Toccare il mantello di Gesù

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don Fabio Rosini – “L’arte di guarire” pp. 203-220

Molta folla seguiva Gesù e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male.E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: «Chi mi ha toccato?»». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male».[Mc 5, 24-34]


Se è così importante toccare il Signore, come ciò accada non può essere trascurato. 

Cosa fa esattamente questa donna? 

“Vene tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti,sarò salva” (Mc 5,26 s.). 

Voleva sfiorare le vesti. La traduzione va un po’ precisata: il termine è lo stesso del mantelloma qui è al plurale e indica il vestiario globale; lei riesce da dietro a toccare la veste ossia il più esterno dei suoi indumenti, uno singolo, il primo che può toccare, per l’appunto il mantello.

In sostanza la donna tocca la più esterna propaggine della presenza del Maestro. E’ il mantello, di fatto, e ha un grosso portato significativo nelle Scritture. 

Nella Scrittura il mantello rappresenta la persona, la sua identità.

Quando il profeta Elia getta il suo mantello sulle spalle di Eliseo, quello capisce subito: Elia gli sta consegnando la sua missione, gli sta dando la sua vocazione di profeta (cfr. 1Re 19,19 ss.) 

Toccare il mantello di Gesù non è toccare una stoffa… ma qualcosa che o rappresenta, che lo identifica. 

Quindi il contatto con il mantello di Gesù è simbolico, malgrado appaia fortuito. 

Come stiamo vedendo dall’inizio della nostra avventura, niente in questo testo è banale. Sottolineiamo un dato ulteriore: 

“venne tra la follae da dietro toccò il suo mantello” (Mc 5,27s.)  

La folla. 

Per arrivare al mantello bisogna farsi strada tra questo mondo di gente che gli sta intorno, che forse ha con Lui un rapporto futile – il Signore infatti averte quando la donna lo tocca, segno che gli altri in realtà lo lambivano senza entrare in contatto con Lui. 

In primis questa folla è un impedimento. Capita che il Signore stia dietro una cortina di banalizzazione, di false immagini, di curiosità, di mondanità. 

Nel vangelo di Marco Gesù ha compassione della folla (6.34 e 8,2s.), ma capita che anche che sia un ostacolo da superare. Ad esempio c’è un paralitico cui la gente impedisce di arrivare da Gesù, e finisci che devono calarlo dal tetto (2,1-4) ed è emblematica la storia di Bartimeo, un cieco di Gerico, che per poter essere guarito deve gridare più forte della gente che lo rimproverava per farlo tacere, e alla fine riesce ad essere ascoltato (10,46-52).

Così, come in altri casi, anche questa donna deve incontrare Gesù malgrado la folla. 

Eppure…

Eppure Gesù sta proprio lì, lei non poteva trovarlo altrimenti. 

Dobbiamo tener conto di questo: la localizzazionedi Gesù è in mezzo a questa gente. Se lo cerchi sul GPS Gesù lo trovi in mezzo ad un popolo confusionario, spesso impresentabile, eppure tante volte sorprendente…

Si chiama CHIESA. Gesù sta da quelle parti: 

Perchè dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono in mezzo a loro”.(Mt 18,20).

Puoi cercarlo dove ti pare, puoi fare l’individualista quanto vuoi, ma il Signore Gesù fuori di lì è molto più difficile da trovare. 

Per incontrare il Signore Gesù bisogna incontrare i cristiani. 

I cristiani sono molto spesso poco adeguati al loro nome, ma il Signore Gesù è uno sposo fedele. 

Anche nei periodi più bui il Signore si è sempre manifestato in mezzo alla sua Chiesa, suscitando novità, santità, bellezza, amore. Spesso la sua Chiesa è una sposa nevrotica e infedele. Ma quando ha cercato il suo Sposo lo ha sempre trovato ad aspettarla. Non credo esista dimostrazione più limpida della misericordia e della potenza di Dio della sopravvivenza della Chiesa ai suoi propri peccati. 

