe e non sono riuscito a fare lezione. L’immagine di successo che ho di me. È il segno che ancora amo troppo poco, che sono centrato su di me e non sul bene dei ragazzi. Che sono centrato su di me e non nel rapporto con Dio. Quindi è salutare questa umiliazione. “smettere di cercare di sopravvivere a tutti i costi” vuol dire anche smettere di preoccuparsi per il proprio successo, per la propria performance.
Quelli che sono stati particolarmente attenti al video di Franz avranno potuto notare che il video inizia con questa atmosfera cupa e ad un certo punto la musica e l’atmosfera cambiano, diventano più serene, più in pace, un attimo prima che Franz inizi a recitare la frase di cui vi ho parlato: “quando uno smette di cercare di sopravvivere a tutti i costi, entra una luce nuova”. Tra questi due momenti avviene qualcosa, cosa? la preghiera e la confessione. Si sente la moglie di Franz dire “Tu che lo ami più di me, dagli coraggio, dagli saggezza, dagli forza”, poi si vede Franz che si confessa e (come era consuetudine del tempo) presumibilmente riceve l’Eucarestia.
Ecco questa luce nuova entra per grazia, non possiamo generarla noi. Franz si confessa e fa la comunione. Tuttavia non entra senza di noi. Noi possiamo scegliere di domandarla, di alimentarla, di darle spazio (attraverso la preghiera, la carità e il digiuno). La Quaresima è il tempo in cui lottiamo, insieme alla grazia di Dio, contro questa pretesa di autonomia che ci troviamo addosso e che manifesta in tanti modi, lottiamo affinché possa entrare la luce nuova che Dio vuole donarci nella Pasqua e che ci dona la libertà dei figli. Se l’autoaffermazione in fondo ci dice “sei solo, devi cavartela da solo”. La luce della Pasqua ci dice “non avere paura perché tu sei mio figlio, l’amato”. Terminiamo con questo canto di Claudio Chieffo che esprime questa tensione tra l’autoaffermazione e l’appartenenza ad un Altro.
Canto – Ma perché, Claudio Chieffo
[1] MESSALE ROMANO. Riformato a norma dei decreti del concilio ecumenico Vaticano II, promulgato da Papa Paolo VI e riveduto da Papa Giovanni Paolo II. III edizione italiana. Fondazione di Religione Santi Francesco d’Assisi e Caterina da Siena. Roma, 2020, Colletta Mercoledì delle Ceneri, pag. 69.
[2] Leone XIV, Messaggio per la Quaresima 2026
[3] Ibidem.
[4] MESSALE ROMANO, op.cit., Colletta I domenica di Quaresima.
[5] Ratzinger, Gesù di Nazareth, Libera Editrice Vaticana, Città del Vaticano, 2007, 194.
[6] Agostino, La città di Dio
[7] Cfr. F.Rosini, L’arte della buona battaglia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2023, pp. 97 ss.
[8] Cfr. F.Rosini, op.cit., pp. 155 ss.