Il Papa, Babele e il noi senza comunità

«Nella Torre funzionava tutto: nessun capo, nessuna violenza, tutti al lavoro. Eppure, Dio interviene. Perché il problema non era la superbia, ma la persona dimenticata nel progetto». Dialogo con il filosofo Silvano Petrosino sulla Magnifica humanitas

Nell’enciclica Magnifica humanitas , Leone XIV indica la torre di Babele come archetipo dell’opera concepita «senza riferimento a Dio», un monumento all’«assolutizzazione dell’umano» e alla sua «pretesa di autosufficienza» che sacrifica la dignità delle persone sull’altare dell’efficienza. Il filosofo Silvano Petrosino – docente dell’Università Cattolica e autore, da ultimo, di Potere e religione. Sulla libertà di Dio (Vita & Pensiero) – si è occupato di Babele in un vecchio e illuminante pamphlet, in via di ripubblicazione, che s’intitola Babele. Architettura, filosofia e linguaggio di un delirio (Il melangolo), e ha incorporato la lettura babelica nella riflessione sull’umano nel rapporto con le cose “più nuove” che Leone ha scelto come tema del suo più importante intervento finora. Per Petrosino si tratta di un “testo dirompente” e “poco clericale”, dove naturalmente la scelta dell’aggettivo ha qualcosa di provocatorio. In questa conversazione, Petrosino riflette su alcuni spunti che Leone ha messo al centro di un testo che, pur ingoiato e digerito in tempi brevissimi da un’incalcolabile quantità di commenti, è destinato a diventare un pilastro fondativo del pontificato leonino.

In che senso l’enciclica è un testo poco clericale?

È un modo paradossale per sottolineare l’universalità di un’opera che interroga e interpella tutti, senza distinzioni. Dal testo emerge una proposta di quella che chiamerei un’antropologia cristiana. Non è un’enciclica sull’intelligenza artificiale, ma tocca qualcosa di molto più profondo, che sintetizzerei così: il Papa tiene insieme la magnifica humanitas , cioè la dignità infinita dell’essere umano, e l’umana fragilità.

La fragilità che appare come qualcosa di cui liberarsi.

C’è un passaggio che trovo illuminante in cui il Papa dice che il limite e la fragilità non sono condizioni sfavorevoli da sopportare, ma dall’interno del limite e dalla fragilità emerge qualcosa di interessante e decisivo. Direi che, allargando ancora di più lo sguardo, si tratta del tema dell’incarnazione. Non bisogna intendere l’incarnazione semplicemente come la discesa di Dio verso gli esseri umani, che sono deboli e bisognosi di redenzione, ma come riconoscimento da parte di Dio della dignità di ogni singolo uomo. Uso questa immagine: quando un padre va a vedere la casa del figlio non lo fa per giudicare come il figlio ha arredato la casa, ma per riconoscerlo come padrone di casa. Quindi l’incarnazione è il riconoscimento della magnifica dignità dell’umano. Questo mi sembra il cuore di una questione che è vecchia, ma allo stesso tempo nuova, perché si tratta di una attualizzazione rispetto a ciò che ci presenta il tempo in cui viviamo.

Un’altra parola su cui lei ha riflettuto molto è “custodia”, che è una questione centrale nel discorso di Leone.

È il secondo aspetto fondamentale che mi ha colpito dell’enciclica, già dalla scelta del sottotitolo. La Laudato si’ di Francesco era sulla custodia del creato, ed è stata spesso male interpretata come un’enciclica ecologica, in cui il Papa si occupava dell’ambiente naturale. La custodia della persona umana significa che ciò che bisogna imparare a custodire è il fattore umano. Ritorna anche qui l’idea dell’incarnazione.

Spieghi il nesso.

Il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Nell’idea dell’incarnazione è implicita l’idea che Dio non è venuto a farci visita, per poi andarsene. Il Verbo è venuto ad abitare, cioè ad assumere tutto l’umano. Per gli uomini la questione, quindi, non è soltanto imparare ad abitare il giardino dell’Eden, con le piante, i fiumi, i laghi e tutto il resto, ma è abitare l’umano. C’è sempre un possibile equivoco sull’idea dell’incarnazione. I versi del Prologo del Vangelo di Giovanni, su cui non si finirà mai di riflettere, dicono appunto che il Verbo si è fatto carne. La carne non è appena il corpo, ma è il corpo abitato: dai nostri sogni, dalle immaginazioni, dai gusti, dalle percezioni e così via. Incarnandosi, Dio non ha indossato la carne come se fosse un abito, ma si è fatto carne nella carne. Il concetto della carne è perciò legato al concetto di abitare. Mi sembra che l’enciclica lavori molto su questo.

