A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio

Roberto Colombo – Tempi

È stato pubblicato dal Corriere della Sera il testo della Nota verbale (protocollo n. 9212/21/RS) che fa riferimento al disegno di legge n. 2005 (abbreviato come “ddl Zan”), recante «misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità», il cui testo è stato già approvato dalla Camera dei deputati il 4 novembre 2020 ed è attualmente all’esame del Senato. La sezione per i Rapporti con gli Stati della Segreteria di Stato vaticana l’ha consegnata lo scorso 17 giugno – attraverso l’arcivescovo britannico Paul Richard Gallagher che ne è il segretario – nelle mani del dottor Pier Mario Daccò Coppi, primo consigliere dell’ambasciata italiana presso la Santa Sede.

Si tratta di un intervento della Santa Sede presso il governo italiano, per via diplomatica (se ne sta occupando formalmente il gabinetto del ministero degli Esteri e l’ufficio Relazioni con il Parlamento della Farnesina, che provvederà a trasmetterla alla presidenza della commissione Giustizia del Senato) che ha riacceso un rumoroso dibattito politico e sociale dai toni spesso aspri, polemici e anche minacciosi. C’è chi chiede addirittura di abolire il Concordato tra l’Italia e la Santa Sede – rivisto nel 1984 per iniziativa dell’allora presidente del Consiglio Bettino Craxi e del cardinale Agostino Casaroli, in quegli anni segretario di Stato di san Giovanni Paolo II – in quanto foriero di intollerabili “ingerenze” della Chiesa nella vita politica del nostro paese.

Cosa chiede la Chiesa

L’oggetto della Nota è la considerazione «che alcuni contenuti dell’iniziativa legislativa […] avrebbero l’effetto di incidere negativamente sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli dal vigente regime concordatario». Esplicitamente, il testo si riferisce alla «piena libertà di svolgere la sua missione pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione. In particolare è assicurata alla Chiesa la libertà di organizzazione, di pubblico esercizio del culto, di esercizio del magistero e del ministero spirituale, nonché della giurisdizione in materia ecclesiastica» (art. 2, c. 1), e al fatto che, attraverso il Concordato, «è garantita ai cattolici e alle loro associazioni e organizzazioni la piena libertà di riunione e di manifestazione del pensiero, con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione» (art. 2, c. 3). Per evitare questo effetto negativo «sulle libertà assicurate alla Chiesa cattolica e ai suoi fedeli», la Nota chiede di «trovare una diversa modulazione del testo normativo in base agli accordi che regolano i rapporti tra Stato e Chiesa e ai quali la stessa Costituzione repubblicana riserva una speciale menzione».

L’articolo contestato del ddl Zan

Nel tentativo di individuare gli scenari e le situazioni concrete in cui questo vulnus alla libertas Ecclesiae et fidelium potrebbe configurarsi nel caso dell’approvazione del ddl Zan così come è attualmente scritto, l’attenzione di quasi tutti i commentatori si è concentrata sul fatto che l’articolo 7 del testo in discussione al Senato non esenterebbe le scuole paritarie cattoliche dall’organizzare attività in occasione della costituenda Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia e la transfobia, e sul rischio che i vescovi, i sacerdoti, i genitori cristiani, i catechisti, gli educatori degli oratori e i responsabili delle associazioni e dei movimenti cattolici, e gli insegnati di religione nelle scuole statali e paritarie possano venire indagati, censurati o persino condannati sul presupposto che le loro parole o i loro scritti – pur non contenendo alcun incitamento né approvazione rispetto a discriminazioni o violenze verso chicchessia – possano essere messi in relazione causale con atti criminosi e deprecabili che violano la dignità, i diritti civili e la vita delle persone che il ddl Zan intende tutelare, compiuti con responsabilità propria da chi abbia ascoltato o letto quanto pronunciato dai pastori, dai genitori, dagli educatori, dai docenti o dai singoli fedeli cattolici.

