Imparare a fare compagnia

2 Comments

don Vincent Nagle – Cappellano della Fondazione Maddalena Grassi

Lavoro per la fondazione Maddalena Grassi, non lavoro per la Chiesa, sono dipendente di una ditta privata però devo fare comunque il prete e come piace a me: in prima linea. La Fondazione Maddalena Grassi è una fondazione di cura sanitaria nata 26 anni fa da un gruppo di persone cristiane che lavoravano nel settore sanitario (medici, infermieri, amministratori, terapisti) che hanno pensato che attraverso l’esperienza cristiana forte che loro vivevano avevano un modo di fare medicina per cui trovavano poco spazio nelle strutture in cui erano già impegnati.

Volevano poter fare cura medica facendo compagnia al malato, invece che fare solo un lavoro, rispondere solo alla malattia, alla ferita, invece di andare a risolvere il problema volevano poter andare ad accompagnare la persona malata anche, soprattutto se vuoi, attraverso le loro competenze. Quindi hanno cominciato a fare una caritativa, un volontariato, in cui andavano verso le persone più vulnerabili, le persone più isolate, le persone più disperate, persone con malattie da cui non sarebbero guariti, persone gravemente malate che non avevano nessuna prospettiva medica di recupero. Hanno cominciato proprio nel momento in cui c’è stato l’apice del dramma dell’AIDS, una malattia del sistema immunitario, che colpisce soprattutto persone tossicodipendenti o prostitute o prostituti, cioè una popolazione diciamo fuori dal sistema della vita, senza una rete di amicizie, una rete di persone famigliari, senza una rete sociale capace di sostenerli e accompagnarli. Persone gravemente malate senza prospettiva di guarigione. È cominciata come una caritativa: poche persone che andavano verso poche persone per qualche ora alla settimana e adesso abbiamo quasi 260/280 dipendenti e abbiamo in cura 900 persone (oltre a un centinaio di altre persone, anche loro inguaribili, curate in un’altra struttura, sempre afferente a noi). Di queste persone, più di 800 sono a domicilio, in famiglia, in casa, tante sono le persone non accompagnate da famiglia o da compagni stretti, altri invece lo sono. Abbiamo diverse strutture, alcune in grado di accogliere persone in stato vegetativo permanente o di accogliere e accompagnare persone con gravi malattie psichiatriche, strutture che ospitano persone ad uno stadio molto avanzato dell’AIDS, abbiamo 3 hospice (struttura che accoglie persone che vanno verso la parte finale del loro percorso di malattia e di vita, dove ricevono le cure palliative).

Poco fa sono arrivato da una struttura, non nostra – dato che sono dentro questo campo tante persone mi chiamano, anche non della Maddalena Grassi, e cerco di dire sì quando è possibile – e sono andato a visitare una ragazza che non ha nessuna storia di fede o di Chiesa, praticamente nessuna storia di famiglia, ha 35 anni ed è stata messa in un hospice lunedì. E’ una persona che non accetta minimamente che si stia avvicinando alla morte però ha fatto una osservazione molto giusta: diceva che lì ti fanno stare bene, puoi mangiare quello che vuoi, non ti danno nessun menu dicendoti che è per la tua salute…no no, e io le ho detto “sì, chiaro, nell’ospedale stavano cercando di farti guarire e quindi, come si fa con chi è nel mezzo di una lotta, ti mettono sotto ogni tortura pur di avere l’esito, adesso nessuno vuole metterti sotto nessuna tortura, lato positivo” (lei ha tutte le intenzione di tornare a casa sua, vedremo, non credo). Però sono molto grato a Dio di avermela fatta incontrare, sono molto molto contento, c’è molta strada da fare per lei, però… E di questa strada ora vi vorrei parlare.

Quindi io lavoro così, lavoro con persone gravemente malate (e le loro famiglie), di malattie da cui non guariranno se non con un intervento diretto del soprannaturale, che non è escluso però non è previsto. Come ho detto, quasi tutti sono in casa. La questione è come avvicinarsi a persone in queste condizioni e come aiutarle e perché aiutare persone così, non è automatico, nessuna di queste domande ha una risposta automatica: perché avvicinarsi e come aiutarle.

Anni fa, quando ero prete negli Stati Uniti, per 10 anni ho fatto il cappellano in ospedale (quindi non sono nuovo a questo ambiente) e non so quanti preti nel corso di quei dieci anni in cui mi presentavo “io sono cappellano, lavoro in ospedale, ecc…”, quanti preti mi hanno detto seccamente: “meglio te che me, io non potrei mai fare quel lavoro lì. Meno male che hai detto di sì tu, io non potrei farlo”, e non dicevo niente ma anche io dicevo tra me e me: “…e nemmeno io!” a volte. E capivo perfettamente quello che loro volevano esprimere con grande franchezza, onestà e sincerità (tra l’altro anche davanti al grande compito di Parroco credo di dover dire “meglio te che me, Jacques” – [don Jacques: “confermo…”]. Capivo e capisco queste osservazioni perché non è automatico e non è una questione legata al dire “sono una persona buona – per quanto uno faccia finta di essere più o meno buona – sono una persona generosa, voglio aiutare l’altro, ho un sentimento di compassione e sento molto struggimento e pietà per chi soffre ‘o povero, povero…’ perché sono una persona buona, con dei buoni valori, buoni principi e perciò mi faccio vicino per aiutare qualcuno che è in queste condizioni”. Non funziona così, non c’è nulla di automatico in questo. Ci vuole un passo, un passo significativo. Qual è questo passo? Questo passo è imparare (e dico imparare, perché è una cosa che va imparata), imparare a fare compagnia. Imparare a fare compagnia, come ho già detto, non è automatico. In cosa consiste? Come fare compagnia a una persona così?