Tanti volte noi facciamo i puristi e storciamo il naso di fronte ai cristiani che ci circondano, per poi dover ammettere, un istante dopo, che non siamo migliori di nessuno. 

La Chiesa non è il posto migliore del mondo. Talvolta è il peggiore, specie per i Santi, quelli veri. Ma è il posto dove sta Gesù, dove puoi toccare il suo mantello, perché è lì che trovi il suo corpo e il suo sangue. 

San Francesco d’Assisi dice una cosa dei preti nel testamento, scritto di suo pugno: 

“Poi il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma santa della Chiesa Romana, a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdote poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri.”

Vuoi guarire? Hai bisogno di un contatto con la Vita e con l’Amore sconfinato del Signore Gesù, e per farlo hai necessità di toccare il mantello di Gesù. Ma se vuoi farlo ti tocca venir min mezzo a questa armata Brancaleoneche è la Chiesa. Ti tocca avere a che fare con questa gente controversa, che spesso è un ostacolo, ma non devi mollare. 

Ti dispiace? In fondo stai leggendo il libro di un prete, un pover’uomo qualsiasi, lui stesso talvolta perplesso sulla Chiesa, ma che deve ammettere di aver sbagliato, e tanto, e di essere stato salvato dalla Chiesa mille volte, anzi di più. 

E’ nella Chiesa che trovi il Signore molto più facilmente che altrove. 

E se vuoi toccare il mantello ci sono delle cose concrete da fare. Ossia? 

C’è da mettersi a pregare. 

Ma non a casaccio: bisogna farselo insegnare. Se improvvisi non fai niente di male, ma prima che trovi la strada dovrai faticare. Meglio farsi aiutare. 

Mi ricordo che ci rimasi male quando, confuso come pochi, andai dal mio unico vero parroco, don Isidoro Taschin, romano verace malgrado il cognome veneto, che Dio lo benedica, ed ero un ventenne caotico e pasticcione, e gli chiesi come potevo pregare…

Sfoderò il suo sorriso limpido, dietro ai suoi occhi chiari come la sua anima, e mi disse: “Prova a sta zitto”.  “Eh? Cosa?”.  “Sì. Sta zitto. Fermo. Seduto. Senza mòvete.”  “E che faccio?”.  “Prova a nun pensa a  niente.” “Oddio. E come di fa?”.  “Ce Provi”. “E poi?”.  “E poi provi a legge er Vangelo del giorno, quello che se dice a Messa.”  “E dopo?”. “E dopo hai da sta zitto.”. “Ma perché?” 

E ridendo mi disse: “Così finalmente te po’ parla!”.

E iniziai. E mi commuovo al pensare di quanto quell’uomo in due parole mi seppe introdurre alla vita interiore. E di come dopo un po’ mi regalò un Salterio – solo lodi, vespri e compieta. E iniziai a pregare sui Salmi. E quante volte ho bagnato quel povero libretto con le mie lacrime di ragazzo scombussolato che iniziava a ritrovare il Nord. 

Ricordo una cosa: questi libretti dei Salmi sparivano, la gente della parrocchia se li rubava… E don Isidoro era contento di doverli ricomprare. 

E così io iniziai a pregare, sulle parole semplicissime del Parroco con la “P” maiuscola, di cui poi sono fiero di esser diventato viceparroco e di esserlo stato per 13 anni, in una comunione e in una collaborazione che è difficile trovare ovunque, soprattutto fra i preti.

Così si inizia, pregando come insegna la Chiesa. 

Poi si va avanti. E si scopre che da soli si procede male. Invece con i fratelli è un altro paio di maniche. Perché se vuoi toccare il mantello di Gesù ci vuole una fraternità, una comunità cristiana, qualcuno insieme al quale camminare. 

