La speranza

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Charles Péguy – Il portico del mistero della seconda virtù

La fede, no, non mi sorprende.

La fede non è sorprendente.

Io risplendo talmente nella mia creazione.

Nel sole e nella luna e nelle stelle.

In tutte le mie creature.

Negli astri del firmamento e nei pesci del mare.

Nell’universo delle mie creature.

Sulla faccia della terra e sulla faccia delle acque.

Nei movimenti degli astri che sono nel cielo.

Nel vento che soffia sul mare e nel vento che soffia nella valle.

Nella calma valle.

Nella quieta valle.

Nelle piante e nelle bestie e nelle bestie delle foreste.

E nell’uomo.

Mia creatura.

[…]

Io risplendo talmente nella mia creazione.

Che per non vedermi realmente queste povere persone dovrebbero esser cieche.

La carità, dice Dio, non mi sorprende.

La carità, no, non è sorprendente.

Queste povere creature son così infelici che, a meno di aver un cuore di pietra, come potrebbero non aver carità le une per le altre.

Come potrebbero non aver carità per i loro fratelli.

Come potrebbero non togliersi il pane di bocca, il pane di ogni giorno, per darlo a dei bambini infelici che passano.

[…]

Ma la speranza, dice Dio, la speranza, sì, che mi sorprende.

Me stesso.

Questo sì che è sorprendente.

Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio.

Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina.

Questo sì che è sorprendente ed è certo la più grande meraviglia della nostra grazia.

Ed io stesso ne son sorpreso.

E dev’esser perché la mia grazia possiede davvero una forza incredibile.

E perché sgorga da una sorgente e come un fiume inesauribile

[…]

Quale non dev’esser la mia grazia e la forza della mia grazia perché questa piccola speranza, vacillante al soffio del peccato, tremante a tutti i venti, ansiosa al minimo soffio, sia così invariabile, resti così fedele, così eretta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile da spegnere; come questa fiammella del santuario.

Che brucia in eterno nella lampada fedele.

Una fiamma tremolante ha attraversato la profondità dei mondi.

Una fiamma vacillante ha attraversato la profondità delle notti.

Da quella prima volta che la mia grazia è sgorgata per la creazione del mondo.

Da sempre che la mia grazia sgorga per la conservazione del mondo.

Da quella volta che il sangue di mio figlio è sgorgato per la salvezza del mondo.

Una fiamma che non è raggiungibile, una fiamma che non è estinguibile dal soffio della morte.

Ciò che mi sorprende, dice Dio, è la speranza.

E non so darmene ragione.

Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla.

Questa speranza bambina.

Immortale.

Perché le mie tre virtù, dice Dio.

Le tre virtù mie creature.

Mie figlie mie fanciulle.

Sono anche loro come le altre mie creature.

Della razza degli uomini.

La Fede è una Sposa fedele.

La Carità è una Madre.

Una madre ardente, ricca di cuore.

O una sorella maggiore che è come una madre.

La Speranza è una bambina insignificante.

Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso.

Che gioca ancora con il babbo Gennaio.

Con i suoi piccoli abeti in legno di Germania coperti di brina dipinta.

E con il suo bue e il suo asino in legno di Germania. Dipinti.

E con la sua mangiatoia piena di paglia che le bestie non mangiano.

Perché sono di legno.

Ma è proprio questa bambina che attraverserà i mondi.

Questa bambina insignificante.

Lei sola, portando gli altri, che attraverserà i mondi passati.

Come la stella ha guidato i tre re dal più remoto Oriente.

Verso la culla di mio figlio.

Così una fiamma tremante.

Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.

Una fiamma squarcerà delle tenebre eterne.

(…)

Si dimentica troppo, bambina mia, che la speranza è una virtù, che è una virtù teologale, e che di tutte le virtù, e delle tre virtù teologali, è forse quella più gradita a Dio.

Che è certamente la più difficile, che è forse l’unica difficile, e che probabilmente è la più gradita a Dio.

La fede va da sé. La fede cammina da sola. 

Per credere basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare. Per non credere bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Andare all’inverso. 

La fede è tutta naturale, tutta sciolta, tutta semplice, tutta quieta. Se ne viene pacifica. E se ne va tranquilla. 

È una brava donna che si conosce, una brava vecchia, una brava vecchia parrocchiana, una brava donna della parrocchia, una vecchia nonna, una brava parrocchiana. Ci racconta le storie del tempo antico, che sono accadute nel tempo antico.

Per non credere, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie. Per non vedere, per non credere.

La carità va purtroppo da sé. La carità cammina da sola. 

Per amare il proprio prossimo basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare una tal miseria. Per non amare il proprio prossimo bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Andare all’inverso. 

La carità è tutta naturale, tutta fresca, tutta semplice, tutta quieta. 

È il primo movimento del cuore. E il primo movimento quello buono. 

La carità è una madre e una sorella.

Per non amare il proprio prossimo, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie.

Dinanzi a tanto grido di miseria.

Ma la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. 

Per sperare, bambina mia, bisogna esser molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia.

È la fede che è facile ed è non credere che sarebbe impossibile. 

È la carità che è facile ed è non amare che sarebbe impossibile. 

Ma è sperare che è difficile e quel che è facile e istintivo è disperare ed è la grande tentazione.

La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori e su di lei nessuno volge lo sguardo.

Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada

interminabile, sulla strada fra le sue due sorelle la piccola speranza.

Avanza.

Fra le due sorelle maggiori.

Quella che è sposata.

E quella che è madre.

E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione che alle due sorelle maggiori.

La prima e l’ultima.

Che badano alle cose più urgenti.

Al tempo presente.

All’attimo momentaneo che passa.

Il popolo cristiano non vede che le due sorelle maggiori, non ha occhi che per le due sorelle maggiori.

Quella a destra e quella a sinistra.

E quasi non vede quella ch’è al centro.

La piccola, quella che va ancora a scuola.

E che cammina.

Persa fra le gonne delle sorelle.

E ama credere che sono le due grandi a portarsi dietro la piccola per mano.

Al centro.

Fra loro due.

Per farle fare questa strada accidentata della salvezza.

Ciechi che sono a non veder invece

Che è lei al centro a spinger le due sorelle maggiori.

E che senza di lei loro non sarebbero nulla.

Se non due donne avanti negli anni.

Due donne d’una certa età.

Sciupate dalla vita.

È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.

Perché la Fede non vede se non ciò che è.

E lei, lei vede ciò che sarà.

La Carità non ama se non ciò che è.

E lei, lei ama ciò che sarà.

La Fede vede ciò che è.

Nel Tempo e nell’Eternità.

La Speranza vede ciò che sarà.

Nel tempo e per l’eternità.

[…]

La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.

Ama quel che non è ancora e che sarà.

Nel futuro del tempo e dell’eternità.

Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.

Sulla strada in salita.

Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,

Che la tengono per mano,

La piccola speranza.

Avanza.

E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.

Come una bambina che non abbia la forza di camminare.

E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.

Mentre è lei a far camminar le altre due.

E a trascinarle,

E a far camminare tutti quanti,

E a trascinarli.

Perché si lavora sempre solo per i bambini.

E le due grandi camminan solo per la piccola.

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