Come ho detto non è automatico: oggi avevo paura entrando nella stanza di questa donna. L’avevo vista un mese e mezzo fa, era ancora a casa, le avevo regalato una bellissima statua della Madonna che avevo comprato per parecchi soldi a Medjugorje. Sono entrato nella sua stanza oggi nell’hospice e ad un certo punto ho guardato e ho detto: “non hai portato la Madonna?” e lei “no, l’ho rotta, l’ho distrutta, l’ho buttata contro il muro e l’ho calpestata con i piedi. Ero così arrabbiata! È così ingiusto che io debba morire!”. Le ho detto che ha fatto benissimo, Lei ce la fa, è tosta la Madonna! E se devi prendertela con qualcuno, lei e suo figlio sono tosti, non aver paura, fallo pure! Cioè in altre parole… “non farlo con me per favore!”. Perché uno ha fifa!

Due o tre giorni fa mi hanno chiamato da una persona che ha un gravissimo male ai polmoni che lo fa respirare sempre di meno e soffoca ogni giorno di più, si sente sull’orlo della disperazione di ora in ora, morirà entro un anno più o meno e la tortura sarà incrementata ogni giorno e lui voleva capire perché non togliersi la vita adesso. Io avevo fifa, ho sempre fifa, non ho la risposta, non ho la soluzione, non ho la parola che scioglie il nodo (faccio riferimento alla preghiera che piace a Papa Francesco, che ama pregare la Madonna che scioglie i nodi, chi scioglie i nodi è lei ma io no…). Allora come avvicinarsi? Non è una cosa da dare per scontata.

Parlavo settimana scorsa ad una facoltà di medicina e c’erano trecento medici, metà studenti metà già in campo, il tema della mia lezione (ho parlato con loro per due ore) era: per voi che siete addestrati a risolvere problemi grossissimi, difficili, complicatissimi, per voi che siete educati, allenati ad avvicinarvi per risolvere problemi che nessun’altro può risolvere, per voi che sul campo del lavoro siete giudicati per poter o meno risolvere i problemi (i vostri datori di lavoro stanno misurando questo, non stanno misurando altro), che vantaggio ci potrebbe mai essere ad avvicinarvi alla persona anche quando non si è in grado di risolvere il problema? Che vantaggio ci potrebbe essere per te nel guardare oltre alla malattia, oltre alla ferita, oltre al problema e guardare negli occhi senza la pretesa di essere colui che scioglie i nodi a quella persona e vedere in modo nudo la sua angoscia, la sua paura e il suo dolore? Che vantaggio ci potrebbe mai essere per te? E quindi faccio a voi la stessa domanda. Perché avvicinarsi vuole assolutamente dire questo: guardare in faccia, senza risposta, senza obiezioni, lasciandosi aperto alla paura, all’angoscia, al dolore dell’altro. Come farlo e che vantaggio ci potrebbe mai essere per te? È una cosa tutt’altro che automatica. Anche uno con buonissime intenzioni, ottime intenzioni, uno di famiglia, di casa, amorosamente e profondamente legato fa fatica, molta fatica.

