Il mistero della famiglia

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Don Julian Carron – La bellezza disarmata pp. 271-286

[…] Dopo anni in cui è stata messa sotto attacco a tutti livelli, la famiglia torna alla ribalta in questo momento di crisi. E forse è proprio la situazione attuale che ci costringe a renderci conto del suo valore, dopo che i tempi dell’abbondanza economica ci avevano fatto dimenticare quanto essa fosse decisiva per la vita di un popolo. Lo sfaldarsi dei legami familiari ha reso tante persone più sole nell’affrontare la crisi. Ovviamente, chi subisce di più questa situazione sono, come al solito, quelli più bisognosi, che oggi sono più soli che mai, anche per le nuove povertà connesse alle crisi matrimoniali. […]

Proprio ora – e con le dovute differenze −, a proposito della famiglia, possiamo domandarci ciò che lo stesso Benedetto XVI si è chiesto a riguardo di Dio nel suo recente viaggio in Germania: «L’uomo ha bisogno di Dio, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di Lui?». La nostra domanda può essere, dunque, formulata così: l’uomo ha bisogno della famiglia, oppure le cose vanno abbastanza bene anche senza di essa?

Mi pare che la risposta che il Papa ha dato alla domanda su Dio possa essere illuminante anche per rispondere a quella analoga sulla famiglia: «Quando, in una prima fase dell’assenza di Dio, la sua luce continua ancora a mandare i suoi riflessi e tiene insieme l’ordine dell’esistenza umana, si ha l’impressione che le cose funzionino abbastanza bene anche senza Dio. Ma quanto più il mondo si allontana da Dio, tanto più diventa chiaro che l’uomo, nell’hybris del potere, nel vuoto del cuore e nella brama di soddisfazione e di felicità, “perde” sempre di più la vita». 

Qualcosa di simile accade quando si spegne il termosifone: il calore accumulato mantiene ancora calda la stanza per un po’ di tempo, nell’illusione che si possa risparmiare il costo dell’energia. Ma presto il freddo ci fa uscire dall’inganno. In un certo qual modo, possiamo dire la stessa cosa della famiglia: quando è andata in pezzi, tanti hanno potuto pensare che fosse una liberazione. Ben presto, però, tutti ci siamo ritrovati soltanto più indifesi, perché più soli, davanti alla hybris del potere. […]

Si tratta di una sfida tutt’altro che semplice da affrontare, in un contesto come quello attuale, come ha messo in evidenza ancora Benedetto XVI con una lucidità disarmante, parlando ai fidanzati ad Ancona: «Il nostro è un tempo non facile, soprattutto per voi giovani. (…) Soprattutto la difficoltà di trovare un lavoro stabile stende un velo di incertezza sull’avvenire. Questa condizione contribuisce a rimandare l’assunzione di decisioni definitive, e incide in modo negativo sulla crescita della società, che non riesce a valorizzare appieno la ricchezza di energie, di competenze e di creatività della vostra generazione. (…) Nel disorientamento, ciascuno è spinto a muoversi in maniera individuale e autonoma, spesso nel solo perimetro del presente. La frammentazione del tessuto comunitario si riflette in un relativismo che intacca i valori essenziali; la consonanza di sensazioni, di stati d’animo e di emozioni sembra più importante della condivisione di un progetto di vita. Anche le scelte di fondo allora diventano fragili, esposte ad una perenne revocabilità, che spesso viene ritenuta espressione di libertà, mentre ne segnala piuttosto la carenza» […] 

Un nuovo inizio

Tutti siamo testimoni del processo di deterioramento che la famiglia ha sofferto negli ultimi decenni. Malgrado la stragrande maggioranza delle leggi sulla famiglia e sul matrimonio fossero debitrici a una concezione derivata dal cristianesimo, niente ha impedito il dilagare di una mentalità totalmente opposta. Come è potuto accadere? Come è possibile che la chiarezza raggiunta nei secoli sulla natura del matrimonio si sia oscurata in un modo così generale e in un così breve spazio di tempo? Cercare di comprendere la situazione attuale mi sembra particolarmente decisivo per poter rispondere alle sfide davanti alle quali ci troviamo.

Nella enciclica Spe salvi, Benedetto XVI ha offerto una chiave per capire quello che sta succedendo, quando afferma che «un progresso addizionabile è possibile solo in campo materiale. Qui, nella conoscenza crescente delle strutture della materia e in corrispondenza alle invenzioni sempre più avanzate, si dà chiaramente una continuità del progresso verso una padronanza sempre più grande della natura. Nell’ambito invece della consapevolezza etica e della decisione morale non c’è una simile possibilità di addizione per il semplice motivo che la libertà dell’uomo è sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue decisioni. Non sono mai semplicemente già prese per noi da altri – in tal caso, infatti, non saremmo più liberi. La libertà presuppone che nelle decisioni fondamentali ogni uomo, ogni generazione sia un nuovo inizio».

