Cosa resiste all’angoscia

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Intervista a Mauro Magatti – Tracce

Mauro Magatti 60 anni, sociologo della Cattolica, editorialista del Corriere della Sera e di Avvenire, in questi giorni è intervenuto spesso sull’emergenza Coronavirus. Mettendo quasi sempre l’accento su ciò che questa vicenda drammatica può farci scoprire o riscoprire (l’empatia e la responsabilità reciproca, i rischi dell’informazione impazzita e il richiamo a un «bene comune globale»). 

Lo fa anche davanti alla lettera di Julián Carrón, uscita sul quotidiano di via Solferino qualche giorno fa. In quell’appello a fare i conti fino in fondo con «una realtà che mette a nudo la nostra essenziale impotenza» e a guardarci attorno per intercettare «presenze in cui si vede in atto un’esperienza di vittoria sulla paura» («è per questo che Dio si è fatto uomo, è diventato presenza storica, carnale»), ci vede una chance per capire di più noi stessi, il mondo, la fede. E la condizione in cui stiamo vivendo. «Angoscia, appunto. Perché siamo davanti a un ospite che di solito ci illudiamo di rimuovere: la morte. È un dato che si introduce di continuo nella vita quotidiana. Solo che normalmente resta un fatto privato: il parente che si ammala e ci lascia, l’incidente… Questo contagio trasferisce la presenza della morte, che la società contemporanea tende a ignorare, nella sfera pubblica, nella percezione condivisa. È questo che ci disorienta».  

Ma cosa ci fa capire di noi?

Anzitutto, siamo riportati all’esperienza fondamentale della nostra fragilità, della precarietà. La parola “preghiera” viene da “prece”, che ha la stessa radice latina di “precario”: se non hai consapevolezza della tua mortalità, dell’esposizione all’«oltre te», non riesci più a pregare. Recuperare il senso di questa precarietà esistenziale può essere angosciante, quando non è elaborata e non trova risposta, o può essere un elemento che ti riporta alla tua reale condizione, a quello che noi siamo. E quindi anche alla nostra natura religiosa, comunque la si voglia declinare. E questo è molto interessante. Una società che ha sorvolato a lungo su certe questioni, ora non può più farlo. La nostra vita così ben organizzata e funzionante si è bloccata ovunque nel giro di un paio di settimane. Impensabile. Chi poteva immaginarlo? Ecco, nella società della certezza tecnocratica scopriamo di colpo che tutto un certo tipo di racconto fatto finora non regge.

«Ciascuno potrà dire, osservando quello che vede accadere in sé e attorno a sé, quali tentativi sono in grado di fronteggiare la circostanza», osserva la lettera. Siamo chiamati a verificare su cosa poggiamo i piedi, se le nostre idee tengono o no…

Condivido. Questa situazione ci spinge a confrontarci con la verità della nostra vita. Ma forse occorre fare un passo in più. 

Quale?

La modernità usa la parola “verità” come “certezza”. Da Cartesio in avanti, la verità si identifica sostanzialmente con la certezza scientifica, matematica. Invece dobbiamo recuperarne il senso pieno, compiuto. È un’occasione per confrontarci con la verità della nostra vita. Ovvero, il senso di quello che stiamo facendo, la capacità di volere bene agli altri, al mondo, a Dio. È un momento di verità che, per paradosso, mette in discussione le nostre certezze e ci spinge verso un livello più profondo. L’espressione di Carrón è interessante perché è come se questa crisi ci spingesse verso qualcosa che normalmente rischiamo di perdere.

Trattiamo le domande più urgenti, vitali, come se fossero identiche a quelle che hanno una risposta definitiva capace di risolvere il problema: ma la risposta, tante volte, non è della stessa natura…

Appunto. La verità è qualcosa di più ampio e profondo delle certezze note. 

È per questo che Carron chiede di «intercettare una presenza»?