Ricordo una volta, quando ero cappellano in ospedale, c’era un uomo anziano che entrava e usciva dall’ospedale finché è morto, un uomo anziano, già in pensione che per cinquant’anni era stato il pastore protestante più importante di quella città (non ricordo più, forse di 75.000-100.000 abitanti), era una città piuttosto protestante e lui era stato fin dalla gioventù il punto di riferimento più importante della comunità protestante e perciò anche di tutta la città. Un uomo che ha vissuto una vita veramente valida. E io, come cappellano cattolico di questo ospedale, senza nessuna pretesa di fare alcun ministero nei suoi confronti (aveva tutti i pastori protestanti della città che lo avevano sott’occhio), passavo per rispetto, per presentarmi, per salutare, non di più e senza altra pretesa. Fra l’altro aveva attorno a lui la sua famiglia e questo è un altro segno che aveva vissuto una vita da uomo, aveva una famiglia splendida intorno a lui, persone belle, mature, generose, fedeli. Io entravo e mi avvicinavo a lui, perché è così che faccio, mi mettevo anche in ginocchio di fianco a lui perché era seduto su una sedia a rotelle e lo guardavo negli occhi. Lui, che soffriva, mi diceva i suoi lamenti, “nessuno mi capisce, io soffro, mi fa molto male, non riesco a respirare” (non so, non mi ricordo esattamente i lamenti) mi guardava in faccia mentre io gli prestavo attenzione, solo per portare rispetto per dire ecco io ci sono, ecco sono il prete ciao ciao. Lui comunque mi diceva queste cose, io lo ascoltavo e gli dicevo: “sì sì, vedo che stai soffrendo, vedo vedo, ci credo, mamma mia ci credo, oh davvero, capisco e se non capisco almeno ti credo, ti credo”. Facevo tre o quattro minuti al massimo così e poi uscivo “ciao, ciao”, non ero lì per fare chissà quale percorso con questa persona. Però ogni volta che facevo questo gesto notavo attorno a me nei famigliari – non so – una scossa, qualcosa non andava, una reazione forse non esplicita ma anche io, che sono la persona meno sensibile che ha mai camminato sulla faccia della terra, anche io percepivo qualcosa però… “non è un problema mio, io non c’entro, ciao ciao”. Dopo la quarta volta che passavo di lì, una delle figlie è uscita, mi è venuta dietro e mi ha detto: “grazie, grazie!”, “ma no, grazie di niente, è dovere! Tuo papà è una persona molto rispettabile, tutto bene”, “no ma grazie! Non sai quanto ci hai fatto capire, quanto ci hai insegnato!”…”Insegnato…io sono passato di lì tre o quattro minuti” “no no, tu non hai capito” e ha cominciato a piangere, poi ha ripreso controllo di sé, io un po’ avevo il terrore di avere fatto uno sbaglio da qualche parte (ho sempre il terrore di queste cose, perché le conseguenze dei miei sbagli sono forti..) e lei ha detto “no perché, non so, prima quando lui faceva tutti questi lamenti, ci diceva quanto soffriva, quanta paura aveva, quanto era frustrato dall’incapacità dell’ospedale, dei medici e nostra di aiutarlo e noi dicevamo «dai papà, su, non essere drammatico, dai non è poi così tragico, dai su papà», ma tu vieni dentro e lo ascolti, lo ascolti e lasci che lui esprima il suo sgomento, la sua paura, la sua angoscia” e dopo questo ha cominciato a piangere veramente a dirotto con grandi singhiozzi e ha detto: “noi l’abbiamo lasciato tutto solo, perché ci rifiutavamo di fargli questa compagnia”.

E perché non guardare in faccia in modo nudo l’angoscia, la paura e il dolore dell’altro? Tra l’altro, per favore, diamo una definizione a questa parola “angoscia”, che per me è estremamente importante (se posso indicherei anche una piccola lettura Curarsi e curare un discorso dell’ex arcivescovo cardinale Angelo Scola del 2016 a Medicina e Persona in cui parla del dramma dell’angoscia, è una lettura, come sempre per quelle di Scola, non necessariamente facile che però ripaga). Cos’è l’angoscia? È la percezione articolata o meno della fine, della morte, della mortalità, dell’incapacità di stare sulla terra, dell’annullamento della mia esistenza terrena. L’angoscia è questa percezione – articolata in modo chiaro o comunque, anche se non articolata, percepita e sentita – senza una chiara visione di un buon destino, senza poter afferrare qualcosa per cui vale la pena accettare questo fatto. Questa è l’angoscia. E l’angoscia è uno di quei sentimenti che, quando ti prende, è insopportabile. L’angoscia umanamente non è sopportabile, è una posizione che, come quella fibrosi nel polmone di questo povero uomo, ti soffoca, hai bisogno di aria, fai qualunque cosa pur di allontanarla.

E qual è la difficoltà di guardare in faccia l’angoscia dell’altro? Il problema di guardare in faccia l’angoscia dell’altro è il fatto che subito ti richiama alla tua angoscia. Svela subito, mette a nudo, la tua angoscia. La maggior parte di noi è così brava a non pensarci, a sopprimere, a nascondere, a non guardare, a non pensarci come se questa angoscia non ci fosse. Questa angoscia è un mare e la nostra esistenza quotidiana è solo una piccola isola galleggiante sopra questo mare (di angoscia), di terrore della morte. È insopportabile e quindi l’avvicinarsi, il lasciarci colpire, guardare in faccia l’angoscia dell’altro senza poter risolvere il problema in nessun modo: come si può e perché sarebbe a mio vantaggio il farlo? Sono convinto che quando le persone si tolgono la vita è l’angoscia che non sopportano, non è il dolore né il limite di non poter camminare più, vedere più, fare le cose di una volta, non è neanche la solitudine in sé e per sé ma è l’angoscia a essere insopportabile.

Io che accompagno centinaia e centinaia di persone in situazioni gravi posso dire che c’è un fattore comune tra queste persone, anche per il famoso dj Fabo – ero io il suo prete anche se lui si è tolto la vita (cosa che per me è stata veramente orrenda, io ho sofferto molto per questa cosa, come i miei compagni di casa sanno, li ho messi in imbarazzo per 5 mesi. Ricordo una volta al Mc Donald’s….non riuscivo a non piangere, ho passato tutta la cena solo a piangere, è stato molto imbarazzante per me…). Tutte queste persone che seguiamo, anche lui, anche dj Fabo, esprimono un unico desiderio: vogliono vivere ma non sanno vivere così, non con questa angoscia e neanche noi che forse non abbiamo le stesse prove, forse anche noi non sappiamo vivere così.