Nessuno potrà mai incontrare Gesù da solo. Anche Saulo di Tarso – che ricevette la sberla individuale dal Signore – non uscì dalla cecità senza che arrivasse un tizio – peraltro proprio colui che Saulo andava a perseguitare – che si chiama Anania, che entrò da lui e gli impose le mani dicendo: 

“Saulo, fratello, mi ha mandato a te il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada che percorrevi, perché tu riacquisti la vista e sia colmato di Spirito Santo. E subito gli caddero dagli occhi come delle squame e recupererò la vista. Si alzò e venne battezzato, poi prese cibo e le forza gli tornarono”. (Ar 9,17-19)

Senza Anania, Saulo non avrebbe fatto un passo in più. Quelle mani che lo toccavano erano le mani della Chiesa, ma erano anche le mani del Signore…

Il delirio autonomista dell’uomo si infrange contro i balbettii di prove tecniche di trasmissione con il Signore, che vengono spezzate via quando si inizia ad assaggiare cosa sia pregare con dei fratelli, e camminare nella fede con qualcun altro. 

Ci vogliono gli altri, ci voglio i fratelli. Come devono essere? Aprire bene le orecchie: quelli che Dio ti mette sulla tua strada! 

Non fare il cretino che vai a sceglierteli! Così andrai per le tue categorie e non permetterai che Dio ti sorprenda. Deve parlare Lui, servendosi delle cose concrete che ti dà, secondo le sue scelte provvidenziali. 

L’emorroissa forse avrebbe scelte un’altra situazione per toccare Gesù, ma quella giusta era… quella possibile! 

Come sempre.

Conosco persone che cambiano otto volte “fraternità” di riferimento perché cercano persone migliori. Stai fresco. Sono tutti peggiori. Perché non è lì il punto, ma se smetti di scegliere tu. 

C’è chi per toccare il Signore gli “altri” li ha trovati tra i malati… penso all’esperienza di Tim Guènard, che incontra il Signore Gesù – dopo una storia tragica – fra i disabili gravi dell’Arche di Jean Vanier. 

Forse quelli della tua parrocchia ti sembrano pure un po’ strani, ma Dio sa servirsi di tutto…

Se vuoi toccare il mantello di Gesù c’è da mettersi a pregare più specificamente con la Parola di Dio. Non solo leggerla, ma meditarla, ripeterla, masticarla, metabolizzarla. 

E se lo fai insieme agli altri è mille volte meglio! 

Ascoltare e dare voce a quel che dice al tuo cuore e al cuore altrui; si resta basiti quando si inizia a scoprire quante prospettive diverse può suscitare la Parola di Dio nelle persone. 

Un buon metodo è quello di tornarci personalmente più volte, leggerla al mattino e riprenderla la sera. Non tanto tempo, bastano alcuni minuti, ma funzione bene se inizi a farlo e non smetti, magari appuntandoti quel che ti dice e la sera rileggerlo, e magari una volta a settimana rivedendo tutto quel che stai scrivendo. Ti farà molte sorprese e spezzerà la rotazione solipsistica della tua autorefenzialità, innescando un dialogo interno che ti relativizzerà. 

Ma il mantello di Gesù si fa presente nella sua forma principale nella Liturgia e nei Sacramenti, come dice il testo del Catechismo della Chiesa Cattolica citato in apertura di capitolo. 

Abbiamo ascoltato san Francesco dire 

“Dello stesso altissimo Figlio di Dio nient’altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo”. 

Di tante cose che si possono fare comunque la più sicura è quella che ci ha detto Lui di persone: celebrare in sua memoria quel che ha fatto, per renderlo presente, per toccarlo. 

Quel “fate questo in memoria di me”della Celebrazione Eucaristica non è per riportarlo alla mente, come pensiamo noi occidentali; bisogna sapere cosa è per un ebreo il “memoriale”: è la strada per attualizzare e rendere realmente presente una fatto del passato attraverso la Liturgia. 

Era esperienza del Popolo d’Israele che Dio si rendesse presente mentre si celebrava la sua Pasqua e le convocazioni sante, come il Giorno del Perdono e le altre liturgie, e questi erano i “memoriali”– esperienza diretta delle meraviglie passate compiute da Dio. 