Vero, ma bisogna evitare un equivoco: in questo momento, in cui avvertiamo un senso di spaesamento acuto, è l’assenza che si sperimenta, più che la presenza. Le religioni, anche quella cristiana, soffrono da sempre di una certa idea definitoria. Arriva la peste, o il terremoto, e subito c’è chi tira fuori «il castigo di Dio», la Sua volontà. Ma questo è un momento in cui le persone avvertono di più un’assenza, espressa in domande drammatiche: perché viene questo virus? Perché muore mio padre? Non dobbiamo precipitarci a rappresentare in qualche modo una presenza che in questo momento sembra non esserci. Per scoprire una presenza vera bisogna fare questa esperienza dell’assenza. Occorre la pazienza di far maturare questa condizione, perché se no la stessa presenza diventa incomprensibile.

Però l’immagine del bambino e della paura che sparisce davanti alla mamma colpisce proprio per la sua immediatezza…

Evoca molto bene quell’essere sospesi, che è la nostra mortalità: e l’essere sospesi o porta l’angoscia, o ti fa scoprire che sei in un altro abbraccio, diverso. In un’altra verità. Che è esattamente il punto su cui l’esperienza della fede cristiana oggi fa fatica a dire di sé. Per questo dicevo che certamente all’assenza la risposta è la presenza. Ma la presenza va scoperta. E la si può scoprire solo con un cammino. La scopriamo nella nostra esistenza un po’ per volta. Anche facendo esperienza di questa assenza.

E questo spinge a guardarsi intorno e cercare segni concreti, testimoni. Lei ha scritto che anche in questa condizione le cose che si restituiscono speranza sono «atti di nobile generosità»: la dedizione di medici e infermieri, certi gesti di solidarietà… Che cosa ci dicono?

Certo, essere immersi in questa situazione vivendo l’esperienza non dell’angoscia, ma della speranza – cioè di un modo diverso di affrontare la precarietà –, è fondamentale. Altrimenti resta solo l’angoscia. La parola «testimonianza» forse è un po’ abusata, ma è pertinente. Qual è il movimento riflesso della nostra società, in una situazione del genere? «Attiviamo tutta la nostra scienza, che troverà il vaccino, e torniamo invulnerabili». Ovvio che la scienza sia indispensabile e il vaccino pure, ma si tende a chiudere tutto con questo. E invece il nostro compito di cristiani è dire: facciamo di tutto, cerchiamo le cure e attendiamo la fine dell’epidemia, ma prendiamo atto che siamo esposti, siamo mortali. E questa mortalità non è la fine del mondo: è la condizione ci apre a una pienezza di vita che va oltre noi. Ecco, riuscire a essere un riflesso di questa presenza in questo momento è molto prezioso. C’è un passo in mezzo, che passa dalla capacità delle comunità cristiane di introdurre questo elemento di ricerca. 

Mi ha colpito il suo richiamo a riscoprire che esiste un «bene comune globale», che abbiamo una «responsabilità reciproca»: che tratti ha questa responsabilità?

Contagio viene da “con-tangere”. È una parola che dà un senso di minaccia, soprattutto ora, ma in realtà parla del nostro “essere con”. C’è il contagio, ma c’è anche la connessione, la collaborazione… Una delle cose che possiamo reimparare in questa fase storica è che, contrariamente a tutta la cultura radicale e iperindividualistica degli ultimi decenni, ognuno di noi è se stesso, ma è anche con gli altri, il mondo, il cosmo. È una fantasia irrealistica l’idea che esistiamo “a prescindere”. Il contagio ci insegna in maniera dolorosa questo “essere con”. Può produrre un ritrarsi dall’altro, ma spinge anche a guardarsi di più, ad assumere comportamenti che non siano di danno all’altro, a capire che se ti ammali ci sarà pure bisogno di qualcuno che ti curi, e via dicendo. Non siamo la somma di “uni”: siamo degli “uni” che stanno con gli altri. Questa vicenda può farcelo riscoprire.

Ma nella sua esperienza che cosa regge l’urto di questa angoscia?

Per me, appunto, il senso di una vita che non è autoreferenziale. Non me la sono data io: l’inizio non sono io e la fine neppure. Che poi è il senso fondamentale della fede: la morte non è l’ultima parola sulla vita. Non è che questa vicenda mi trasmette solo angoscia. Trasmette anche speranza e consapevolezza del senso di ciò che siamo. Cioè, rapporto con Dio.

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