Come nell’esempio di quella famiglia di cui vi ho parlato prima, una famiglia splendida, intatta, sana, amorosa, generosa, anche loro non riuscivano a stare vicino, tanto meno noi che siamo un po’ meno perfetti. Come fare, che passo ci vuole? Conosco una famiglia, hanno tre maschi, l’ultimo è uno di quei figli d’oro, a scuola tutti gli insegnanti non riuscivano a esprimere abbastanza la gratitudine per avere uno studente così in classe, in parrocchia il parroco diceva “Meno male che tra i giovani c’è uno come lui a cui tutti gli altri vanno dietro”, era anche molto bello fisicamente. Ha avuto un incidente in motorino e a 15 anni è stato in stato vegetativo permanente. Il suo sistema fisico è ottimo però con uno stato di coscienza difficile da definire, questo stato vegetativo, però diciamo che al meglio si può dire minimo al peggio si può dire sotto il minimo. E comunque, la prima volta che sono arrivato a casa loro (ricordo benissimo, ho un po’ di esperienza e alcune cose riesco a percepirle subito ormai) nella conversazione con i due genitori – bravi, cristiani molto impegnati, coinvolti nella parrocchia, si prendono cura loro del loro figlio, lo tengono in casa, non lo mettono in una struttura – comunque c’era qualcosa che non andava: dopo venti minuti che ero lì a parlare con i genitori e la badante ho detto al papà, solo per intuito, “andiamo noi due in cucina a parlare”. E davvero dopo trenta secondi lui ha cominciato a dire “voglio portare mio figlio in Svizzera per fare finita questa storia” E ho detto: “Ok, va bene, dimmi, raccontami perché vuoi portare tuo figlio in Svizzera, a ucciderlo?”. “Ma non possiamo lasciarlo in questa angoscia, non possiamo lasciarlo così, guardalo! tutto chiuso in questo corpo che non risponde mai, chiuso in questo letto, chiuso in questa camera, chiuso, prigioniero. Non possiamo lasciarlo in questa angoscia!”. Io gli ho detto: “ma questa che stai dicendo è veramente una considerazione grossa grossa, però io non so dell’angoscia di tuo figlio, io non so che angoscia provi e quanta ne provi, ma so una cosa…che il motivo per cui mi stai dicendo questo, così di getto dopo trenta secondi a tu per tu, non è per l’angoscia di tuo figlio ma per la tua”. E se posso fare una nota leggermente politica, queste leggi che ci propongono per risolvere il problema non ce le propongono per compassione di chi soffre ma per liberare noi dalla nostra angoscia davanti a persone così, liberarci dicendo: ehi, abbiamo messo nelle vostre mani i mezzi per risolvere il problema, quindi non ho più la responsabilità di avvicinarmi a te e guardare te in faccia, sono liberato da questa responsabilità, da questa angoscia perché abbiamo fatto passare queste leggi. Non è l’angoscia di chi soffre che detta queste leggi, è l’angoscia di chi fa le leggi.

E poiché noi siamo angosciati non facciamo nessuna protesta, nessuna, sì ammazziamoli perché ho l’angoscia e non la sopporto. Fine della nota politica, scusate se urto le sensibilità sociali. Questa è la sfida per noi: come rispondere a questa sfida? Un termine per rispondere a questa sfida si chiama ipotesi di valore e questo è un termine per me molto importante. Entrambe le parole sono molto importanti. Cosa intendo con questa ipotesi di valore?

Cominciamo con il secondo termine che è valore. Un’ipotesi che dice: io voglio vedere, voglio scommettere che anche la tua vita vale la pena di essere vissuta, anche una vita come la tua, che mi fa terrore, vale la pena di essere vissuta. Valore vuol dire questo: che vale la pena.
Però c’è da sottolineare il primo termine, la prima parola: ipotesi. Perché dico ipotesi e non certezza? Fra l’altro un’ipotesi ha anche della certezza sotto. Quando uno scienziato mette su un progetto per un esperimento in cui si spenderanno 10 milioni di dollari e lui passerà sei anni della sua vita per verificare un’ipotesi…è un’ipotesi ma dentro di lui c’è anche una certezza, altrimenti non lo farebbe. Però deve essere verificata. Perché dico ipotesi?