Il centro della Nota

Senza negare l’importanza di prendere in considerazione pratica questi rischi seri per la libertà di pensiero e di iniziativa culturale ed educativa della Chiesa e dei singoli fedeli che sono contenuti nel ddl Zan, il centro di gravità della Nota – che non può sfuggire ad una sua più attenta lettura – sta nella riaffermazione della irrinunciabilità, per ogni credente, ad accogliere integralmente quanto la Parola di Dio, la Tradizione bimillenaria della Chiesa e l’insegnamento costante e coerente del suo Magistero pregresso e recente insegnano sulla persona umana e la sua sessualità, l’amore coniugale, la procreazione e l’educazione dei figli. Nella Nota si ricorda che 

«ci sono espressioni della Sacra Scrittura e delle tradizioni ecclesiastiche del magistero autentico del Papa e dei vescovi che considerano la differenza sessuale secondo una prospettiva antropologica che la Chiesa cattolica non ritiene disponibile perché derivata dalla stessa Rivelazione divina».

Verità non «disponibili»

Ecco la ragione profonda, ultima per la quale lo Stato non può chiedere alla Chiesa e ai singoli pastori e fedeli, genitori, educatori o insegnanti cristiani di abbandonare la «prospettiva antropologica» con cui essi vivono il loro essere uomini e donne secondo realtà e ragione ed alla luce della Rivelazione, che della realtà svela il senso ultimo e della ragione allarga gli orizzonti sino ad abbracciare l’Infinito e l’Eterno. Una legge umana non può chiedere questa rinuncia culturale e religiosa: questa Verità divina non è «disponibile» a noi, l’abbiamo accolta così come si è mostrata realistica e ragionevole, corrispondente all’esperienza elementare della vita e, dunque, credibile. Non rientra tra le idee costruite dall’uomo nel tempo, né tra i pensieri consuetudinari o le teorie datate, che la Chiesa e i credenti possono gettarsi alle spalle per ossequiare una norma di legge.

Non possumus (At 4,20). La legge non può chiederci questo perché «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5,29), come rispose Pietro ai rappresentanti del potere di allora. Questo diniego è una esigenza dettata non solo dall’ossequio interiore alla volontà del Creatore ed alla Parola di Dio che ce la manifesta, ma anche dalla missione stessa della Chiesa: «pastorale, educativa e caritativa, di evangelizzazione e di santificazione», come ricorda la Nota, citando il Concordato. Come potrebbero la Chiesa ed un credente educare i giovani al rispetto dovuto ad ogni persona, alla carità nelle parole, negli sguardi e nei gesti verso chiunque, indipendentemente da come egli o ella pensa e vive la sua sessualità, assumendo una «prospettiva antropologica» diversa o addirittura contrapposta a quella vissuta nella fede?

Una prospettiva che non muta

A chi è familiare con le locuzioni presenti nei testi della Chiesa, risulta evidente che quando – in riferimento ad affermazioni teologiche o norme morali – viene detto che esse sono «espressioni della Sacra Scrittura e delle tradizioni ecclesiastiche del magistero autentico del Papa e dei vescovi», si sta parlando non di opinione o di tesi discussa e discutibile, ma di sententia definitive tenenda (cfr Concilio Ecumenico Vaticano II, Lumen Gentium, 25), anche se non definita in forma solenne dal Romano Pontefice quando parla ex cathedra o dal Collegio dei vescovi radunato in Concilio. La Nota intende così richiamare l’attenzione sul fatto che la una «prospettiva antropologica» sull’essere uomo-donna, sulla sessualità ed i suoi atti, sul matrimonio e sulla procreazione ed educazione dei figli che la Chiesa abbraccia non può essere mutata per rispondere alle imposizioni contenute in un articolo di legge, anche se la Chiesa può condividere alcune finalità che la legge stessa si propone.