Il Signore Gesù definì in questo modo quel che fece la notte in cui fu tradito, questa è l’Eucarestia. 

Sia chiaro: la capacità di rendere presente la potenza stessa di Dio è la caratteristica di tutti i Sacramenti. Posso escogitare mille cose per far riferimento a Dio che forse saranno solo giochi mentali, ma qui si entra in una realtà globale. Nei Sacramenti sono coinvolti i cinque sensi, vista, udito, tatto olfatto e gusto, e sono molto più cose da “vivere”che da “capire”. I sacramenti si toccanonel più concreto dei modi e, peraltro, non ce li inventiamo noi, li abbiamo ricevuti, e l’esperienza certifica la loro efficacia. 

Non mi sono mai mosso dal luogo dove avevo ricevuto il sacramento della Riconciliazione senza avere la percezione profonda eppure nitida che qualcosa era cambiato, che la vita aveva ripreso la sua direzione e che era stato toccato dall’amore di Dio. 

E’ chiaro che questo non è meccanico: a quella donna la vita cambiò mentre il resto della gente strusciava contro Gesù e non gli successe niente. 

Il potere dei Sacramenti è offerto, non imposto, ma se accolto è poderoso, perché, come dice il Catechismo sono: 

“… segno della potenza divina e salvifica del Figlio di Dio che, mediante la vita sacramentale, salva la persona umana nella sua totalità”.

Allora se qualcuno vuole toccare il mantello di Gesù, si metta sulla strada dei Sacramenti, in mezzo a quella folla di povere persone che è la Chiesa, e Lui sarà tangibile, per esperienza bimillenaria. 

E visto che siamo nel discorso dei Sacramenti, quello della Riconciliazione va preparato – come gli altri, logicamente – ed è buona cosa che ti trovi un prete da cui andare a confessarti regolarmente, che ti inizia a conoscere e piano piano ti sa aiutare sempre più. Ma non andare a caparti il prete famoso! Meglio quello sotto casa, che è disponibile. Devi toccare Gesù e la sua potenza, non fare psicoterapia. 

Va di lusso se trovi un padre spirituale, o una madre spirituale che ti accompagnino […] Ma almeno un confessore lo dovresti trovare! E se lo trovi, sfruttalo senza scrupoli, tanto ci pensa il Signore a ricompensarlo!

Cosa ancora? 

Gesù è tangibile nelle opere di misericordia: 

… ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi… In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”.(Mt 25,35 – 36,40) 

Quante volte ho visto giovani confusi e disperati ritrovare la luce dopo un atto di servizio ad un povero! Quante volte ho visto persone che venivano da macelli indicibili e da errori irrimediabili riuscire a voltare pagina e trovare tanta consolazione mettendosi ai piedi di malati, poveri e bisognosi di ogni tipo! Sembrava che fossero loro a toccare, mentre venivamo toccati, e questa è l’esperienza di tanti. 

Sicuramente il Signore si lascia toccare anche quando ti metti a combattere contro i tuoi vizi, e usufruisci della preghiera, del digiuno e dell’elemosina come dei fari da accendere nella nebbia del tuo ego. Perché la preghiera fa uscire dal monologo – come ho già detto – mentre il digiuno affranca dalla schiavitù degli impulsi, e l’elemosina rende liberi dalle cose. E mettono allegria, quando le pratichi. 

Inoltre, se vuoi toccare il Mantello di Gesù, prova a fare come feci io all’inizio della mia avventura di cristiano: ero pieno di discontinuità, non avevo solidità, e iniziai a seguire quello che il Papa diceva il mercoledì all’Udienza generale. Era san Giovanni Paolo II e stava spiegando il linguaggio profetico del corpo… che scoperta! Il Papa diceva delle cose tostissime. E allora iniziai a leggere altre cose che aveva scritto, ed iniziai a sentirmi accolto dentro una cosa luminosa che è la fede della Chiesa, che stava lì, profonda e bella, pronta a riconnettere le linee spezzate della mia intelligenza, facendomi vede tutto in un’altra prospettiva. 