Per spiegarlo racconto un’altra storia. Quattro anni e mezzo fa, un sabato mattina di settembre, a mezzogiorno, un mio amico (che ho incontrato nel 1987 – ci conosciamo da allora, era un neolaureato all’epoca e adesso è papà di famiglia, anzi è nonno) mi chiama, è sconvolto e mi dice: “ho bisogno del tuo aiuto”. E io mi dico: che cosa è successo? io conosco bene la sua famiglia, sua moglie e i suoi figli. Sento nella voce che è qualcosa di grosso. E lui dice: “ho appena ricevuto una telefonata”. E io “ok, raccontami”. “E io non voglio andare” mi dice lui. È molto sconvolto, ma dopo tante domande capisco questa storia. Lui, da più di dieci anni forse undici/dodici, fa caritativa una volta al mese, porta il pacco di alimentari a diverse famiglie povere. C’è una famiglia in particolare che conosce da tutti questi anni, e in tutti questi anni non ha mai perso un mese nel portare questo pacco, è fedele, e quando lui ha cominciato ad andare in questa famiglia c’era la mamma e la figlia adolescente, però passati gli anni ci sono la mamma, la figlia, e la figlia della figlia. Non c’è il marito in giro (i figli vengono per natura… la famiglia per la grazia). E c’è una bambina, 8 anni, lui è stato lì alla sua nascita, è stato lì per ogni suo compleanno, e poi l’ha vista ogni mese per tutta la sua vita in questi 8 anni. Loro (cioè la mamma e la nonna) l’hanno appena chiamato per chiedergli di andare lì da loro. Quel sabato mattina era passato da casa il papà che come tutti i sabati passava a prendere la bambina. Però lui aveva anche un figlio da un’altra donna vicino e andava anche da lei a prendere il bambino e passava il sabato coi suoi figli e poi li riportava. Questa volta era venuto a prendere i figli e poi, tornato a casa, li ha uccisi (a Seregno, 5 anni fa circa). La prima cosa che hanno fatto è stata chiamare lui e volevano che lui andasse lì. E lui non voleva andare. Perché provava angoscia. Gli ho chiesto: “perché non vuoi andare?”. “Ma no, non posso, perché ho paura”. “Ho capito che hai paura, io ne ho solo sentendoti; però tu hai vissuto una grande storia di bellezza, di vita, di speranza. Lascia che questo ti mandi”. “No, tu non hai capito niente, perché…”, “Cos’è che non ho capito?”, “Tutte quelle certezze che 15 minuti fa, un quarto d’ora fa, tutte quelle certezze che io portavo con me in tutta la mia vita non le ho più, non le ho più”. Io gli credevo. E non sapeva cosa dire, non sapeva cosa fare e aveva paura di guardarla in faccia, questa angoscia, questo dolore, questa paura. Quindi gli ho detto: “Sono contento che mi dici questo perché così entrerai in quella casa povero come loro sono poveri. Però proprio perché hai vissuto la storia che hai vissuto, anche tu entrerai in quella casa e tu con il tuo sgomento, la tua rabbia, la tua confusione, la tua paura, tu dirai: e Tu dove sei? Tu farai la domanda di un’evidenza, la domanda di una verifica e non potrai farne a meno, perché queste due donne non ce la fanno a fare questa domanda, non hanno la tua storia e sono schiacciate, la realtà per loro si è dimostrata essere omicida, senza pietà, la realtà che ha tolto da loro il loro tesoro, in modo disumano. Loro non ce la fanno a interrogare la realtà, a interpellare la loro esperienza. Ma tu andrai in questa casa e lo farai tu. E se per caso tu vedi che Lui risponde sarai tu capace di dire: hai visto? hai sentito? hai notato? Ma pensa un po’! Sarai tu”.

Mi ha chiamato dopo una settimana e mi ha detto: “Sono appena tornato dal funerale e il prete nella predica ha detto: Noi siamo stati tutti smarriti da questa tragedia, e chi di noi avrebbe mai pensato, avrebbe mai osato pensare che questa sarebbe stata la settimana delle meraviglie, dei segni!”. E questi sono i segni che normalmente la persona, in prima persona non è capace di intercettare, perché è smarrito, così schiacciato. Ma una compagnia rende intercettabili questi segni, visibili, percepibili, una compagnia può indicare l’opera del Mistero a nostro favore. Ma compagnia si fa con questa ipotesi di valore, ipotesi perché non puoi portare dentro dal di fuori la risposta all’angoscia di queste persone, non puoi dire: ecco, tiro fuori dalla mia tasca quello che risolve.

Tu vai lì, con una ferita, però con questa ipotesi che dice: dove sei? fatti vedere. E quando tu lo vedi dici: ma pensa un po’, hai visto!? E questo apre tutte le esperienze dell’altro, diventa una compagnia, non solo tua ma del Mistero che gli vuole bene.

Tornando a questo signore con la fibrosi al polmone, sono stato due ore a casa sua e gli ho detto: “Tutto il male che hai addosso è tutto in preventivo, cioè in bilancio, già messo in conto e quindi tu guardando avanti, vedi tutto quel male che ti aspetta già scritto, già prefissato e guardando in avanti lo senti tutto già addosso. Non solo il male di oggi, la sofferenza di oggi, ma già stai soffrendo le sofferenze dei mesi prossimi, il soffocamento che sarà la tua morte lo stai già soffrendo ora, perché è tutto in preventivo, non so se mi spiego. Però dobbiamo accogliere la parola di Gesù: “non affannarti per il domani, a ciascun giorno basta la sua pena” (cioè lascia a domani il peso di domani), l’oggi è quello che conta. E perché conta l’oggi? E perché vivere oggi? E gli ho detto: “Ma c’è qualcosa che è capitato oggi, qualcosa che hai visto oggi, che hai sentito oggi, qualche battuta che hai scambiato con tua moglie oggi, un ricordo che ti è venuto oggi, qualcosa oggi, un momento per cui valeva la pena di esserci?”