È evidente che i cattolici – come cittadini e come credenti – si oppongono fermamente ad ogni forma di discriminazione, stigmatizzazione, o violenza verbale e fisica contro le persone che manifestano in qualunque declinazione il loro pensare ed il loro vivere la sessualità. E sono anche convinti che simili azioni debbano essere prevenute, identificate e punite, come ogni altra forma di violazione della dignità e della vita di qualunque cittadino. Ma non possono abbracciare né insegnare ai loro figli, allievi o fedeli una visione della identità-differenza sessuale “fluida”, autoreferenziale, costruita culturalmente e socialmente senza una inerenza nella realtà “bio-logica” (la “logica della vita”) che è inseparabile da quella “antropo-logica” (la “logica dell’essere umano”). Né possono fare propria o trasmettere ai loro figli, allievi o fedeli una forma di relazione “matrimoniale” che si estenda al di fuori della unione sponsale tra un uomo e una donna, o educare alla possibilità di maternità non femminili e paternità non maschili, né di maternità o paternità multiple. Il pensiero “gender” – nella sua forma oggi dominante – non è compossibile con lo sguardo cristiano sulla vita e la sessualità.

Identità e differenza

Sin dalle sue prime pagine, la Bibbia rivela la volontà di Dio di creare l’essere umano (′adam) come «maschio (zakar) e femmina (neqebah)» (Gn 1,26), una identità(′adam)-differenza(zakar/neqebah) che non sono autogenerate dal soggetto, ma offerte, create perché la sua libertà le assuma come compito per la vita, come vocazione creaturale. 

«Dio iscrive nell’umanità dell’uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell’amore e della comunione» (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, 11). 

«Spetta a ciascuno, uomo o donna, riconoscere ed accettare la propria identità sessuale. La differenza e la complementarità fisiche, morali e spirituali sono orientate ai beni del matrimonio e allo sviluppo della vita familiare» (Catechismo della Chiesa cattolica, 2333).

Lo stesso Catechismo della Chiesa cattolica – citando Familiaris consortio (22) e Mulieris dignitatem (2) di san Giovanni Paolo II – ci ricorda anche che 

«creando l’uomo “maschio e femmina”, Dio dona la dignità personale in egual modo all’uomo e alla donna. L’uomo è una persona, in eguale misura l’uomo e la donna: ambedue infatti sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale» (2334). 

Il fondamento del rispetto

È questa identica dignità personale dell’uomo e della donna che fonda l’attenzione e il rispetto, la valorizzazione e la protezione, la cura e l’amore che sono dovuti ad ogni essere umano: in questo l’antropologia ebraico-cristiana incontra e valorizza le istanze contro la discriminazione e la violenza che sono presenti in coloro che – in una prospettiva civica di autentica laicità – chiedono un rafforzamento legislativo della tutela di tutte le persone, indipendentemente da come concepiscono e vivono la loro sessualità. Lo sottolinea anche il Catechismo, che, in questo, ha anticipato il ddl Zan:

«Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione» (2358)

Quello che è di Cesare e quello che è di Dio

In questi giorni, non pochi si sono erti a difensori della “laicità dello Stato” italiano contro le pretese “ingerenze clericali” citando il Vangelo di Matteo: «Date a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22,21). A ben vedere, è proprio questa affermazione di Gesù che sta dietro alla richiesta della Nota trasmessa dalla Santa Sede al governo italiano. Si tratta di assegnare «quello che è di Cesare» e «quello che è di Dio».

Il compito istituzionale dello Stato “laico” e non totalitario è quello di garantire il rispetto dei diritti e delle libertà di tutti i cittadini attraverso leggi e decreti che li tutelino da ogni forma di intolleranza o aggressione. Un compito che si deve fermare qui (e non è un impegno di poco conto, se realizzato efficacemente). A noi cittadini (anche cattolici) spetta il dovere di riconoscere allo Stato questo compito, di dare a lui l’obbedienza e la collaborazione per raggiungere lo scopo. Al contrario, quando le leggi hanno la pretesa di imporre una nuova concezione antropologica, cultura ed educazione in nome delle pretese egemoni di alcuni, esse trascinano lo Stato verso una forma inaccettabile di potere ideologico, dove fa fatica a trovare spazio la libertà di espressione, comunicazione ed educazione per tutti i cittadini e le loro associazioni. Cesare faccia Cesare e non altro, e a questo Cesare noi presteremo la massima collaborazione.

