don Michele Lugli
Non è facile trovare le parole giuste per salutarvi. Ogni parola è imperfetta per esprimere quello che uno porta nel cuore. Comunque ci provo. In questi ultimi mesi mi è tornato in mente un ricordo che vorrei condividere con voi perché mi pare che possa esprimere in modo sintetico il senso della mia vocazione.
Quando ho finito l’università [nel 1995 mi sono laureato in Scienze politiche a Urbino] mi hanno proposto di lavorare per costruire la scenografia del Meeting di Rimini. Il Meeting si svolgeva ancora nella piccola Fiera vecchia e la scenografia doveva servire a vestire quegli spazi anonimi. Mi mostrarono il progetto e mi dissero che dovevo costruire “il Portico di Salomone”. Non sapevo cosa fosse. L’ho scoperto solo alla fine. Io dovevo aiutare il direttore dei lavori, ma lui scomparve dopo il primo giorno quindi rimasi solo a dirigere una squadra di volontari.
Abbiamo incominciato il lavoro in una falegnameria di Pesaro dove abbiamo tagliato il legno, lo abbiamo traportato a Rimini con un camion. Poi nella Fiera deserta abbiamo cominciato a costruire 250 colonne alte 2,5mt e 40x40cm di base, e 250 travi, lunghe 3,5mt. Poi abbiamo posizionato le colonne secondo il progetto e abbiamo unito le colonne con le travi. Lentamente ho visto l’opera che prendeva forma e appariva il Portico di Salomone!
Un giorno è apparso l’architetto che aveva fatto il progetto. Speravo di poterlo incontrare e speravo che fosse soddisfatto del nostro lavoro. Quando l’ho incontrato sono rimasto subito sorpreso. Io non lo avevo mai visto, ma lui conosceva il mio nome e sapeva che io stavo realizzando il suo progetto. Mi disse: “Michele hai fatto un bel lavoro – le sue parole mi riempirono di soddisfazione – però – aggiunse subito dopo – quelle colonne – le indicò con un dito – non sono allineate con le altre quindi le devi spostare”. Aveva ragione, però erano 30 e spostarle non era facile quindi per giustificarmi dissi che non se ne sarebbe accorto nessuno, ma il suo sguardo mi fulminò e mi fece capire che l’errore anche se non si vede è un errore e che il lavoro fatto male fa male. Quindi mi misi al lavoro per spostare le 30 colonne!
Alla fine abbiamo dipinto le colonne di blu e posto dei fari sulle travi. Il Portico di Salomone era bellissimo. Era lungo 500 metri. Abbracciava 10 mostre, una libreria, un mercatino, un bar, una piazza. Quell’anno [1995] 500.000 persone visitarono il Meeting di Rimini passando sotto il mio Portico di Salomone.
Ero così fiero del mio lavoro che chiedevo agli amici se avevano visto il portico di Salomone, ma tutti mi rispondevano che non sapevano di cosa parlassi; avevano visto tante cose ma non il mio Portico. Infatti non c’era un cartello che diceva: questo è il Portico di Salomone! Però c’erano 250 colonne! All’ora spiegavo che il portico avvolgeva tutta la fiera e che loro ci si trovavano dentro! Sotto quel portico passava la vita: la gente mangiava, chiacchierava, si riposava. Molti non ci credevano che l’avessi costruito io. Per loro quell’opera faraonica era come se fosse stata sempre la. Questo mi bruciava un po’.
Alla fine del Meeting il Portico di Salomone fu smontato pezzo per pezzo in poche ore; in parte distrutto, in parte riciclato; il lavoro di vari mesi scomparve dopo una settimana di vita, ma io ero contento!
Avevo capito che se nessuno aveva notato il Portico di Salomone era per correggere il mio orgoglio. Avevo capito che non avevo lavorato per il mondo ma per il Signore. Avevo capito che il mio lavoro anche se era stato smontato era entrato a far parte di un’opera più grande. Avevo capito che il Grande Architetto del mondo conosceva il mio nome e aveva apprezzato il mio lavoro. A lui avevo offerto la mia opera certo che sarebbe stata utile per costruire il Regno di Dio.
In questo evento c’è il senso della mia vocazione: il Portico di Salomone che cos’è? storicamente era uno dei 4 portici che delimitavano il cortile del Tempio di Gerusalemme che per gli ebrei era il luogo della presenza di Dio. Anche Gesù si recava spesso al tempio. Il portico di Salomone era il luogo dove si riuniva con i suoi discepoli. Dopo la Pasqua è uno dei luoghi dove si riunisce la prima comunità nascente. Negli Atti degli Apostoli infatti i discepoli di Cristo sono identificati come quelli che si riuniscono sotto il Portico di Salomone.