Arriviamo a Babele e agli uomini che, gettandosi a capofitto nella costruzione della torre, vogliono “farsi un nome”.

Il Papa nell’enciclica usa la parola “omologazione”, che è molto pertinente. Io direi, con altre parole, che la differenza fra comunanza e comunità è centrale nel racconto di Babele. Dov’è il mistero di quei nove versetti del Genesi? A Babele sono tutti d’accordo, non c’è nessun capo, lavorano tutti, non ci sono dissidi, non ci sono violenze, che sono invece tutti i segni tipici dei progetti idolatrici raccontati nella Scrittura; eppure, Dio decide di fermare quella costruzione.

Cosa significa?

Significa che non basta stare insieme, non basta fare insieme. Oggi c’è tutta una retorica sul passare dall’io al noi, ma a Babele il noi funzionava benissimo. Il problema è che nella foga di costruire tutti insieme si è persa di vista la singola persona, e il progetto ha preso il sopravvento sulla dignità del singolo essere umano. Il problema, dunque, non è che in questo stare e fare insieme ci si dimentica Dio, cosa che inevitabilmente avviene come conseguenza, ma ci si dimentica innanzitutto dell’altro uomo.

Quindi non è soltanto una storia di superbia e tracotanza?

Figuriamoci se Dio interviene per punire la presunzione degli uomini, come farebbe una divinità dell’antichità pagana. Dio distrugge la torre di Babele perché la costruzione ha preso il sopravvento sui costruttori, che poi nella Bibbia i costruttori sono la vedova, l’orfano, il povero e lo straniero. Per portare il concetto nel presente: le torri di Babele dell’intelligenza artificiale tendono a produrre una comunanza che non è una comunità.

Il Midrash, il corpo di commenti della tradizione rabbinica, racconta i pensieri di Dio che osserva i costruttori di Babele. A un certo punto, parlando con gli angeli, si risolve a intervenire e dice: «Venite, scendiamo fra questi sciocchi, confondiamo le loro lingue e costringiamoli a pensare». Costringiamoli a pensare: è questo il senso dell’iniziativa divina?

Sì, ma non si capisce del tutto il tema del pensiero se non si fa chiarezza su una questione decisiva, che riassumo così: l’intelligenza non è la ragione. La razionalità umana non è riducibile all’intelligenza, e in questo senso la questione dell’intelligenza artificiale non è etica, ma antropologica. Faccio due esempi per spiegarmi. Una persona gioca a scacchi contro una macchina addestrata a quello scopo. Chi vince? La risposta è ovvia: la macchina. Ma è esattamente questo anche il suo limite. Quando gioco con mio nipote a scacchi, non gioco per vincere, ma gioco per perdere, ed è proprio perdendo che arrivo alla vera vittoria. Per la macchina l’avversario è soltanto un avversario, non ha la consapevolezza di chi ha di fronte. Il computer usa l’intelligenza soltanto nel senso del “problem solving”, ma nel giocare la partita con mio nipote io non voglio risolvere il problema, cioè non voglio vincere.

Il secondo esempio?

È più delicato e in un certo senso provocatorio. Immaginiamo una mamma che ha un bambino gravemente autistico, e questo bambino una mattina misteriosamente le dice: sai mamma, ho capito che due più due fa cinque. Come gli risponde la mamma? È chiaro: gli dice che ha ragione. Nessuna mamma lo correggerebbe. Il fatto è che noi siamo dotati di una ragione che è capace di accogliere e vivere come segno positivo quello che la sola intelligenza considera un errore. Se dovessi dire in sintesi che cos’è la razionalità umana, direi che è il riconoscimento che c’è dell’altro.
«La ragione è capace di accogliere e vivere come segno positivo quello che la sola intelligenza considera un errore.
La razionalità umana è riconoscere che nella realtà c’è dell’altro»

Anche la confusione delle lingue è in parte un mistero nel racconto di Babele.

L’enciclica non parla di questo aspetto, ma io penso che quello che viene inteso come il castigo di Dio, la confusione delle lingue, è in realtà un dono di Dio. In che senso un dono? Gli uomini che avevano comunicato senza difficoltà e senza farsi domande a un certo punto devono iniziare a parlare, e soprattutto devono iniziare a interpretare. Evidentemente parlare non è emettere dei suoni, ma interpretare e ascoltare.

A Babele si trasmettono molte informazioni.

Babele è il trionfo dell’intelligenza e dell’operatività umana, quindi anche della comunicazione delle informazioni, ma se non capiamo la differenza tra intelligenza e ragione continueremo a ridurre l’una all’altra. Anche l’idea dell’abitare è vittima di una simile riduzione, perché viene concepita come semplice funzionare, quando invece il suo senso più profondo è prendersi cura della persona umana.