Stato e Chiesa: a ciascuno il suo

La missione della Chiesa – riconosciuta anche dal Concordato con l’Italia – è quella di annunciare la Verità di Dio sull’uomo, su ogni donna e uomo che sono stati da Lui creati. Attraverso l’attività pastorale, educativa, caritativa, evangelizzatrice e di santificazione, la Chiesa è a servizio dell’incontro dell’uomo con Dio, che svela il senso ultimo della sua esistenza come uomo e come donna. Il mandato della Chiesa non è di dettare leggi civili né di organizzare la vita e le relazioni sociali tra di essi, in modo che siano rispettati i diritti, i doveri e le libertà di tutti. Questo spetta allo Stato. Lo faccia fino in fondo, riconoscendo e rispettando anche la libertà della Chiesa e dei fedeli di compiere la propria missione all’interno del suo territorio. La Chiesa faccia la Chiesa e non altro, e a questa Chiesa lo Stato garantisca tutta la libertà di cui ha bisogno perché Dio sia conosciuto e amato nel mondo, Lui che ha mandato il suo Figlio Gesù non per abolire il potere terreno, ma per redimerlo dalla pretesa di essere lui stesso come Dio.

Scriveva il cardinale Giacomo Biffi

«Nessun organismo dello Stato, nessuna forza politica, nessun partito può pretendere ciò che appartiene soltanto a noi come persone (alle quali anche lo Stato è finalizzato) e a Dio, come Signore dell’universo. Nessun organismo dello Stato, nessuna forza politica, nessun partito può impadronirsi della vostra anima o manipolarla, può interferire nelle vostre convinzioni morali, può imporvi una sua concezione del mondo: “Date a Cesare quel che è di Cesare”, ma niente di più. Come si vede, il Vangelo non insegna affatto la rivoluzione o la contestazione del sistema; al contrario, predica la lealtà e l’obbedienza verso l’autorità, le sue leggi e le sue decisioni».

Se non vogliamo citare il Vangelo, ci basti il politico e giurista romano Domizio Ulpiano, mentore dell’imperatore Alessandro Severo: Suum cuique tribuere (Dare a ciascuno il suo).

3 Replies to “A Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”

  1. La nota verbale della segreteria vaticana, non è volta a chiedere che non venga discussa ed eventualmente approvata questa legge, ma chiede una diversa modulazione dei contenuti in particolare di uno o due articoli del disegno di legge Zan. Questo è illustrato in modo molto articolato e chiaro anche nell’articolo di Roberto Colombo.
    Po purtroppo come puntualmente accade, il modo strumentale in cui vengono riportate da molti organi di stampa e televisione, le notizie, scatenano polemiche e contribuiscono ad un modo di porsi muro contro muro, che credo non porti da nessuna parte, se non ad essere usato, con malafede, per attaccare la Chiesa. Speriamo che almeno chi ha un minimo di onestà intellettuale, si chieda perché la Chiesa dia tanto fastidio.
    Vorrei anche approfondire, in proposito, quello che anche tra i governanti della comunità europea è accaduto a riguardo di una legge approvata invece dal governo ungherese. So che Orban si è trovato isolato e attaccato da tutti gli altri capi di governo europei, per questa legge, che la Ursula Von Derliner ha letto in parlamento europeo.
    Certo, non sono tempi facili e sicuramente siamo esposti a tentativi di stravolgimenti che vanno combattuti, con un puntuale impegno di tenersi informati e saper dare ragione delle evidenze e verità nei quali crediamo. Soprattutto a tutela del futuro dei più giovani e dei più piccini.