Costruire il Portico di Salomone quindi significa costruire la Chiesa. Dio non vive più in un tempio di pietre, ma in una casa fatta di pietre vive. Dio si fa carne nella comunità. Attraverso il volto dei fratelli Dio mi accompagna, consola e corregge.
Da giovane quando guardavo i miei amici preti ero affascinato perché vedevo degli uomini che avevano risposto alla chiamata di Cristo dando tutto per vivere con Lui e costruire la sua Chiesa.
Mi ha sempre colpito la vocazione di S. Francesco d’Assisi. Vagando per le campagne di Assisi con una domanda che gli bruciava nel cuore – Signore che cosa devo fare nella mia vita? – Francesco entra nella chiesetta di S. Damiano in rovina e sente la voce di Gesù che gli dice: “Francesco ripara la mia chiesa che va in rovina”. Io sentivo la stessa chiamata: costruire la Chiesa dove Dio e l’uomo vivono insieme.
Non ci rendiamo conto della grazia che abbiamo ricevuto: nel mondo liquido in cui viviamo, dove tutto sembra instabile, frammentato e diviso, dove il male dilaga, noi abbiamo una casa che custodisce la luce e il senso del mondo; questa casa è la Chiesa cioè la nostra compagnia segno di Cristo nel mondo.
Io da quel Meeting non ho mai smesso di costruire il Portico di Salomone; ora se guardo indietro vedo quanto è diventato grande. Le sue colonne sono migliaia; sono colonne vive; sono tutti gli amici che ho incontrato a Madrid, Santiago, Roma, Pesaro… anche voi fate parte di questo immenso Portico di Salomone; vi guardo con affetto, stima e gratitudine perché nel portico di Salomone ho trovato la mia casa dove vivere insieme a Gesù.
Costruendo il portico di Salomone ho capito diverse cose. Ne dico solo tre.
Penso che Dio mi abbia chiamato a costruire la sua Chiesa per imparare ad amare il suo popolo, per entrare nel suo cuore di Padre, per sentire la sua passione per ogni pecorella smarrita. Ho sempre sentito una simpatia speciale per le pecorelle smarrite. Quelle brave dopo un po’ mi annoiano. Questa passione per le pecorelle smarrite penso che sia la passione di Gesù che non riposa finché non le riporta a casa.
Poi ho capito che è vero quello che dice il titolo di un film che ho visto molti anni fa: “Dio ha bisogno degli uomini”. Sembra una frase esagerata invece è vera: Dio ha deciso di aver bisogno degli uomini… Dio ha deciso di salvare il mondo con me e con te… non vuole salvare il mondo da solo… ha bisogno delle tue mani e delle tue parole. Dio non ha completato la creazione; vuole completarla insieme a noi; vuole che ci mettiamo il nostro accento; non ha paura della nostra creatività.
Poi ho capito che mentre costruisci sei costruito. Il signore ti manda a costruire per costruire te. Sembra che il lavoro si svolge sugli altri invece il lavoro cambia te. Costruendo sono limato, smussato, plasmato, restaurato… Io sono l’opera che cresce mentre costruisco la Chiesa. “La prima opera sei tu” mi ha detto un amico. C’è un’opera che viene prima di tutte le mie opere. Quest’opera sono io. È l’opera della mia vita. Io non salvo il mondo con le mie opere ma con la mia conversione quotidiana e mai definitiva.
Io sono nato il 24 agosto. In questo giorno si ricorda S. Bartolomeo. Ho sempre guardato al mio santo con timore e ammirazione. Nel giudizio finale che Michelangelo ha dipinto nella Cappella Sistina troviamo San Bartolomeo ai piedi di Cristo che sale in paradiso portando con se la sua pelle che sembra un sacco vuoto. Cosa significa? Questo particolare non ci parla solo del suo martirio [secondo la tradizione il santo è stato spellato-scuoiato vivo] ma esprime il cambio di vita che ha vissuto. È rinato lasciando alle spalle l’uomo vecchio. Rinascere è la vocazione di ognuno di noi. E se guardo la mia storia vedo quante volte il Signore attraverso quello che accadeva mi ha chiesto e aiutato a rinascere.
Ora devo lasciarvi. In questo passaggio mi stanno accomandando due santi che ho proposto ai giovani durante la nostra ultima vacanza: sono Madre Teresa di Calcutta e Antonio Gaudi l’architetto della Sagrada Famiglia di Barcellona.