E lui ha detto: “Si”. Gli ho chiesto: “Che cosa?”. “Quando ti parlavo dei miei nipotini, ero così felice”; “E altro?”. “La tua visita”. Io non so come sarà domani. Perché gli ho detto: “il male è già impastato da quando sei nato, le uniche due garanzie della tua vita sono che tu devi soffrire, che tu devi morire. Già, le uniche due garanzie, tutto il resto è promessa. Ma promessa e garanzia non sono mica la stessa cosa. Però questi momenti, questi segni di una realtà che non ti è nemica, ma misteriosamente, attraverso questa valle di lacrime, ti accompagna, questa Grazia – perché è Grazia – non è in preventivo, non è sulla bilancia, deve venire liberamente, gratuitamente, come vuole.

Sta a noi essere aperti, intercettare questi segni. Però, per intercettare, ci vuole una compagnia, quelli che ti si fanno vicino – e vicino non vuol dire solo fisicamente ma con un’ipotesi di valore. Perché ho detto ipotesi? Perché può essere verificata solo sul campo, non viene “dentro” preconfezionata. E che vantaggio c’è per noi nel fare così, nel fare compagnia? perché quando noi “vediamo” – cioè non facciamo niente ma siamo solo testimoni che dicono: hai visto? ma pensa un po’! – quando viene fuori un momento innegabile di verità, di bellezza, di perdono, di stupore, di gratitudine, siamo noi a essere liberati dalla nostra angoscia e usciamo da quel posto liberi, come non lo siamo mai stati. Questo non risolve la prossima volta, ogni volta deve essere vissuta come un rischio; però quando vediamo che veramente c’è un Altro all’opera a nostro favore, siamo noi ad uscirne più vivi, più liberi, come non siamo mai stati prima. Il vantaggio è per noi.

Avrei tante storie da raccontare stasera per spiegare questo, però finisco con una sola storia ancora, sono alla fine, l’ultima battuta. C’è da dire che quando sono uscito dalla casa del malato di fibrosi, lui mi ha detto una cosa bellissima: “Tu vieni qua, ma quando sto soffrendo viene fuori da me una persona che non voglio riconoscere (la persona angosciata, la persona arrabbiata, la persona che non sostiene, non sopporta la vita, la persona irragionevole, terrorizzata), viene fuori questa persona sconosciuta, sono un altro”. Io gli ho detto: “Meno male, perché finalmente ti esponi e puoi essere amato fino in fondo come mai prima”. E lui mi ha guardato, mi ha preso le mani e ha cominciato a baciarle. Quando ero arrivato, lui era tutto angosciato e voleva suicidarsi, mentre quando sono partito aveva tutta un’altra ipotesi, di gratitudine.

È come quando, la settimana scorsa, sono stato invitato a tenere una lezione. La dottoressa che mi aveva invitato a tenere questa lezione, un’oncologa, la settimana prima mi aveva parlato di una sua paziente che era malata di cancro al quinto stadio, quindi siamo alla fine. Lei – la malata – è una persona ricchissima, una contessa, con una casa di tre piani, vicino alla Scala, in via Montenapoleone. A volte i soldi riuniscono, ma spesso anche dividono. Come in questo caso: la sua famiglia già da tanti anni era completamente divisa, lei era separa da tutti, non si era mai sposata, aveva conviventi vari, ma era così sola che quando si è scoperta malata ha voluto andare in un albergo del centro, il Four Seasons, pur di non sentirsi sola. Quando mi ero reso disponibile ad andare a farle visita, la dottoressa mi aveva detto: no, no, lei con i preti no, è nata e cresciuta in una famiglia massona, non sa nemmeno il Padre Nostro.


E quando sono arrivato a fare la lezione questa dottoressa mi ha detto: “ho dovuto ricoverarla stamattina, è qua, sta morendo, vieni”.

