Lavorare per salvare il mondo

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Testo anonimo citato da F. Nembrini nel libro “Miguel Mañara” pag. 41-45 →

Uno va avanti a fare progetti perché è un ingegnere e gli piace fare progetti. Fino a un certo punto, perché poi stufano anche quelli… A lei ad esempio piace lavorare sulle risposte legali, perché ha studiato per quello, ha preso quella strada perché le piaceva. Però, dico che, ad un certo punto, se io le facessi la domanda: “Per che cosa vai a lavorare?”, c’è un’unica risposta: “il 27 del mese, la busta, la paga”. È soddisfacente? No! Se poi, ad un certo punto le viene il cimurro e soffre di fegato e dice: “ma perché?” Ed ogni mattina deve trascinarsi a lavorare al suo ufficio e si domanda: ”Perché faccio questa fatica?” “E’ per il 27 del mese. È necessario”. È necessario, però, anche se è necessario, non vale la pena, è triste, la vita è una fatica, una fatica senza scopo.

Questo è il punto: che tutto è fatica senza scopo. Bisogna rileggere il vecchio Leopardi per imparare queste cose, non solo le poesie, ma soprattutto il suo Zibaldone, i suoi pensieri: la vita è un peso, una grande inutilità in tutto quello che facciamo. Uno va a lavorare con una certa tranquillità solo perché non ci pensa e, quindi, è dominato, determinato dall’abitudine, ultimamente motivato dal 27 del mese, fino a quando gli capita fra capo e collo un grosso malanno. Allora uno è costretto a rivedere tutto, come ho fatto io adesso.

E invece c’è una cosa, una cosa che è un evento impetuoso, come il vento della Pentecoste, un vento impetuoso che si è buttato su quella sala e ha cambiato la testa della gente, letteralmente ha cambiato la testa e il cuore di quella gente; un vento che è il vento dello Spirito, che ha cambiato la testa e il cuore di quella gente.

C’è una professione che è la professione più grande della vita, che è l’unica vera professione dell’uomo. La professione vera dell’uomo è quella, faccia l’ingegnere, faccia l’insegnante, faccia l’amministratore, faccia la colf, qualsiasi mestiere faccia, faccia anche il mestiere di essere ammalato (quando uno è a letto da vent’anni e non può muoversi di li – come il paralitico del Vangelo – fa come professione l’ammalato). C’è una professione nella vita, l’unica professione della vita che cambia, come un vento impetuoso, il significato di tutto, perché assorbe in sé tutto. Uno lavora come ingegnere, lavora come architetto, lavora come colf: tutto quel che fa, tutto il lavoro, comunque concepito, tutto il lavoro che fa viene come afferrato e come trasformato da questo vento nell’unica grande professione.

È la professione della salvezza del mondo, di salvare il mondo. Che cosa fa come professione? Salva il mondo. È la professione di un uomo, un uomo che giocava — chi sa come giocava — però giocava; poi parlava con i compagni; poi faceva delle domande e dava della risposte alla gente che dapprima si stupiva, poi diceva: “ma va…”, e lui rispondeva, così che tutti restavano a bocca aperta. Quel ragazzo li è diventato un giovane che ha cominciato a parlare per le strade; si fermava con due o tre e cominciava a discutere, a parlare e si faceva un crocchio e così ha girato la Palestina in quel modo, fin quando quel che diceva scocciava così tanto ai padroni di casa che l’hanno ucciso. La professione di quell’uomo qual’era? Il Salvatore. Non il fabbro ferraio, non l’ingegnere, non l’amministratore, non l’avvocato, ma il salvatore del mondo.

Salvare il mondo, salvare tutti gli uomini, che tutti gli uomini raggiungano la felicità, che tutto il baillamme e tutto lo sconvolgimento di questo mondo e tutto il peso di questo mondo e tutto il sacrificio di questo mondo diventi bello come una stella, come il cielo stellato, che diventi una cosa bella, che diventi un paradiso (che vuol dire giardino, in greco), che diventi una cosa armoniosa dove tutti noi siamo felici, felici: questa era la professione di quell’uomo, Cristo!