Madre Teresa di Calcutta diceva di sentirsi come una matita nelle mani di Dio. Dio attraverso di lei stava facendo un disegno; a lei toccava solo essere docile e lasciarsi guidare. Guardando lei desidero buttarmi in questo nuovo passo della mia vita curioso di vedere come Dio con la sua provvidenza scrive dritto sulle nostre righe storte, per fare della nostra vita un disegno che unisce tutti i nostri frammenti riciclando tutti i nostri passi per costruire il suo regno.
Lasciare non è facile. Però se penso al pennello di un pittore capisco che il pennello non può rimanere attaccato alla tela, ma deve staccarsi per lasciare una pennellata. Il mio compito è lasciare una pennellata. Il disegno è più grande della pennellata. Occorre allontanarsi dalla tela per vedere il disegno. Penso che quando Dio ci chiede uno strappo è per imprimere col fuoco una sua parola nella nostra carne. Ci sono pennellate che rimangono impresse nell’anima.
Gaudi sapeva benissimo che non avrebbe completato l’opera della Sagrada Famiglia di Barcellona per questo l’affida ad altri, però in modo geniale invece di edificare progressivamente tutte le parti del progetto dalla base verso il tetto decide di completare interamente solo la facciata della Natività perché fosse di ispirazione per chi veniva dopo di lui; spero che tutte le cose che vi ho proposto in questi 9 anni [il Presepe vivente, il Santo bevitore, la Fraternita Padri e Mariti, i Cineforum, le mostre, il Sito parrocchiale, il Corso prematrimoniale, la Caritativa con i senza tetto di San Pietro] possano essere di ispirazione per il futuro. Ispirazione non fotocopia! Una persona mi ha chiesto cosa sarà delle mie iniziative. Le ho risposto: Fatele vostre, portatele avanti voi, correggendo, migliorando, creando cose nuove.
Un pensiero speciale va ai giovani a cui ho dedicato la maggior parte del mio tempo. Nove anni fa abbiamo iniziato un gruppo che non c’era. Abbiamo incominciato qualcosa di Nuovo. Per chi iniziava l’università o entrava nel mondo del lavoro era un porto a cui tornare o un faro a cui guardare. Sono stati nove anni pieni di vita e proposte esaltanti; mi avete sempre provocato obbligandomi a ricominciare e correggere il cammino. Vi ho dato il meglio del mio cuore e della mia creatività. Molti di voi sono diventati grandi, si sono sposati, hanno cambiato città, con molti di voi è nata una amicizia attraverso cui Dio mi ha fatto compagnia.
Ad agosto abbiamo vissuto l’ultima vacanza insieme sulle Dolomiti. Non sapevate che sarebbe stata l’ultima quindi è stata spontanea e vera. E proprio in vacanza ho visto le vostre vite fiorire. Avete animato la vacanza più bella di sempre curando tutti i momenti da protagonisti. Mi sono sentito come un padre che insegna al figlio ad andare in bicicletta; ad un certo punto il padre lancia il figlio e finalmente lo ammira pedalare senza il suo sostegno. Questo è stato un regalo bellissimo per cui vi sono grato. Non ci poteva essere un miglior saluto.
Sono sicuro che tutto quello che abbiamo vissuto insieme in questi nove anni sarà come un seme che porterà frutto per una forza che non è la nostra, ma è la forza di Dio. Ci sono dei semi che ci mettono anni per fiorire, ma restano nel profondo del cuore in attesa e prima o poi fioriscono.
Non vi ho legati a me ma ho tentato di farvi conoscere Gesù. Ho cercato di fare del mio meglio, ora consegno l’opera ad altri che continueranno il cammino e vi faranno fare un nuovo passo. Come dice San Paolo “Uno semina, un altro irriga, ma è il Signore che fa crescere” perché l’opera è la sua.
Un ringraziamento finale va alla mia casa. La casa per me è il luogo della misericordia. Misericordia è uno dei nomi di Dio. Senza misericordia non si può vivere insieme. Anche la casa con i miei confratelli è un pezzo del portico di Salomone; siamo abituati a misurare la vita di una parrocchia dalle iniziative dimenticando che il cuore della missione viene prima delle opere. Questo cuore è la comunione. Spero di aver costruito un pezzettino di questa comunione con quello che so fare meglio: cucinando per voi. Ho fatto tanti esperimenti… quasi sempre riusciti! L’ho fatto con passione e con amore.
Ringrazio Dio per avermi chiamato a costruire un pezzo della sua cattedrale. Scusate le mie mani a volte troppo dure e a volte troppo deboli, sono mani di un muratore. Ricordatevi di me nelle vostre preghiere.
Amen!