Nuovo inizio. Sarà difficile trovare una espressione più adeguata per descrivere il presente. Se ogni momento è un nuovo inizio proprio perché c’è di mezzo la libertà, il nostro è propriamente un nuovo inizio perché quello che era trasmesso pacificamente da una generazione a un’altra non c’è più. È un nuovo inizio perché non si può dare per scontato niente di quello che fino a non poco tempo fa era ritenuto chiaro per tutti. Occorre ricominciare da capo.

A ben guardare la nostra situazione non è molto diversa di quella dell’inizio. Basta ricordare la reazione dei discepoli la prima volta che sentirono Gesù parlare del matrimonio. «Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: “È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?”. Ed egli rispose: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi”. Gli dissero i discepoli: “Se questa è la condizione dell’uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi”». Non dobbiamo sorprenderci, quindi. La stessa cosa che a tanti dei nostri contemporanei oggi, e spesso a noi stessi, appare impossibile, tale appariva anche ai discepoli.

Questo non vuol dire che non serva nulla di quanto si è imparato lungo una storia millenaria, ma questa ricchezza accumulata non si trasmette meccanicamente. Prosegue infatti il Papa: «Certamente, le nuove generazioni possono costruire sulle conoscenze e sulle esperienze di coloro che le hanno precedute, come possono attingere al tesoro morale dell’intera umanità. Ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali. Il tesoro morale dell’umanità non è presente come sono presenti gli strumenti che si usano; esso esiste come invito alla libertà e come possibilità per essa». La trasmissione in campo morale non è così facile da trasmettere perché i suoi contenuti non possono avere la stessa evidenza delle scoperte scientifiche. Il tesoro morale è un invito alla libertà.

Per questo dobbiamo smettere di sognare – come ci esorta T.S. Eliot − «sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno di essere buono». Non c’è sistema perfetto che tenga, se c’è di mezzo la libertà. Ce lo spiega ancora Benedetto XVI: «L’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene. La libera adesione al bene non esiste mai semplicemente da sé. Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone».

Questo giudizio vale prima di tutto per noi cristiani, che non siamo diversi dagli altri uomini. Dolorosamente constatiamo come anche fra di noi ci sono amici che non riescono a rimanere saldi di fronte alle numerose difficoltà, esterne e interne, che attraversano nella loro vita di coppia. E non è sufficiente conoscere la vera dottrina sul matrimonio per resistere a tutte le sfide della vita. Ce lo ha ricordato sempre il Papa: «Le buone strutture aiutano, ma da sole non bastano. L’uomo non può mai essere redento semplicemente dall’esterno».

«Riguadagnatelo, per possederlo»

Come può dunque accadere questo nuovo inizio auspicato da Benedetto XVI e, con lui, da tutti noi perché la famiglia possa rispondere alla sua vocazione? La strada non può essere altra che quella suggerita dal Faust goethiano: «Ciò che hai ereditato dai tuoi padri, riguadagnatelo, per possederlo». Per riguadagnarlo occorre riandare all’origine della esperienza amorosa, per riscoprire la sua vera natura. Soltanto questa esperienza può essere adeguato punto di partenza per poter cogliere dall’interno di essa il valore della proposta di Cristo all’amore tra i due sposi.

Gli sposi sono due soggetti umani, un io e un tu, un uomo e una donna, che decidono di camminare insieme verso il destino, verso la felicità. Come impostano il loro rapporto, come lo concepiscono, dipende dall’immagine che ciascuno ha della propria vita, della realizzazione di sé. Ciò implica una concezione dell’uomo e del suo mistero. Afferma il Papa: «La questione del giusto rapporto fra l’uomo e la donna affonda le sue radici dentro l’essenza più profonda dell’essere umano e può trovare la sua risposta soltanto a partire da qui. Non può essere separata cioè dalla domanda antica e sempre nuova dell’uomo su se stesso: chi sono? cosa è l’uomo?».

Per questo il primo aiuto che si può offrire a quanti vogliono unirsi in matrimonio è il prendere coscienza del mistero del loro essere uomini. Solo in questo modo potranno mettere adeguatamente a fuoco la loro relazione, senza attendersi da essa qualcosa che, per sua natura, nessuno può dare all’altro. Quanta violenza, quanta delusione potrebbero essere evitate nel rapporto matrimoniale, se fosse compresa la natura propria della persona!

Questa mancanza di coscienza del destino dell’essere umano conduce a fondare tutto il rapporto su un inganno, che si può sinteticamente formulare così: la convinzione che il tu possa rendere felice l’io. Il rapporto di coppia, in questo modo, si trasforma in un rifugio, tanto desiderato quanto inutile, per risolvere il problema affettivo. E quando l’inganno si manifesta, è inevitabile la delusione perché l’altro non ha compiuto l’aspettativa. Il rapporto matrimoniale non può avere altro fondamento che la verità di ciascuno dei suoi protagonisti. Come essi possono scoprire la loro verità, il mistero del loro essere uomini?

