La città di Dio

Leonardo Lugaresi – Tracce

Che cosa ci dice il Signore con i fatti drammatici della storia che ci piombano addosso, come le guerre che attualmente stanno devastando il mondo, lasciandoci smarriti e spaventati? Forse siamo disabituati a farci seriamente questa domanda o abbiamo addirittura timore a formularla perché, senza rendercene conto, anche noi cristiani abbiamo almeno in parte metabolizzato l’interdizione della modernità: “Dio, se c’è, non c’entra”. Allora preferiamo non pensarci, cercando rifugio in un’esperienza esistenziale ridotta ai nostri rapporti immediati, oppure ci accontentiamo di “pensieri corti”: le spiegazioni dei media, le analisi geopolitiche degli “esperti” o perfino le chiacchiere da bar.

Papa Leone XIV, volgendo il suo sguardo preoccupato sul mondo, nel memorabile discorso del 9 gennaio ai membri del Corpo diplomatico, si è rifatto invece ai “pensieri lunghi” e profondi di un testo remoto come la Città di Dio di sant’Agostino. Anch’esso fu scritto sulla spinta di un trauma collettivo provocato da un evento catastrofico: alla fine di agosto dell’anno 410, Roma, la “capitale del mondo”, la “città eterna” che non era mai stata occupata da un esercito nemico per ottocento anni, fu presa e saccheggiata dai Visigoti di Alarico. L’impressione fu enorme in tutto l’impero: san Girolamo, che si trovava in Palestina, racconta in una sua lettera che quando gli arrivò la notizia rimase a lungo senza parole, sconvolto e incapace di fare alcunché. C’era un detto, allora, che tutti conoscevano: “Finché starà in piedi Roma, starà in piedi il mondo”, e tanti devono aver paventato che stesse per finire il mondo, o quanto meno il “loro” mondo.

Quella catastrofe innescò, come ricorda papa Leone, anche una dura polemica contro il cristianesimo, divenuto da pochi anni religione ufficiale dell’Impero romano in seguito all’Editto di Tessalonica del 380, perché venne accusato dai pagani di avere tragicamente fallito nel compito principale che si attribuiva alla religione, cioè proteggere lo Stato e la società. È un tipo di reazione che conosciamo bene, poiché è sin troppo simile al dibattito pubblico in voga ai tempi nostri. Oggi la rete pullulerebbe di messaggi taggati #Cristononfunziona o #Colpadeicristiani, e gli scontri verbali sui social sarebbero tanto furibondi quanto insensati.

Agostino, che sul momento avvertì lo shock come tutti gli altri ed espresse il suo dolore in un Discorso sulla distruzione di Roma, comprese però che non bastava reagire al singolo fatto, per quanto enorme apparisse: per capire il senso di quel disastro (cioè per rispondere alla domanda “che cosa ci sta dicendo Dio?”) occorreva un’altra “misura di pensiero”. Per questo motivo si imbarcò in un’impresa «grande e ardua», come lui stesso la definisce, che lo impegnò, tra le mille altre incombenze della sua vita di vescovo, per circa quindici anni. Frutto di quell’immane sforzo intellettuale furono i ventidue libri della Città di Dio: i primi dieci dedicati a una critica completa del politeismo romano, considerato sia nella sua pretesa di garantire la prosperità terrena (I-V), sia come mezzo per ottenere il bene dell’anima e la felicità nella vita ultraterrena (VI-X), e gli altri dodici (XI-XXII) per dimostrare la verità del cristianesimo.

È impossibile qui dar conto, anche per sommi capi, di un’opera così vasta e complessa, però possiamo enucleare un’idea fondamentale, che mi pare stia alla base anche degli spunti di giudizio sul presente che il Papa ci fornisce nel suo discorso. Nell’apparente sfacelo della politica e della storia, la buona notizia che Agostino ci dà è che di città ce ne sono due, non una sola. Noi siamo tornati a pensare, come facevano gli antichi prima di lui, che di città ve ne sia una sola, perché lo “spazio politico” (quello pertinente alla polis), per quante suddivisioni e articolazioni abbia al suo interno, è nel suo insieme unico e limitato all’orizzonte terreno. Agostino invece ci dice che di città ce ne sono due: «Una è degli uomini che intendono vivere secondo la carne, l’altra di coloro che intendono vivere secondo lo spirito, ciascuna nella pace del proprio stile di vita; e quando conseguono il fine a cui tendono, vivono, ciascuna, nella pace del proprio stile di vita» (XIV, 1).

Egli, tuttavia, non le distingue in base ai criteri e alle forme conosciute dal pensiero e dalla prassi politica, ma chiarisce sin dall’inizio che esse «sono confuse e unite insieme in questo mondo, finché non le separi l’ultimo giudizio» (I, 35). Non si tratta quindi di due entità empiriche separate, di due luoghi fisici o di due regni terreni tra cui si possa istituire il tipo di contrapposizione tra Stati e potenze che è proprio dell’ordine politico: il criterio è un altro, ed è la scelta tra l’amore di sé e l’amore di Dio. Non va però inteso come un criterio morale o confessionale: non si gioca, tra le due città, la partita dei buoni contro i cattivi né il match tra cristiani e pagani, perché entrambe coesistono e si fronteggiano nelle menti e nei cuori degli uomini di tutte le appartenenze “anagrafiche”. La contrapposizione tra di esse può essere forse meglio compresa come contrasto tra un sistema politico chiuso e autoreferenziale, in quanto fondato sull’amore di sé come è appunto quello della città terrena, e un ordinamento che, al contrario, è per costituzione aperto, anzi fondato sulla relazione con l’Altro, come avviene nella città di Dio.