  2. Si è riusciti a manipolare l’opinione pubblica e a far credere che chi è contro il ddl Zan sia contro gli omosessuali. Coloro che sono contro il ddl Zan non fanno una crociata, ma esercitano un loro diritto democratico; non sono contro gli omosessuali, ma vogliono difendere la loro libertà di opinione. Il ddl Zan è una legge ambigua. L’obbiettivo del ddl Zan non è difendere gli omosessuali, ma mettere un bavaglio al libero pensiero. Il ddl Zan impone a tutti l’ideologia Gender. Affermare che una famiglia è fatta da un uomo e una donna sarà omofobia; affermare che un bambino ha bisogno di un padre e di una madre sarà omofobia. La scuola imporra agli studenti l’ideologia gender per legge. Dovrai omolograrti al pensiero dominante per legge. Ecco il paradosso del ddl Zan chiede rispetto per gli omossessuali, ma non rispetta chi ha un’altra visione del mondo. Pasolini lo chiamava il “fascismo degli anti fascisti”.

  3. In questi giorni sull’argomento, mi è tornato in mente quello che soleva scrivere un giornalista, certamente non clericale, come Indro Montanelli, allorché sorgevano questioni contro pronunciamenti del Papa, per esempio sui rapporti sessuali al di fuori del matrimonio. Montanelli diceva di non comprendere per quale motivo, chi non si riconosceva credente, cercasse poi l’avallo del Pontefice per i propri comportamenti.
    Detto questo, da cattolica sono preoccupata, da un lato di come si tenti di trattare l’argomento in tutte le scuole di ogni ordine e grado (un’amica maestra di asilo, si accorse che durante quella che doveva essere un’ora di musica, in realtà si cercasse di confondere i bambini con testi di canzoni che confondessero la figura della mamma o del papà al di fuori della femminilità e mascolinità), dall’altro lato non condivido alcuni toni aspri, da crociata, che alcune associazioni cattoliche usano su questo argomento, lanciano iniziative di raccolte di firme contro questo disegno di legge. Ho invece presente come anche nell’Evangelii Gaudium, il Papa, invitasse ad accogliere con rispetto le persone omosessuali.
    Tutto quello che concerne l’aspetto della sessualità, credo vada trattato con estrema delicatezza, senza forzare quell’istintiva riservatezza che in qualche modo credo scaturisca dal fatto che il Signore abbia legato l’atto di amore anche per rendere possibile la scintilla di una nuova vita e il suo venire alla luce, accompagnato da un padre e una madre, primi volti dai quali trapeli il Suo Amore. Non solo quindi le manifestazioni pro o contro l’omosessualità non risolveranno la questione, ma anche tutti quegli atteggiamenti che in particolare a partire dal 1968 sono stati adottati, come espressione di libertà, ostentando effusioni di coppia in ogni luogo e senza badare, per esempio nei parchi pubblici, alla presenza dei piccoli, i bambini, ma anche a quella persone che magari possono restare ferite per diverse personali situazioni in cui si trovino, magari per la perdita della persona della quale erano innamorati.
    L’ideale sarebbe che dell’educazione sessuale ci si occupasse adottando come linea pedagogica, quella di rispondere adeguatamente alle domande che il bambino, l’adolescente, il ragazzo, pongono. Perché se un bambino pone una domanda, vuol dire che ha la maturità per accogliere la risposta, che l’adulto deve prepararsi a rapportare adeguatamente all’età del bambino. Questa pedagogia che in genere i genitori avvertono il bisogno di maturare, almeno questo è capitato a me e mio marito, ha tuttavia bisogno di trovare anche un aiuto nella comunità, la scuola può essere un riferimento, a patto che non si insista ad affermare forzature come quelle che vogliono presentare come un disinvolto optional la propria identità sessuale (accidenti ai cromosomi che si ostinano a decretare che siamo uomini, inappellabilmente definiti da un cromosoma X e uno Y, o donne, inappellabilmente definite da due cromosomi X).

    (Lettera firmata)

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