La dinamica del nuovo inizio: bellezza, segno, promessa

È la stessa relazione amorosa che contribuisce in maniera speciale a scoprire la verità dell’io e del tu; e insieme con la verità dell’io e del tu si manifesta la natura della vocazione comune.

Ciò che siamo ci viene rivelato in maniera solare dalla relazione con la persona amata. Nulla ci risveglia di più, nulla ci rende tanto consapevoli del desiderio di felicità che ci costituisce, quanto la persona amata. La sua presenza è un bene così grande che ci fa cogliere la profondità e la vera dimensione di questo desiderio: un desiderio infinito. Si può applicare per analogia al rapporto amoroso quello che Cesare Pavese dice del piacere: «Ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità». Un io e un tu limitati suscitano l’uno nell’altro un desiderio infinito e si scoprono lanciati dal loro amore verso un destino infinito. In questa esperienza si rivela a entrambi la propria vocazione, perché non c’è richiamo più forte al destino, per l’io, che il tu della persona amata. [ndr la ragazza che si sente brutta riscopre se stessa quando si sente guardata da un ragazzo interessato].

E nello stesso momento in cui si rivelano a noi stessi le dimensioni senza limite del nostro desiderio, ci viene offerta una possibilità di compimento. Più ancora, intravedere nella persona amata la promessa del compimento accende in noi tutto il potenziale infinito del desiderio di felicità. Per questo non c’è nulla che ci faccia comprendere il mistero del nostro essere uomini meglio del rapporto fra un uomo e una donna, come ci ha ricordato Benedetto XVI nella enciclica Deus caritas est: «L’amore tra uomo e donna, nel quale corpo e anima concorrono inscindibilmente e all’essere umano si schiude una promessa di felicità che sembra irresistibile, emerge come archetipo […], al cui confronto, a prima vista, tutti gli altri tipi di amore sbiadiscono». In questo rapporto l’essere umano sembra incontrare la promessa che gli fa superare il proprio limite e gli permette di raggiungere una pienezza incomparabile, poiché «alla radice di tutta la realtà vivente c’è la sponsalità. [siamo fatti per la comunione e ci capiamo in questa comunione] Ed è la sponsalità che rende promessa tutto, come dice la parola stessa: sponsale vuol dire una realtà promettente, che promette». Per questo la storia dell’umanità – nelle sue pur differenti espressioni – ha sempre istituito una relazione fra l’amore e il divino: «L’amore promette infinità, eternità – una realtà più grande e totalmente altra rispetto alla quotidianità del nostro esistere».

Si tratta esattamente dell’esperienza che in modo indimenticabile esprime Giacomo Leopardi nel suo inno ad Aspasia: «Raggio divino al mio pensiero apparve, / Donna, la tua beltà». La bellezza della donna è percepita dal poeta come un raggio divino, come la presenza del divino. Attraverso la bellezza della donna è Dio che bussa alla porta dell’uomo. Se l’uomo non comprende la natura di questa chiamata e non rischia nell’assecondarla, difficilmente può comprendere profondamente il proprio destino di infinità e di felicità.

La donna, con il suo limite, desta nell’uomo, anch’egli limitato, un desiderio di pienezza sproporzionato rispetto alla capacità che essa ha di rispondervi. Suscita una sete che non è in condizione di estinguere. Suscita una fame che non trova risposta in colei che l’ha destata. Da qui la rabbia, la violenza, che tante volte sorgono fra gli sposi, e la delusione nella quale vanno a finire − perché l’uno non riesce a compiere il desiderio dell’altra di essere felice, e viceversa −, se non comprendono la vera natura del loro rapporto.

La bellezza della donna è in realtà raggio divino, segno che rimanda oltre, ad altra cosa più grande, incommensurabile rispetto alla sua natura limitata, divina, come descrive Romeo nel dramma di William Shakespeare: «Fammi vedere una donna che sia bellissima fra le altre; / la sua bellezza non sarà altro per me che una pagina / dove leggerò di quella che supera tutto per bellezza». Quanto più gli amanti sono stupiti della bellezza dell’altro, tanto più essa rimanda a «quella che supera tutto per bellezza». E se l’uno e l’altra non si rendono conto di questa dinamica insita nel loro rapporto amoroso, presi come sono dalla reciproca bellezza inebriante, finiscono per identificare «la bellezza che supera tutto per bellezza» con la bellezza del partner. Ma così facendo, dimenticano quello che C.S. Lewis ha colto con una acutezza memorabile, che cioè la bellezza della persona amata in tutto il suo splendore grida: «Non sono io. Io sono solo un “promemoria”. Guarda! Guarda! Che cosa ti ricordo?».