Ma questa è la professione a cui sono chiamati tutti gli uomini. Nessuno lo sa e perciò nessuno lo fa, ma alcuni sono chiamati a capire, a scoprire questo, a fare questo. Quindi se fanno l’ingegnere, l’architetto o il vattelappesca, facendo l’ingegnere, l’architetto, facendo l’amministratore, hanno dentro, sono determinati da questa volontà di salvare gli uomini, che gli uomini si salvino. E come fanno a salvare? Offrono! Anche Cristo faceva il carpentiere, ma facendo il carpentiere, realizzava la volontà del Padre, ubbidiva al Padre; cioè, facendo il carpentiere, quell’azione serviva a salvare gli uomini, a portare il mondo al suo destino.

Portare il mondo al suo destino: tu ti alzi al mattino, alle nove entri nel tuo ufficio di ingegnere e ti metti a lavorare per portare il mondo al suo destino, porti il mondo al suo destino, porti il mondo al suo destino facendo progetti. Finalmente ritornano i progetti, ma capisci che non hanno valore in sé. Hanno un grande valore, questi progetti, perché sono strumenti per portare il mondo al suo destino e tu lo sai, lo riconosci. “Signore io faccio questi progetti per portare il mondo al suo destino, per collaborare alla tua redenzione, per collaborare alla tua croce e alla tua resurrezione”. Il progetto rimane, esteriormente, un progetto, ma dentro è un amore al mondo, un amore al mondo non come sentimento, ma operativo, perché porta realmente il mondo al suo destino, aiuta veramente gli uomini, magari della gente che vive in Giappone, lontano 12.000 chilometri, è aiutata dal fatto che tu stai, con buona volontà, facendo il tuo progetto, offrendolo a Dio, offrendolo a Cristo, perché salvare il mondo comincia da adesso, da subito, è il centuplo quaggiù. Da subito incomincia.

Perciò è proprio una vita che è trasformata alla radice, come quel vento impetuoso di Pentecoste che ha fatto cambiare mentalità al gruppetto di apostoli che erano insieme a Maria, raccolti nel cenacolo. Gli ha fatto cambiare la testa. È un altro mondo: vedevano le cose come le vedevano tutti, ma non le vedevano come le vedevano tutti. Le vedevano come le vedevano tutti, ma le vedevano molto di più di quel che vedono tutti, così che anche quello che tutti vedono diventa più bello, più accettabile, più sopportabile, più logico, più vero, diventa vero. Questo vuol dire offrire.

Se fossimo tutti come il Cireneo della Via Crucis e ci trovassimo lungo la strada del Calvario e i soldati romani venissero lì da me a dire: “Vieni qui e aiuta questo qui a portare il legno” e io: “No”, mi scanso perché sono stanco e i soldati mi costringono. Io cosa devo fare? Vado a prendere quel legno e cerco di sollevarlo un pò, aiutando Gesù a portarlo. Tutti siamo chiamati ad aiutare Gesù a portare il legno su cui, morendo, ha salvato il mondo. Come? Non portando un pezzo di legno ma facendo progetti, scrivendo il verdetto legale, scopando la cucina.

Allora veramente tutto diventa grande, anche il mangiare e il bere, il risvegliarci e l’andare a letto, come dice San Paolo: si partecipa al gesto con cui Cristo trascina la croce per salvare il mondo, per il mondo, per gli altri. Lo abbiamo detto in principio: per gli altri. La vita è offerta per la felicità del mondo, per la felicità degli altri. Allora non sono più degli estranei quelli con cui vai sulla metropolitana, quelli che gremiscono la metropolitana, non sono più estranei. Sono gente per cui dai la vita.

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