Per questo motivo la città terrena tende inevitabilmente a essere schiava della brama di potere, la cui forza è universale perché essa, spiega Agostino, «nei suoi capi e nei popoli che sottomette è dominata dalla passione del potere» (XIV, 28). Ne consegue che, se di città ce n’è una sola, perché esiste solo quella terrena, l’unicità di orizzonte dell’ordine politico rende sempre il potere almeno tendenzialmente assolutistico. Per quanto esso possa mostrarsi attento alle diverse identità presenti al proprio interno e si affidi a metodi democratici e pluralistici, finché pensa e agisce entro l’orizzonte dell’unica città, tenderà sempre a chiudersi in un sistema autoreferenziale, quindi sempre almeno potenzialmente violento. Anche una politica formalmente democratica, se si muove entro un orizzonte ideologico che si pretende totalizzante ed esclusivo, tende inevitabilmente all’assolutismo, come oggi per esempio vediamo nella forma della “dittatura del relativismo”.

Con l’affermazione delle due città, invece, la prospettiva cambia radicalmente e si apre alla libertà, perché il desiderio della città celeste, per quanto critico (cioè capace di krisis) nei confronti della città terrena, è di per sé “politico”: non resta confinato nei limiti di un’eccezione individuale e di una ribellione anarchica e velleitaria (destinata perciò sempre alla sconfitta), ma si lega a un’altra forma di cittadinanza. Come dice il Papa nel suo discorso: «Agostino rileva che i cristiani sono chiamati da Dio a soggiornare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Tuttavia, il cristiano, vivendo nella città terrena, non è estraneo al mondo politico, e cerca di applicare l’etica cristiana, ispirata alle Scritture, al governo civile».

Un esempio quanto mai calzante della decisiva importanza di questa “doppia cittadinanza” del cristiano ci viene fornito dal Papa nel passaggio del discorso in cui genialmente mette a fuoco il tema del rapporto tra linguaggio e verità come imprescindibile fondamento della pace e dell’ordine politico e sociale. Tutti riconoscono che nel mondo ci vorrebbe il dialogo tra le nazioni e in ogni società quello tra le persone, ma il modo in cui lo fanno è così superficiale da rendere tale affermazione una banalità che può facilmente essere irrisa dai cultori della Realpolitik.

Leone XIV, parlando non solo ai diplomatici del mondo intero ma a ciascuno di noi, osserva invece che «per dialogare occorre intendersi sulle parole e sui concetti che esse rappresentano. Riscoprire il significato delle parole è forse una delle prime sfide del nostro tempo. Quando le parole perdono la loro aderenza alla realtà e la realtà stessa diventa opinabile e in ultima istanza incomunicabile, si diventa come quei due, di cui parla sant’Agostino, che sono costretti a rimanere insieme senza che nessuno di loro conosca la lingua dell’altro. Egli osserva che “i muti animali, anche se di specie diversa, s’intendono più facilmente di loro, sebbene entrambi siano uomini. Infatti, poiché soltanto per la diversità della lingua non possono manifestare l’uno all’altro i propri pensieri, una grande affinità di natura non giova nulla per stabilire rapporti al punto che un uomo sta più volentieri col proprio cane anziché con un estraneo” (XIX, 7)».

Di fronte alle tragedie della politica internazionale abbiamo l’impressione di essere impotenti, ma qui viene indicato un compito che è alla nostra portata e quindi ci spetta. «Nei nostri giorni», prosegue il Papa, «il significato delle parole è sempre più fluido e i concetti che esse rappresentano sempre più ambigui. Il linguaggio non è più il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguità semantica, diviene sempre più un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari. Abbiamo bisogno che le parole tornino a esprimere in modo inequivoco realtà certe».

Il primo e più importante servizio che ciascuno di noi può fare alla società e al mondo è dunque parlare con verità. Questo è diventato sempre più difficile anche nelle democrazie dell’Occidente che si sono sempre vantate di garantire la libertà di parola, perché, come nota acutamente Leone XIV, è proprio in esse che «l’indebolimento della parola è sovente rivendicato in nome della stessa libertà di espressione. Tuttavia, a ben vedere, è vero il contrario: la libertà di parola e di espressione è garantita proprio dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine è ancorato alla veritàDuole, invece, constatare come, specialmente in Occidente, si vadano sempre più riducendo gli spazi per l’autentica libertà di espressione, mentre va sviluppandosi un linguaggio nuovo, dal sapore orwelliano, che, nel tentativo di essere sempre più inclusivo, finisce per escludere quanti non si adeguano alle ideologie che lo animano».

Adempiere oggi, da “cristiani d’Occidente” (come ci chiamò tanti anni fa Josef Zvěřina), al precetto paolino di non conformarci alla mentalità di questo mondo (Rm 12,2) e così amarlo veramente, significa dunque per noi, in primo luogo, parlare cristiano. Ma questo, nessuno può farlo da solo. Il linguaggio infatti è sempre, per definizione, un fatto collettivo, l’espressione di una comunità, di un popolo. Si può parlare una lingua «ancorata alla verità», e farlo in modo intellegibile agli uomini del nostro tempo, solamente in forza di un’appartenenza al popolo di Dio: ecco il senso, sempre attuale, della “doppia cittadinanza” a cui Agostino e papa Leone ci richiamano.