È la dinamica del segno, della quale il rapporto fra l’uomo e la donna costituisce l’esempio più commovente. Quanto più essi vivono la presenza dell’amato nella sua verità, cioè come segno di Altro, come segno della «bellezza che supera tutto per bellezza», tanto più essi attendono e bramano questo Altro, quella bellezza di cui quella dell’amato è solo un promemoria. [ndr santino, icona]

Se non comprende questa dinamica, l’uomo cade nell’errore di fermarsi alla realtà che ha suscitato il desiderio. Per esempio, se una donna che riceve un mazzo di fiori è rapita dalla loro bellezza, ma dimentica chi glieli ha mandati (e che di lui sono segno), perde il meglio che i fiori recano con sé. Non riconoscere all’altro il suo carattere di segno conduce inevitabilmente a ridurlo a ciò che appare ai nostri occhi. E prima o poi si manifesta la sua incapacità di rispondere al desiderio che ha suscitato.

Per questo, se ciascuno non incontra ciò a cui il segno rimanda, il luogo dove può trovare il compimento della promessa che l’altro ha suscitato, gli sposi sono condannati a essere consumati da una pretesa dalla quale non riescono a liberarsi, e il loro desiderio di infinito, che nulla come la persona amata desta, è condannato a rimanere insoddisfatto. 

Di fronte a questa insoddisfazione, l’unica via d’uscita che oggi tanti vedono è cambiare la coppia, dando inizio a una spirale in cui il problema viene rinviato fino al momento della successiva delusione.

Ma entrare in questa spirale non può essere l’unica via d’uscita. Questo è il paradosso dell’amore fra l’uomo e la donna: “due infiniti si incontrano con due limiti; due bisogni infiniti di essere amati si incontrano con due fragili e limitate capacità di amare. È solo nell’orizzonte di un amore più grande che non si consumano nella pretesa e non si rassegnano, ma camminano insieme verso una pienezza della quale l’altro è segno” [Rilke]. Solo nell’orizzonte di un amore più grande si può evitare di consumarsi nella pretesa, carica di violenza, che l’altro, che è limitato, risponda al desiderio infinito che desta, rendendo così impossibile il compimento di sé e della persona amata. 

Per scoprirlo bisogna essere disposti ad assecondare la dinamica del segno, restando aperti alla sorpresa che questa può riservarci. Leopardi ha avuto il coraggio di correre questo rischio. Con una intuizione penetrante del rapporto amoroso, il poeta intravede che ciò che cercava nella bellezza delle donne di cui si innamorava era la Bellezza, con la maiuscola. Al vertice della sua intensità umana, l’inno Alla sua donna esprime tutto il suo desiderio che la Bellezza, l’idea eterna della Bellezza, assuma una forma sensibile. È ciò che è accaduto in Cristo, il Verbo fatto carne. Per questo Giussani ha definito questa poesia come «una profezia dell’Incarnazione».

In questo contesto si può comprendere l’inaudita proposta di Gesù affinché l’esperienza più bella della vita, innamorarsi, non decada sino a trasformarsi in qualcosa di soffocante.

Questa è la pretesa di Gesù, che troviamo in alcuni passi evangelici che a prima vista possono risultarci paradossali. «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa. Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me. Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà. Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato».

In questo testo Gesù si presenta come il centro dell’affettività e della libertà dell’uomo. Ponendo se stesso al cuore degli stessi sentimenti naturali, si colloca a pieno diritto come loro radice vera. [se ami il fiore non lo strappi, ma curi la radice che lo genera] In tal modo Gesù rivela la portata della promessa che la sua persona costituisce per quanti lo lasciano entrare. Non si tratta di una ingerenza di Gesù a livello dei sentimenti più intimi, ma della più grande promessa che l’uomo abbia potuto mai ricevere: senza amare Cristo (cioè la Bellezza fatta carne) più della persona amata, quest’ultimo rapporto avvizzisce, perché è Lui la verità [radice] di questo rapporto, la pienezza alla quale l’un l’altro si rinviano e nella quale la loro relazione si compie. Solo permettendoGli di entrare in esso è possibile che il rapporto più bello che può accadere nella vita non si corrompa e con il tempo muoia. Tale è l’audacia della Sua pretesa.

Come ha risposto Gesù allo spavento dei discepoli davanti alla verità sul matrimonio che stava loro annunciando? Possiamo dire con una formula: facendo il cristianesimo. Egli non si è limitato ad annunciare la verità del matrimonio, ma ha introdotto una novità nelle loro vite che ha reso possibile viverlo secondo quella verità. E questo vale tale quale oggi. Soltanto se il cristianesimo torna ad essere una esperienza presente, possiamo aspettarci una riscoperta del valore del matrimonio.

Che questa novità che lo rende possibile, Cristo, sia qualcosa di così reale e corrispondente alla natura dell’uomo si vede dal fatto che su di essa si può scommettere tutta la vita. È ciò che la tradizione cristiana chiama verginità.