Io entro al Pronto Soccorso, ed era evidentissimo che stava morendo (bene o male ho accompagnato tantissime persone e so…i segni sono chiari, per chi sa riconoscere). E lei stava vivendo questi ultimi minuti, ultima ora della sua vita e normalmente trovo le persone molto chiuse dentro un guscio, ma quando ho cominciato a parlare con lei, mi ha guardato, mi ha fissato, ha fatto questo sorriso da una parte all’altra. Ho cominciato a pregare silenziosamente e ho capito che voleva essere interpellata, quindi ho cominciato a pregare a voce alta e ogni volta che parlavo di Gesù, che parlavo della Madonna, quando pregavo Dio lei mi fissava con questo volto luminoso, come un faro di luce. E dopo averle dato la benedizione sono uscito per andare a fare la lezione e ho detto a questa oncologa: «che cosa è successo? non è questa la persona che mi avevi descritto una settimana fa…anzi!». «Non lo so!» – ha detto – «Lei mi ha chiamato ieri mattina, prima dell’arrivo di questa crisi, dicendo “Hai ragione! don Giussani ha ragione! (Perché questa oncologa l’avevo portata a qualche scuola di comunità, anche se lei diceva: Ma no questa roba di chiesa, per me è brava gente ma non è per me questa cosa) Hai ragione Gesù Cristo c’è, Gesù è vero, è vero!”». E l’oncologa avrebbe voluto quanto prima farle visita per capire di più però non c’è mai stata questa occasione. Lei è morta dopo mezz’ora, meno di un’ora dopo la nostra visita. C’era una compagnia che rischiava. Quando quel medico mi aveva parlato la settimana precedente era piena di angoscia lei, perché pensava a come avrebbe potuto aiutare questa persona. Ma è stata la sua vicinanza con un’ipotesi di valore che ha aperto quella signora alla scoperta dell’opera di un Altro. Non è stata lei a risolvere qualcosa ma è stata la sua vicinanza con un’ipotesi di valore che non solo ha fatto fare a questa donna una morta santa come pochi di noi faranno, non solo questo, ma ha reso lei stessa piena di stupore e gratitudine nella sua vita, nella sua vocazione e nella sua professione. Questo è un vantaggio ragazzi miei, e quindi ho raccontato a quei medici questa storia con lei al mio fianco. Ho raccontato questa e altre storie. Ero arrivato per tenere la lezione con le prime sei pagine del mio discorso già scritte perché c’era il traduttore (io parlavo in inglese perché la Facoltà di Medicina è in inglese e gli studenti sono stranieri però la metà degli uditori erano personale dell’ospedale e quindi c’era lui a tradurre). Io e il traduttore ci eravamo incontrati per capire alcune cose e metterci d’accordo. Alla fine della lezione lui è uscito dalla stanza da cui aveva fatto la traduzione per gli altri ed è entrato nella sala, prima ha parlato con questa stessa dottoressa e lei gli ha detto: “questo lo devi dire a lui”. E cosa mi ha detto? Lui (che ha la mia stessa età), buddista da tutta la vita praticamente – è occidentale ma a 22 anni è diventato buddista – ha detto che per la prima volta da quando fa questo lavoro delle traduzioni, per la prima volta in 30 anni che fa questo lavoro lui ha pianto facendo la traduzione. Perché in una o due di queste storie ho raccontato la meraviglia della sua esperienza di accompagnare la sua mamma alla morte e lui ha detto è un’ipotesi di valore: “Certo la mia ipotesi non è la tua ma è stata questa ipotesi di valore che ha permesso a me di domandare dentro questa esperienza”. Noi abbiamo la fede o, almeno, siamo qui, dentro una casa costruita per aiutarci nella fede. E la fede non è la risoluzione dei problemi, ma fa vivere, fa nascere dentro di noi la possibilità di entrare nella vita con un’ipotesi di valore, che però ha bisogno di essere verificata sul campo. Non è una prevenzione ma una speranza che nasce e rinasce. Bene, chiediamo che questa Quaresima ci faccia andare fino in fondo a questa ipotesi di valore.

don Jacques: Abbiamo un po’ di tempo, se qualcuno desidera fare una domanda, un commento, può venire qui davanti, c’è il microfono.

Ciao, mi ha molto colpito quando tu hai parlato dell’esperienza della paura a stare di fronte alla angoscia dell’altro. Questa è anche la mia paura. Io vivo questa esperienza rispetto a mio fratello, che è malato psichiatrico. E pur vivendo una vita di fede – che, come dici tu, permette di non lasciarsi abbattere dalle cose ma di essere sempre protagonisti – di fronte alla paura che a volte mi prende io mi paralizzo. Quindi non è che la fede mi faccia “scomparire” questa cosa. E vorrei imparare, non con una strategia o con un trucco (tu hai detto che non c’è meccanismo e questo è verissimo), come umanamente stare di fronte a questa paura senza censurarla.

don Vincent: È molto semplice, noi siamo discepoli di don Luigi Giussani o almeno figli di don Massimo Camisasca che era figlio di Luigi Giussani (don Massimo Camisasca è l’attuale vescovo di Reggio Emilia, fondatore della Fraternità San Carlo). Lui diceva sempre che la fede è generata da persone che a loro volta sono generate nella fede. La fede è generata nelle persone che a loro volta sono state e vengono ora generate: genera chi è generato. Ma io lo sposterei un attimo e direi: riesce a far compagnia chi è accompagnato. Riesce a far compagnia, cioè ad andare avanti con un’ipotesi di valore anche davanti all’angoscia, paura, dolore dell’altro, chi si lascia accompagnare da chi guarda te nel tuo dolore, nella tua angoscia. E quando noi ci lasciamo accompagnare in modo sincero, drammatico, nel reale in quanto questa compagnia esiste per noi ci sarà di più la possibilità di fare compagnia all’altro. Cos’è l’Incarnazione? È la compagnia di Dio all’uomo, con un’ipotesi di valore anche in queste circostanze. Circostanze che da sé non potrebbero mai far suscitare un’ipotesi di valore di nessun tipo e in nessun modo. È perché c’è Lui che diventa ragionevole avere questa ipotesi di valore. Emanuele, si chiama, Dio tra noi, cioè Dio che ci fa compagnia. Il grande grido degli Ebrei nel deserto nei primi mesi con Mosè e gridano arrabbiati e terrorizzati: “Ma Dio è con noi o no?” – è La domanda umana e non c’è mai una risposta definitiva per tutti i tempi, è la domanda che si apre sempre di più esperienza di fede, perché c’è sempre più speranza di una risposta. La domanda non si chiude ma si apre sempre di più: Dio è con noi o no? Coloro che vivono la compagnia così, con questa domanda aperta, perché deve essere verificata. “Dio è con noi o no?” Questo è l’aiuto più pertinente a tornare a vivere la compagnia a chi non riesce a fare nessuna ipotesi. È troppo astratto quello che sto dicendo? Comunque ho molto in mente tuo fratello, grazie di avermelo ricordato.