Così facendo si scopre che esiste tanto altro: che ci sono letture sane e nutrienti, vite di santi da cui imparare, buona cultura cui abbeverarsi, e tanta arte cristiana da contemplare, godere e da cui istruire. 

Ci sono amicizie da coltivare, con cui vivere cose belle, con cui fare viaggi, esperienza, vacanze, con cui poter parlare liberamente. C’è tanto da condividere! E il Signore si può servire della parola di un amico con una forza inaspettata.

Ho finito? Machè! Impossibile finire. Dio è entrato generoso, e ci cerca nelle forme più impensabili.

Ma, lo ripeto, non è una cosa automatica: quella folla aveva Gesù da smanacciare, ma, a quanto pare, solo quella donna lo toccò veramente. 

Quindi non basta praticare le cose appena dette. Bisogna vedere come vanno fatte. Ci sono infatti delle indicazioneda seguire. 

Se non avessi preso sul serio il mio parroco e non avessi avuto tenacia – superando il primo impatto – nel fare quel che mi aveva detto, sarei rimasto dove stavo. 

Allora è meglio dire esplicitamente alcune cose sulle varie opportunità che abbiamo per “toccare” Gesù: preghiera, relazione fraterna, Parola di Dio, Sacramenti, opere di misericordia, digiuno, elemosina, magistero del Papa, letture sane e amicizie cristiano, e tante altre cose importanti… chiedono spazio! 

Non possono essere fatte in maniera occasionale, o quando “avanza” tempo. Non si possono fare “ottimizzando” con altro.

Siamo ossessionati dal multitasking con l’ipotesi di riuscire a fare più cose importanti contemporaneamente, e questo è ingannevole. 

Pare che una delle prima cause di incidenti stradali sia l’uso del cellulare. Siamo gente colpevolmente distratta e capita a tutti di pensare che non sia grave fare due cose insieme. Quanto ci sbagliamo!

Che razza di schizofrenia operativa è quella che pensa di poter entrare in profondità delle cose senza “unificarsi” , “semplificarsi”, accettare i limiti delle situazioni concrete. 

No. Non funziona così. 

Se preghi, preghi e basta. E così tutto il resto. 

E’ bello che una persona dialoghi con te mentre continua a scrivere al cellulare? No, è un porcheria. Se hai un minimo di dignità rifiuti di parlare così. 

Allora ecco le regole per “toccare” Gesù: 

  • Quando lo fai, smetti di fare altre cose, come appena detto. 
  • Le devi fare in prima singolare, nessuno può farle per te. Ci devi essere tu, tutti intero e al presente indicativo.
  • Bisogna fare queste cose con regolarità e fedeltà, bisogna fissare quando farle, e rispettare, nei limiti del possibile, quel che si è stabilito. Pensaci: hai un metodo per fare sporto o per studiare o per lavorare, o per cucinare e mille altre cose, ma non si può avere una regolarità nella preghiera o altro? Che assurdità. Sin da bambini abbiamo bisogno di regolarità. Se devi imparare a suonare uno strumento, o fare una dieta, o mettere da parte i soldi per comprarti una cosa, ti ci devi mettere con tutto quel che comporta, ma per incontrare il Creatore lo fai a casaccio…
  • Queste cose non si possono fare solo il giorno che ti gira, perché quello è autoreferenziale, ma spesso si deve bypassare il proprio stato d’animo. Non può essere il frutto dei tuoi bioritmi o delle tue meteoropatie, perché così non può funzionare nessuna relazione, me che meno quella con il Signore. 

Se un minio rispetterai queste regole ci saranno degli effetti collaterali: più le farai, più sarà facile farle, trovarne la strada, e prendere buone abitudini. Ed inoltre più le farai con cura e più ti darà gusto farle: meglio le farai e più le farai con piacere!!!

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