Matrimonio e verginità

Alla stupita reazione dei discepoli sulla natura originale del matrimonio, che prima abbiamo visto, Gesù oppone una frase che può apparire ancora più enigmatica: «Egli rispose loro: “Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca”».

In queste parole Gesù aggiunge una nuova categoria di eunuchi a quelle già note, vale a dire coloro che si fanno eunuchi per il regno dei cieli. Ovviamente si tratta della libera scelta di rinunciare a sposarsi che fanno coloro ai quali è stato concesso di riconoscere il valore unico del regno dei cieli. Commentando questo brano, Giovanni Paolo II ha avuto modo di esprimersi come segue: «Nella chiamata alla continenza “per il Regno dei cieli”, prima gli stessi Discepoli e poi tutta la viva Tradizione, scopriranno presto quell’amore che si riferisce a Cristo stesso come Sposo della Chiesa e Sposo delle anime, alle quali egli ha donato se stesso sino alla fine, nel mistero della sua Pasqua e nell’Eucaristia. In tal modo, la continenza “per il Regno dei cieli”, la scelta della verginità o del celibato per tutta la vita, è divenuta nell’esperienza dei discepoli e dei seguaci di Cristo un atto di risposta particolare all’amore dello Sposo Divino e perciò ha acquisito il significato di un atto di amore sponsale, cioè di una donazione sponsale di sé, al fine di ricambiare in modo speciale l’amore sponsale del Redentore; una donazione di sé, intesa come rinuncia, ma fatta soprattutto per amore».

Per questo don Giussani afferma che «la verginità è la fisionomia nuova d’uomo, interiore ed esteriore, che nasce dalla carità vissuta [da questo amore sponsale di Cristo verso chi chiama alla verginità]. Si può dire che la verginità è il capovolgimento, è la rivoluzione del rapporto solito. Il rapporto solito è “attraverso” il reale creato, sé o il mondo, e arriva al rapporto con Dio come conseguenza. La verginità capovolge, rivoluziona questo rapporto. (…): il primum, il preponderante (…) è Cristo in me, è Cristo nella storia, è Cristo nel mondo, il mistero del regno di Dio. Il preponderante è questo e, attraverso questo, uno vede tutto e tutto vien ricuperato nell’ordine, nell’armonia e nell’unità che altrimenti non avrebbe».

Alla luce di questo si capisce che cos’è la verginità: il nuovo rapporto assolutamente gratuito che Cristo ha introdotto nella storia. La verginità è vivere le cose secondo la loro verità. E come è entrata nel mondo la verginità? Come imitazione di Cristo, cioè come imitazione della vita di un uomo che era Dio. Nessun altra ragione può sostenere una cosa così grande come la verginità nel vivere l’esistenza, se non l’immedesimazione con la modalità attraverso cui Cristo possedeva la realtà, cioè secondo la volontà del Padre.

La persona di Gesù è un bene talmente grande e prezioso che Egli è l’unico che corrisponde pienamente alla sete di felicità dell’uomo. Proprio questa corrispondenza unica, che la Sua persona costituisce per chi Lo incontra, rende possibile un rapporto col reale assolutamente gratuito. Per questo chi lo riceve può essere libero di non sposarsi. «Rendendo libero in modo speciale il cuore dell’uomo (cfr. 1Cor 7,32-35), “così da accenderlo maggiormente di carità verso Dio e verso tutti gli uomini” (Perfectae Caritatis, 12), la verginità testimonia che il Regno di Dio e la sua giustizia sono quella perla preziosa che va preferita ad ogni altro valore sia pure grande, e va anzi cercato come l’unico valore definitivo».

Come coloro che sono chiamati alla verginità contribuiscono al regno di Dio? Qual è il loro compito nella comunità cristiana e nel mondo? I chiamati alla verginità sono stati scelti perché «gridino davanti a tutti, in ogni istante – tutta la loro vita è fatta per questo – che Cristo è l’unica cosa per cui valga la pena vivere, che Cristo è l’unica cosa per cui valga la pena che il mondo esista. […] Questo è il valore oggettivo della vocazione: la forma della loro vita gioca nel mondo per Cristo, lotta nel mondo per Cristo. La forma stessa della loro vita! […] È una vita che come forma grida: “Gesù è tutto”. Gridano questo davanti a tutti, a tutti coloro che li vedono, a tutti coloro che in loro si imbattono, a tutti coloro che li sentono, a tutti coloro che li guardano».

Alla luce di questo si chiarisce il legame tra la vocazione alla verginità e la vocazione al matrimonio. Rispondendo alla chiamata, i vergini gridano agli sposati la verità del loro amore. La verginità è un’autentica speranza per gli sposati. La vocazione alla verginità testimonia che la bellezza «che supera tutto per bellezza» − di cui parla Shakespeare e alla quale rimanda la bellezza della persona − non è un miraggio, ma qualcosa reale, esiste. È la Bellezza che Leopardi attendeva di vedere rivestita di «sensibil forma»: Cristo. Una bellezza così reale che può rendere possibile la pienezza affettiva del vergine. Cristo può portare alla vita una tale soddisfazione da sostenere l’esistenza della persona secondo la massima di san Tommaso: «La vita dell’uomo consiste nell’affetto che principalmente lo sostiene, e nel quale trova la sua più grande soddisfazione». Questa testimonianza della verginità è la radice della possibilità di vivere il matrimonio senza pretesa e senza inganni: «In forza di questa testimonianza, la verginità tiene viva nella Chiesa la coscienza del mistero del matrimonio e lo difende da ogni riduzione e da ogni impoverimento».

Ma la verginità è anche la dimensione a cui tutti sono chiamati. Come don Giussani sottolinea, «la verginità è la virtù cristiana ideale di qualsiasi rapporto, anche del rapporto tra un uomo e una donna sposati. E, infatti, il culmine del loro rapporto, il momento culminante del loro rapporto è là dove si sacrificano, non la dove esprimono il loro possesso. Perché, per il peccato originale, di fatto, l’afferrare fa scivolare. È come se uno desidera una cosa e corre verso questa cosa e, quando è lì vicino, corre talmente che vi spacca il naso contro: scivola, incespica. È per questo che noi diciamo che la verginità è un possesso con un distacco dentro». Il possesso vero – che noi possiamo sperimentare – è un possesso con un distacco dentro. 

Il luogo della famiglia: comunità cristiane vive

Appare quindi in tutta la sua importanza il compito della comunità cristiana: favorire una esperienza del cristianesimo per la pienezza della vita di ciascuno. Solo nell’àmbito di questa relazione più grande è possibile non divorarsi, perché ciascuno trova in essa il suo compimento umano, sorprendendo in sé stesso una capacità dì abbracciare l’altro nella sua diversità, di una gratuità senza limiti, di un perdono sempre rinnovato.

Senza comunità cristiane capaci di accompagnare e sostenere gli sposi nella loro avventura, sarà difficile, se non impossibile, che essi la portino a compimento felicemente. Gli sposi, a loro volta, non possono esimersi dal lavoro di una educazione – della quale sono i protagonisti principali –, pensando che appartenere alla comunità ecclesiale li liberi dalle difficoltà. Come ha ricordato di recente ancora ai fidanzati Benedetto XVI: «Per essere autentico, anche l’amore richiede un cammino di maturazione: a partire dall’attrazione iniziale e dal “sentirsi bene” con l’altro, educatevi a “volere bene” all’altro, a “volere il bene” dell’altro. L’amore vive di gratuità, di sacrificio di sé, di perdono e di rispetto dell’altro». 

In questo modo si rivela pienamente la natura della vocazione matrimoniale: camminare insieme verso l’Unico che può rispondere alla sete di felicità che l’altro risveglia costantemente in me, cioè verso Cristo. Così si eviterà di passare, come la Samaritana, di marito in marito senza riuscire a soddisfare il proprio autentico desiderio. La coscienza della sua incapacità a risolvere da sola il proprio dramma – nemmeno cambiando cinque volte marito! – le ha fatto percepire Gesù come un bene così desiderabile da non poter fare a meno di gridare: «Dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete».

Conscio della situazione attuale, Benedetto XVI afferma la necessità «che le famiglie non siano sole. Un piccolo nucleo familiare può trovare ostacoli difficili da superare se si sente isolato dal resto dei suoi familiari e amici. Perciò, la comunità ecclesiale ha la responsabilità di offrire sostegno, stimolo e alimento spirituale che fortifichi la coesione familiare, soprattutto nelle prove o nei momenti critici. In questo senso, è molto importante il ruolo delle parrocchie, così come delle diverse associazioni ecclesiali, chiamate a collaborare come strutture di appoggio e mano vicina della Chiesa per la crescita della famiglia nella fede». 

Questo invito pieno di tenerezza e di realismo è allo stesso tempo l’indicazione di un compito: la famiglia come tale abbisogna di un luogo per vivere, ed esso può essere solo costituito da comunità cristiane che a loro volta vivano in pienezza contemplativa e operativa la propria fede. L’appartenenza di un essere umano alla propria famiglia si dilata allora nell’appartenenza alla Chiesa, e dunque a quel brandello di Chiesa in cui ognuno di noi sperimenta la presenza universale di Cristo. Lo stringersi fraternamente insieme, il creare dimore ospitali: è questo il contributo maggiore che i cristiani possono dare per favorire e accompagnare l’esperienza della famiglia come cammino inesausto verso la pienezza costituita da Cristo. «Il superamento della solitudine nell’esperienza dello Spirito di Cristo non accosta l’uomo agli altri, lo spalanca a essi fin dalle profondità del suo essere. […] La comunità diventa essenziale alla vita stessa di ognuno. […] Il “noi” diventa pienezza dell’“io”, legge della realizzazione dell’“io”».

Senza l’esperienza di pienezza umana che Cristo rende possibile, l’ideale cristiano del matrimonio si riduce a qualcosa di impossibile da realizzare. L’indissolubilità e l’eternità dell’amore appaiono come chimere irraggiungibili. E in realtà esse sono frutti tanto gratuiti di una intensità di esperienza di Cristo che agli stessi sposi appaiono come una sorpresa, come la testimonianza che, davvero, «nulla è impossibile a Dio». Solo una tale esperienza può mostrare oggi la razionalità della fede cristiana, la sua convenienza umana, una realtà che corrisponde totalmente al desiderio e alle esigenze dell’uomo, anche nel matrimonio e nella famiglia.

Un rapporto così vissuto costituisce la migliore proposta educativa per i figli, che attraverso la bellezza del rapporto tra i genitori sono introdotti, quasi per osmosi, nel significato dell’esistenza. Nella stabilità di questo rapporto la loro ragione e la loro libertà sono costantemente sollecitate a non perdersi una simile bellezza. E la bellezza che risplende nella testimonianza degli sposi cristiani è la stessa che hanno bisogno di trovare sul loro cammino non solo i figli, ma anche tutti gli uomini e le donne del nostro tempo.

Questa testimonianza è il contributo che possono dare oggi gli sposi cristiani di fronte al travaglio in cui si trovano tanti dei loro concittadini. È una testimonianza gratuita che sfiderà la ragione e la libertà di chi, cercando una autentica risposta alla propria esigenza di felicità, non riesce a trovarla. È una testimonianza che cerchiamo di dare nella consapevolezza che «abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi».


Appendice: Matrimonio e verginità come vocazione

Julian Carron – La voce unica dell’Ideale

Ci sono due stati di vita fondamentali: uno è quello «normale», naturale, di porsi, cioè, di fronte a Dio attraverso la mediazione di un’altra persona». Che cosa vuol dire porsi davanti a Dio attraverso la mediazione di un’altra persona? Che, innamorandoti, la persona che più ti fa vibrare, che più ti apre, che più ti rilancia, che più ti richiama a qualcosa d’altro è mediatrice: tu sei chiamato ad aprirti alla totalità attraverso questo fatto che ti è capitato, che ti trovi addosso. Se Dio ti dona quella persona, non è per bloccarti lì, ma per aprirti di più al Mistero, per aprirti di più a quella totalità per cui tu sei fatto: allora incominci ad avere qualche segno di qual è la vocazione a cui Dio ti chiama. Tu cammini verso il Destino attraverso una mediazione, nella compagnia della mediazione di un altro o di un’altra. In questo senso uno segue la grande legge che unisce l’uomo a Dio attraverso la realtà mondana, e uno così dice: «Io con questa persona vado in capo al mondo», vado al destino, sono chiamato ad andare al destino con essa perché mi richiama di più allo scopo della vita. Non è che questa persona mi possa rendere felice, perché non mi renderà felice – attenti, perché in questo sbagliate sempre –, in quanto il mio desiderio è troppo grande e dove questo si mette più in evidenza è proprio qui: nessuna persona ti fa ridestare tutto il desiderio di felicità come quella persona lì, ma allo stesso tempo nessuna è più incapace di compierlo come quella persona lì. Per questo non si deve rimproverare al marito o alla moglie questa incapacità, ma capire che essa è parte della vocazione, che quella persona ti è data per ridestare tutto il desiderio di camminare insieme verso Colui che lo compie (per questo è una vocazione, perché è la possibilità di raggiungere il destino). Se tu, invece, identifichi il destino con quella lì e ti blocchi, succede come a tutti: «Ah, adesso so perché sono nato». Quale diventa nella vostra testa l’utilità per il mondo? Volere questa qua, punto! «Perché devo andare oltre? Perché devo aprirmi oltre?». Dopodiché soffocano e si separano perché non ne possono più: tanto sono fatti l’uno per l’altra che non ne possono più! Se facciamo questo errore, finiamo come vediamo che finiscono tanti adesso, perché non capiamo la natura dell’esperienza amorosa, di quello per cui il Mistero ci fa così: per aprirci di più a Colui che può riempire la vita. «Nell’ambito cristiano la realtà di questo stato [che è fare una famiglia] è fondamentale perché ad esso viene affidata la possibilità stessa del prolungarsi del regno di Dio nel mondo [attraverso i figli]».

Ma nella vita della Chiesa c’è un altro stato di vita, che è quello della verginità, «che costituisce anch’essa una funzione fondamentale e che apparirà anche più chiaramente se noi recuperiamo il motivo ultimo ed esauriente per cui ci si offre a Dio: questo motivo è l’imitazione di Cristo [Cristo, il Mistero fatto carne, ha messo nella storia una modalità di essere utile al regno di Dio che è vivere per questo regno, vivere per fare la volontà di Dio dando tutta la propria vita a questo: è proprio quello che ha fatto Gesù, che non ha fatto una famiglia, ha dato tutta la sua vita a questo]. L’imitazione di Cristo è la legge di tutti i cristiani, però nella scelta di uno stato di questo genere essa oggettivamente tocca il suo vertice [una vocazione alla verginità tocca il suo vertice], perché è l’imitazione dello stato di Cristo nella sua pienezza. Lo stato di Cristo nella sua pienezza era un rapporto col Padre che, da un certo punto di vista, come persona, non era mediato da nulla [così come nel matrimonio il rapporto con il Padre è mediato da un altro, qui il rapporto con il Padre non è mediato da nulla]». Coloro che sono chiamati a questo stato sono chiamati a un rapporto unico, immediato, diretto, con il Mistero. Questa è la verginità: Dio chiama, Dio introduce nella vita un seme, un’esperienza del vivere tale per cui ti rende così pieno, così grato, ti rende possibile un’esperienza di vita per cui dici: «Io voglio questo», e questo ti rende libero per dare tutta la vita, non per mutilarla. È per una pienezza, non prima di tutto per un sacrificio, è per l’essere stato affascinato da Cristo che uno può sentire l’urgenza di dargli tutto: «Io sono per te, Cristo». Attenzione, nessuno pensi a questa strada per altro motivo che non sia questa pienezza! Non è perché è più perfetta, non è perché è più bella, no; è che uno vive sospeso su un pieno e non vuole perderlo per nulla al mondo, tanto è vero che le persone che se lo trovano addosso forse avevano pensato all’altra strada, non avevano mai pensato a questa, e si trovano addosso una tale pienezza che dicono: «Questo è troppo, troppo bello per non seguirlo». Per questo dice don Giussani: «Cristo, con la sua verginità, non era un mutilato. Perciò il concetto di rinuncia, se indica il riverbero psicologico che l’esistenza genera in quel caso, dal punto di vista del valore, dal punto di vista ontologico non è rinuncia a qualche cosa, ma è l’addentrarsi in un possesso più profondo e più finale delle cose. La verginità di Cristo era un modo più profondo di possedere la donna, un modo più profondo di possedere le cose. Questo ha avuto, per così dire, il suo compimento nel fatto della resurrezione, attraverso la quale Cristo possedette tutte le cose come noi le possederemo alla fine del mondo. In questo senso la verginità, nell’ambito della comunità cristiana, è la situazione paradigmatica, esemplificativa, ideale cui si devono riferire tutti». È il paradigma, l’esempio, l’ideale non di un non-possesso, bensì di un possesso più vero.

L’altro giorno, nella pausa della lezione in Cattolica, è venuta una ragazza che, dopo anni di fidanzamento, mi ha detto: «A me piacerebbe tornare a quel primo momento, a quel primo barlume del rapporto con il mio moroso», quando ancora non si erano sfiorati: questa è la verginità! E perché questa ragazza dopo anni ha ancora nostalgia di quell’istante? Perché tutto ciò che è successo dopo non ha ricreato neanche un brandello della pienezza che aveva sperimentato allora. Questa ragazza è ancora fidanzata, ma desidera questo, desidera un possesso dell’altro così, e l’essere posseduta dal suo ragazzo così, come in quel primo commovente istante. La verginità è un modo più profondo di possedere la donna, un modo più profondo di possedere le cose. E oggi, che è l’Ascensione, è la festa di questo: quando Cristo risorto è entrato nella profondità delle cose, possedendole. Anche noi le possiederemo alla fine del tempo, è un compimento vero affettivamente parlando, perché è quello a cui sono chiamati tutti: «La verginità, dunque, nella vita della Chiesa [nel regno di Dio], rappresenta la funzione suprema, tanto è vero che la storia della Chiesa ha identificato la testimonianza nelle sue forme supreme in due punti: la verginità e il martirio. La verginità, nell’ambito della comunità cristiana, costituisce funzione e testimonianza al fine della vita». In essa possiamo gridare a tutti: «Guarda che ciò per cui tu ami la tua morosa, il tuo moroso, ciò per cui ti sposi, ciò per cui hai figli ha un nome che ti grido con la mia vita: Cristo. Ed è possibile ciò per cui tu sei fatto avendo la moglie e i figli, esiste, te lo testimonio. Perché? Perché io ho dato la vita a questo e la mia vita non esisterebbe, non ci sarebbe se non ci fosse Lui. Sarebbe impossibile se Cristo non fosse entrato nella storia e ci avesse affascinati così tanto per poter vivere di Lui».

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