don Jacques: Bene. Grazie don Vincent per questo incontro. Io non ho la tua esperienza, ma un po’ di malati li vedo come sacerdote [don Vincent: “siamo tutti qua…”], come parroco, come dici tu adesso: vedo tutti i miei parrocchiani… quindi tanti malati, quasi tutti… di qualcosa… Una cosa che mi ha sempre molto colpito, quando dicevi: qual è il passo di fronte all’altro che è malato? Imparare a fare compagnia, imparare! Quindi avere questa apertura di crescita, di cambiamento e di grazia che uno riceve quando va a trovare un malato. E c’è un segno molto significativo che mi viene in mente. Questo pomeriggio sono andato a trovare un malato. La prima cosa che ha fatto, e che ho anche desiderato che facesse, è stato prendermi la mano, senza dire una parola (e comunque non si capiva molto bene quello che diceva) mi ha preso la mano. Io, come don Vincent, come tanti di noi della Fraternità San Carlo, siamo stati in tanti paesi del mondo e quasi sempre colui che soffre ti prende per mano, è incredibile perché uno pensa di essere la soluzione e invece l’altro ti mette a nudo, come dicevi tu Vincent, e ti prende la mano perché cerca questa compagnia. È una cosa stratosferica e che fa piangere perché l’altro cerca. E quante fatiche in famiglia sarebbero vivibili con questo semplice passo, con questo semplice metodo che siamo invitati a vivere dal malato stesso. È lui che ci dà il metodo [don Vincent: qual è la prima premessa de Il Senso Religioso di don Giussani? Il metodo è imposto dall’oggetto]. Partire dall’altro. Vorrei fissare questo punto per stasera, prima di tutto per me ma spero per ognuno di voi: il desiderio, l’apertura, la domanda a Dio di imparare a fare compagnia ai nostri malati, in particolare ai nostri amici, ai nostri famigliari e lasciarsi accompagnare da loro nelle nostre angosce per fare veramente compagnia a loro.

Milano, Parrocchia San Carlo alla Ca’ Granda, venerdì 16 marzo 2018

2 Replies to “Imparare a fare compagnia”

  1. Grazie per questo articolo molto lungo. L’ho letto con avidità per vedere un luogo che non ho visto e che imparo da chi l’abita. Se ora il Corona Virus non avesse fermato la mia fretta, non avrei avuto il tempo per addentrarmi in questo luogo. Per parlare della angoscia, per conoscerla e cominciare a riconoscerla. Ecco che quando perdo la pazienza, o cerco una soluzione a tutti i costi, io realtà manifesto la mia angoscia. Quella che sa che tutto perderemo. Questo è il sentimento mondano che mi abita, a cui non sapevo dare il nome.
    Ma una compagnia che ci accompagna accoglie la nostra angoscia. Ogni esperienza vissuta, condivisa e donata, ci racconta della nostra personale paura. Così smascherata, fa meno paura perché è sostenuta dagli altri. La Compagnia di Cristo nella compagnia del movimento originato da don Giussani, insegna a farci compagnia.

  2. La vera compagnia è quella di stare lì, di condividere senza sconti la sofferenza e l’angoscia. Senza la tentazione di ingannare chi è “sulle frontiere dell’umano”, sminuendo il dolore che sta provando o, peggio, facendogli credere che non è così. Ricordo mio padre che una volta, colpito da un tumore, mentre era in ospedale, in un momento di disattenzione del personale, per avere conferma di quel che sospettava e che io, stupidamente avevo tentato di nascondergli, si infilò nella stanza del caposala e cercò la verità leggendola sulla cartella clinica. Mi telefonò sconvolto. Non saprei dire se sconvolto più per la realtà della malattia o per la bugia di sua figlia. So che questo ci consentì di riabbracciarci, di darci un reciproco perdono, di vivere con letizia e fino in fondo, con la compagnia di voi sacerdoti della San Carlo, di mio marito, dei figli e di tutta la famiglia, in particolare di una coppia di zii che per mio padre erano i suoi cognati che nonostante l’età avanzata, tutti i pomeriggi all’orario delle visite venivano a trovarci, a farci compagnia e non erano credenti!
    Grazie!
    Grazie!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *