Mi ami? Pasci i miei agnelli!

Padre Mauro Lepori

Vorrei iniziare questa meditazione dall’incontro-dialogo di Gesù con Pietro sulla riva del mare, in Giovanni 21:

«Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pasci i miei agnelli”. Gli disse di nuovo, per la seconda volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Gli disse: “Pascola le mie pecore”. Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?”. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: “Mi vuoi bene?”, e gli disse: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. Gli rispose Gesù: “Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi”.» (Gv 21,15-19) 

La tristezza di Pietro 

C’è come un punto centrale in questo passo del Vangelo, che è un po’ il punto a cui Gesù sembra tendere con la sua ripetizione insistente della domanda “Mi ami? Mi vuoi bene?”, e mi sembra sia il punto da cui Gesù voglia ripartire nel descrivere la vocazione di Pietro, la vocazione che comporta il vivere la sua responsabilità pastorale fino al martirio. Questo punto centrale è espresso dalle parole: “Pietro rimase addolorato – contristatus est Petrus – elypete o Petros” (Gv 21,17). 

Gesù ha continuato a chiedere amore a Pietro finché non è nato in lui questo dolore, questa tristezza. Forse ha chiesto tre volte per ricordare e redimere il triplice rinnegamento, ma ho l’impressione che Gesù avrebbe continuato a ripetere la domanda finché non nascesse in Pietro questa tristezza. È come se Gesù avesse voluto scavare un pozzo finché non fosse sgorgata quest’acqua. 

È cosa strana la tristezza. Anche se ciò che la provoca è fuori di noi, è sempre come se salisse da noi, da una profondità misteriosa di noi stessi. La domanda di amore di Cristo ha scavato fin nel cuore di Pietro e ha fatto scaturire questa sorgente. Già nel testo mi sembra evidente che alla terza risposta Pietro è più vero, più se stesso, meno automatico, meno scontato nel dire “Sì, ti amo!”. Prima è come se dicesse: “Ma figurati, è evidente che ti amo! Come puoi metterlo in dubbio? Non si può non amarti!”. Ma Gesù non si accontenta, non gli basta questo “livello” di risposta, e quindi di amore. E paradossalmente, pur venendo da Pietro, dal suo temperamento, dal suo modo solito di reagire, di rispondere, le due prime risposte sono infinitamente meno sue della terza. Nella terza è meno sicuro di sé, meno irruento, meno scontato. Sembra confuso, sembra incerto, eppure è proprio allora che è veramente lui, è proprio allora che nella risposta ci mette tutto se stesso. 

Pietro ha appena fatto uno sforzo sovrumano per raggiungere a nuoto il Risorto riconosciuto da Giovanni e poi per scaricare da solo tutto il pesce pescato miracolosamente: 153 grossi pesci, almeno 100 Kg devono pesarli! Ma erano ancora tutti gesti e reazioni ultimamente alla superficie di se stesso, come un ragazzino che vuol farsi valere, farsi veder bravo, migliore degli altri, farsi apprezzare per quello che fa, per la forza che ha.

Poi Gesù introduce come uno spazio di silenzio. Tutto si ferma. Non c’è neanche bisogno di granché del pesce pescato, perché sulla brace ce n’è già uno che arrostisce e del pane. Poi c’è il pasto, in silenzio, guardandosi, amandosi. Chissà che fatica per Pietro non dire nulla, non fare nulla! Poi Gesù comincia quel domandare amore, a lui personalmente. E la prima domanda è quasi come se gli dicesse: “Va bene, sei proprio bravo, sei forte, sei arrivato per primo, hai trascinato da solo la rete piena di pesci… Ma sai, tutto questo lo so fare io da solo, senza bisogno di te. Non hai visto come ho riempito la rete di pesci senza il vostro aiuto? Io ho bisogno di qualcosa d’altro da te, ho bisogno di un altro livello della tua persona: una cosa che se non me la dai tu, io non posso prenderla, non posso catturarla. Mi ami?” 

Ma anche questo, Pietro fa fatica a lasciarselo chiedere al livello giusto. Accetta però almeno di iniziare un percorso, guidato dal domandare di Gesù, dal suo sguardo, da quella sospensione fra loro in cui non c’è nulla da fare, nulla in fondo neanche da dire, perché l’amore non è nelle parole, anche se dici e ripeti “Ti amo!”. 

Gesù va fino in fondo alla sua domanda di amore, un fondo che è nel cuore di Pietro, nell’anima di Pietro, anzi: che è il cuore e l’anima di Pietro. La tristezza che Pietro ha provato, che ha forse sorpreso anche lui, è la sua verità interiore, è l’affiorare del suo vero “io” da sotto i detriti già ammucchiati dal terremoto del rinnegamento, del suo vero “io” che Gesù vuole incontrare e da cui vuole essere amato. Come esce un uomo da sotto i detriti della sua casa dopo un terremoto che ha raso tutto al suolo? Se esce vivo, esce distrutto, esce totalmente spogliato dei suoi beni, e tutto dolorante, confuso. 

Le doglie del parto 

Forse è così che un bambino esce dal seno materno… Non dimentichiamo che poco prima Pietro era nudo e si era messo in fretta qualcosa. Non dimentichiamo che si era gettato nell’acqua e dall’acqua era uscito incontro a Gesù, come quella volta che Gesù l’aveva salvato dall’affogamento (cfr. Mt 14,30-31). Ma tutto questo è solo simbolo. Nel dialogo con Cristo, Pietro è chiamato a rinascere veramente. Nel parto ci sono le doglie della madre, ma si sa che anche il bambino deve vivere le sue, come poi ad ogni tappa del cammino della vita, se vuole vivere, crescere, maturare. Perché Pietro rinasca, e con lui tutta la Chiesa, le doglie di Gesù sono compiute sulla Croce, così come le doglie di Maria, Madre della Chiesa, Madre degli Apostoli, ai piedi della Croce. Ora è Pietro che deve corrispondere alle sofferenze di Cristo per la sua e universale salvezza. Lo ha espresso bene san Paolo: “Ora io sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa.” (Col 1,24) 

La prima cosa che manca ai patimenti di Cristo per generarmi alla vita divina di figlio di Dio, affinché io possa formare da membro vivo il corpo di Cristo che è la Chiesa, è che accetti di passare anch’io per le sofferenze del mio parto. 

“In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia.

La donna, quando partorisce, è nel dolore [prova tristezza], perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore [provate tristezza]; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia.” (Gv 16,20-22) 

Ecco, è come se Gesù, portando Pietro al profondo della sua tristezza, avesse domandato questa nascita, questo parto di verità di sé nel vivere. “Contristatus est Petrus – Pietro fu rattristato, provò tristezza”. Come un bambino che nasce, ma da adulto cosciente, Pietro è invitato a capire che la sua tristezza corrisponde alla tristezza di Cristo come quella del bambino a quella della madre che lo partorisce, che la sua tristezza corrisponde alla tristezza di Cristo nel generarlo alla vita divina e nel generare tutta l’umanità alla vita filiale. Per questo, accettare questa tristezza, lasciare che affiori, è come trovare in noi, o lasciare che Cristo faccia sgorgare in noi, una fonte di vita, una scelta di vivere, che è come l’alveo che ci permette di accogliere la vita di Cristo in noi. Perché Cristo non ci chiede “Mi ami tu?” solo per rimaner lì come innamorati incantati e inebetiti a guardarsi negli occhi e scambiarsi bei sentimenti: ce lo chiede per darci la vita, e per renderci fecondi, cioè capaci di trasmettere la vita eterna agli altri, a tutti. “Pasci i miei agnelli”, “Pasci le mie pecore”: è un mandato di fecondità matura della vita, è un mandato a generare la vita divina, la vita di Cristo e in Cristo, negli altri. 

Ma prima di meditare su questa fecondità dello scambio di amore con Cristo, che è la vita di Cristo in noi, vorrei approfondire ulteriormente la corrispondenza fra la tristezza di Pietro, cioè la nostra, con quella di Gesù. Perché si tratta di un punto cruciale nel capire e vivere la nostra vita e la nostra vocazione e missione. 

La tristezza di Cristo 

Nel Vangelo, prima della grande tristezza nel Getsemani, e il suo pianto davanti alla tomba di Lazzaro (Gv 11,35) e su Gerusalemme (Lc 19,41), è come se una sola cosa abbia reso veramente triste il cuore di Gesù: la durezza di cuore dei farisei quando non rispondono alla domanda che Gesù pone loro prima di guarire in giorno di Sabato l’uomo dalla mano paralizzata: «“È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o ucciderla?” Ma essi tacevano. E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: “Tendi la mano!”» (Mc 3,4-5) 

La prima tristezza di Cristo è di fronte alla durezza di cuore che nega il primato dell’amore, della carità anche sulle regole religiose. Perché è una durezza in cui il cuore dell’uomo non corrisponde al Cuore di Dio. Forse che il Cuore di Dio ha chiesto il riposo del Sabato perché servisse da pretesto o giustificazione per fare del male o uccidere la vita, l’anima? Ciò che rattrista Gesù è proprio questa non corrispondenza del cuore umano alla misericordia del Padre, che nel contesto coincide con una mancanza di contrizione, di tristezza nell’uomo di fronte alla tristezza di Dio che compatisce l’uomo, che prova pena di fronte alla pena umana. Meglio ancora: la compassione di Dio di fronte alla pena umana è così grande che Dio si rattrista ancor più per un cuore che non è triste, che è duro, che è di pietra, e quindi non prova compassione per la tristezza degli altri. In fondo, la tristezza di Cristo è quella di non trovare tristezza nel cuore dell’uomo, quella tristezza che l’Uomo-Dio prova di fronte ad ogni miseria umana, anche quella della durezza di cuore. 

C’è un aspetto che affiora in questo episodio, ma che diventerà assoluto nel Getsemani: la solitudine di Cristo nel vivere questa sua tristezza di fronte alla resistenza all’amore di Dio. Gesù è solo di fronte alla durezza di cuore dell’uomo, perché per rompere questa durezza sarebbe necessario partecipare alla tristezza di Gesù, farla propria, lasciarsi invadere da essa. Ma perché questo diventi veramente possibile, Gesù capisce che deve passare per la passione e la morte. Gesù deve portare da solo nell’anima la sua tristezza fin dentro la morte perché con la Risurrezione lo Spirito possa essere donato senza misura e trasformare i cuori di pietra in cuori di carne (cfr. Ez 36,26-27), in cuori capaci cioè di passione, di amare fino a soffrine, fino a rattristarsi con Cristo per la miseria dell’uomo. 

Tutto questo diventa assoluto nel Getsemani: «E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”.» (Mt 26,37-38)
Quando ho fatto la Professione solenne, sull’immaginetta-ricordo ho fatto mettere, assieme a due frasi essenziali della Regola di san Benedetto: “Non preferire nulla all’amore di Cristo – Non disperare mai della misericordia di Dio” (RB 4,21.74), la seconda parte della frase detta da Gesù ai tre discepoli: “Rimanete qui e vegliate con me” (Mt 26,38). Vi scorgevo un’allusione alla stabilità monastica come luogo di veglia nella preghiera per il mondo. Ma non mi venne in mente di citare la prima parte della frase di Gesù, che di per sé dà all’invito di dimorare lì e vegliare tutta la sua densità e profondità cristologiche. Gesù svela ai discepoli la ferità del suo cuore, una ferita mortale, che lo sta dissanguando fino alla morte. La sua anima prova una tristezza che la sta come soffocando, che sta spegnendo in Lui la vita. Non c’è angoscia peggiore che sentirsi morire interiormente. È come se Gesù annaspasse in cerca di appigli mentre sta affogando in questa tristezza. Cerca di aggrapparsi ai suoi tre discepoli preferiti, ai suoi più grandi amici, ma sa già che non saranno loro a salvarlo da questa angoscia. Infatti si allontana da loro e cerca il Padre. Forse, il suo invito ai discepoli è perché imparino loro, con Lui e da Lui, a stare in questa tristezza, a vegliare in essa, perché questa tristezza mortale di Gesù è la loro tristezza, non è di Dio: è dell’uomo, è la tristezza dei mortali, dei peccatori, di chi ha bisogno di salvezza, di chi è impotente, strutturalmente impotente, a realizzare il compito e il compimento della vita. 

La tristezza che ci separa da Cristo 

Solo che l’uomo, istintivamente, di fronte a questa tristezza si addormenta. Luca dice che quando Gesù ritornò dai tre, dopo che il suo sudore “diventò come gocce di sangue che cadono a terra” (Lc 22,44), “li trovò che dormivano per la tristezza” (22,45).

Non riusciamo a stare di fronte e dentro la tristezza di Cristo e nostra. Ci addormentiamo, fuggiamo dalla coscienza, dalla consapevolezza di noi stessi, perché la realtà di noi a cui Gesù ci porta assumendola su di sé e mostrandocela come in uno specchio, è una realtà che non sopportiamo, che non sappiamo portare. Ci schiaccia, ci soffoca, non riusciamo a viverci dentro. Ma ci siamo dentro, non possiamo vivere fuori dalla realtà di noi stessi! Questo vuol dire che distraendoci da essa, addormentandoci, usciamo artificialmente dalla nostra realtà. E questo fa sì che viviamo nell’artificialità, in una realtà artificiale. Questa non è una novità del secolo degli strumenti virtuali. Basta leggere il Vangelo, tutto il Nuovo Testamento, basta leggere san Paolo, i padri del deserto, certi passi della Regola di san Benedetto, per vedere che questo problema c’è da sempre. Come per i tre discepoli nel Getsemani. 

Qui però è importante fare una distinzione fra la tristezza di Cristo e la nostra. Ci sono nel Vangelo delle tristezze che separano da Gesù. Anche qui, i tre discepoli forse è per la loro tristezza che si addormentano, che si astraggono da Gesù con cui sono chiamati a stare, a vegliare. “Li trovò che dormivano per la tristezza”: questa non è la tristezza di Cristo, ma lo loro. 

L’episodio più evidente di questo è la tristezza del giovane ricco, che coincide proprio con l’andarsene da Gesù, col rifiuto di aderire a Lui, di stare con Lui seguendolo: “Il giovane se ne andò rattristato, perché aveva molti beni” (Mt 19,22); “divenne molto triste, perché era assai ricco” (Lc 18,23). In Luca, il commento che Gesù fa immediatamente sulla difficoltà per chi ha ricchezze di entrare nel regno di Dio, è introdotto da uno sguardo di Cristo, non tanto sull’allontanarsi di quel ricco da Lui, ma sulla sua tristezza: “Quando Gesù lo vide divenuto molto triste, disse…” (Lc 18,24). 

La tristezza del giovane non è la tristezza di Cristo, ma Gesù la vede e si capisce da quello che dice dopo – che al Padre è possibile anche far entrare i ricchi nel suo Regno –, così come dalla determinazione con cui dopo questo episodio si dirige a Gerusalemme per vivere la passione e morte, che proprio di questa tristezza Gesù si fa carico, che ha compassione di questa tristezza che separa l’uomo dalla vita eterna che pure desidera. Perché è la tristezza del peccato, dell’allontanamento del cuore umano da Dio per adorare gli idoli, l’oro e l’argento, i tesori terreni. 

L’episodio del giovane ricco, dell’uomo, del giovane assetato di vita eterna, pieno di senso religioso, che ritorna “molto triste” verso le sue vane ricchezze, è decisivo per capire la passione e morte di Gesù, e anche la sua tristezza fino alla morte. In un certo senso, la tristezza dell’uomo che si allontana da lui, Gesù l’assume, la fa sua, e la trasforma in offerta di comunione con il Padre. 

La tristezza del giovane ricco ci aiuta anche a capire la tristezza di Pietro, quella del suo pianto amaro dopo il canto del gallo, e anche quella che sgorga in lui dopo la terza domanda di amore di Gesù. Perché anche la tristezza di Pietro è una tristezza di chi si è allontanato da Cristo, di chi non ha voluto o potuto seguirlo fino in fondo, cioè con tutto il cuore. Ed è come se Gesù dicesse a Pietro, come lo dice ad ogni uomo: “Guarda che questa tua tristezza, l’ho risolta io, l’ho sciolta io. Io ci sono stato fino in fondo nella tua tristezza di essere lontano da Dio, che è la tristezza di Adamo dopo il peccato, quindi la tristezza umana per eccellenza. Ci sono stato, ci sono morto, da essa sono risorto!” 

Tristezza e tristezze 

È forse utile però fare una nota. Ci sono vari tipi di tristezze. C’è appunto questa tristezza profonda e fondamentale, la tristezza di Adamo in noi, che è tristezza di essere lontani da Dio, lontani da Cristo. Tristezza del giovane ricco, tristezza di Pietro che rinnega Gesù. Malgrado tutto, è una tristezza buona, vera, perché anche il giovane ricco, pur se attaccato ai suoi beni terreni, è triste per Cristo, altrimenti sarebbe partito felice di ritrovare i suoi beni. Parte triste, si allontana triste. Il suo cuore non mente: la sua tristezza è di mancare di Gesù, e di mancare a Gesù che lo ama. Anche Pietro, è infinitamente più attaccato a Cristo piangendo amaramente per averlo rinnegato di quando gli diceva: “Darò la mia vita per te!” (Gv 13,37). 

Ci sono invece tristezze alienate, superficiali, che non sgorgano dalla ferita della separazione da Dio. Come la tristezza di Erode quando la figlia di Erodiade gli chiede la testa del Battista (Mt 14,9; Mc 6,26). È una tristezza su di sé, di un cuore ferito nel suo orgoglio, nella sua soddisfazione, nella sua gioia autonoma, che non apre il cuore a nessun altro, a cui non manca Dio. È la tristezza, che proviamo spesso, di quando ci tolgono qualcosa a cui siamo attaccati, un pezzo di noi, che però ricuciamo subito con qualcos’altro che sta alla nostra portata. Erode, per esempio, rappezza subito questa tristezza pensando alla sua reputazione agli occhi dei commensali di fronte ai quali ha giurato di soddisfare ogni desiderio della fanciulla (Mt 14,9). Le false tristezze sono su particolari che consoliamo con altri particolari, sono per cose vane che risolviamo con altre cose vane. È vero che, come lo ha fatto il giovane ricco, trattiamo così anche la tristezza per la mancanza di Dio, riducendola e anestetizzandola in vari modi, anche se è più difficile consolarla con frammenti di pezze come ci riesce per le false tristezze… 

Gesù, comunque, va sempre a cercare e a far sgorgare la tristezza dell’anima di Adamo, quella profonda. Lui è venuto incontro ad essa, l’ha cercata fino in fondo agli inferi. E cosa fa con essa, quando la trova e può darle la mano? Dove la porta? 

La risurrezione dell’anima 

Quando il Risorto raggiunge i discepoli di Emmaus, forse rende visibile quello che è avvenuto il Sabato Santo quando è disceso negli inferi. I due di Emmaus, che tra l’altro forse erano una coppia come Adamo ed Eva, avevano il volto incupito dalla tristezza: “Si fermarono col volto triste” (Lc 24,17). Non c’era luce davanti a loro. Camminavano anche spiritualmente verso il tramonto. Una tristezza di cui tradiscono la natura parlandone con Gesù: “Noi speravamo” (24,21). Una speranza delusa, cioè una speranza chiusa, che non è più tesa verso l’infinito, verso Dio, ma tutta rivolta al passato, tutta ridotta alle loro aspettative limitate, preconcette, che non attendevano che quello che ci si può attendere da un eroe umano, di quelli che hanno il coraggio, l’abilità e la fortuna di liberare politicamente i popoli: “Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele…” (Lc 24,21). 

La tristezza è una speranza ridotta, soffocata, che ha perso l’orizzonte di Dio, lo sguardo a Cristo Redentore e Salvatore dell’universo. 

Ebbene, cosa fa Gesù con l’anima triste dell’uomo? La risuscita! La gioia che Cristo promette e viene a darci è una reale risurrezione dell’anima, dell’anima triste fino alla morte, fino alla morte dell’anima. Come nel dialogo con Pietro: Cristo ci ama fino al punto di voler risuscitare la nostra anima, e per questo ci chiede e offre di riamarlo. L’amore di Cristo è la risurrezione dell’anima. È necessario che ci sia una risurrezione dell’anima non solo dopo la morte, ma già in questa vita in cui l’anima si lascia morire nella tristezza. La risurrezione dell’anima è il passaggio dalla tristezza alla gioia che Cristo promette e ci dona di vivere. 

Ma per donarci questo, Cristo deve morire e risorgere. Perché la risurrezione e la vita dell’anima è la vita di Cristo in noi. La tristezza è la morte dell’anima. Cristo fa vivere l’anima quando, dopo la sua Risurrezione, ci dona lo Spirito. La Pentecoste, che scende sull’unanimità (cfr. At 1,14) dei discepoli, sul loro essere una sola anima nella preghiera del Cenacolo, è la dilatazione della vita di Cristo Risorto che ci è donata. Cristo entra nella nostra tristezza fino alla morte per risorgere nella gioia pasquale. Così Gesù fa risorgere la nostra anima che il peccato fa morire alla vita di Dio, la fa risorgere nella Sua vita di Risorto. Questo è l’influsso, l’impatto travolgente della Pasqua sulla nostra vita, su ogni persona che Cristo Risorto raggiunge con il tocco e la parola della sua presenza appassionata alla nostra vita, alla nostra pienezza di vita. Tocco e parola che coinvolge l’uomo tramite la Chiesa, con il battesimo e tutti i sacramenti. 

Non finiremo mai di meditare e approfondire il nostro incontro con il Risorto e come ci trasforma alla radice del nostro essere, alla fonte della nostra capacità di vivere per Dio che lo Spirito realizza con la grazia della vita di Cristo in noi. Non mediteremo mai abbastanza, per esempio, le parole di san Paolo ai Galati: “In realtà mediante la Legge io sono morto alla Legge, affinché io viva per Dio. Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me. Questa vita nella carne, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me.” (Gal 2,19-20) 

La responsabilità: fecondità della vita di Cristo in noi 

Una cosa è certa, non possiamo vivere una fecondità nella responsabilità pastorale, una fecondità nella costruzione della comunità ecclesiale, che non sgorghi e si irradi da questo centro vitale, da questo parto della vita di Cristo in noi, e dalle doglie di tristezza per Cristo che questo parto esige, come appunto è successo a Pietro sulla riva del mare.

Troppo spesso ci preoccupiamo più di essere attivi ed efficaci che di essere vivi. Ma non c’è fecondità, dono della vita, paternità nel rapporto sponsale e casto con la Chiesa, se non da un soggetto risorto dalla vita di Cristo in noi, da un’anima risuscitata dal Risorto che le chiede amore fino alla tristezza di non saperlo amare davvero. 

Solo un’anima risorta può dare la vita con fecondità, può essere responsabile, pascere la comunità: “Mi ami tu? – Pasci le mie pecore, i miei agnelli!” Come se Gesù dicesse: “Se mi ami, sei vivo e fecondo nella missione che ti affido!” 

Gesù, con Pietro, fa un po’ come fece il profeta Elia col figlio della vedova di Sarepta che era morto, letteralmente che “cessò di respirare” (1Re 17,17). È interessante notare che la vedova rende responsabile di questa morte il profeta (v. 18), e il profeta rende responsabile Dio stesso (v. 20). Comunque, Elia fa per tre volte un gesto accompagnato da un’invocazione che rianima il bambino: «Si distese tre volte sul bambino e invocò il Signore: “Signore, mio Dio, la vita di questo bambino torni nel suo corpo”. Il Signore ascoltò la voce di Elia; l’anima del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere.» (1Re 17,21-22) 

Nella Passione, Gesù si è “steso” sulla nostra morte per domandare la nostra vita al Padre. Il Risorto, con la sua domanda di amore, riproduce questo gesto su Pietro, finché l’anima dell’amore di Cristo ritorni in lui e Cristo possa vivere in lui. 

Nella scena analoga del profeta Eliseo (2Re 4,32-37), è più chiaro che la risurrezione è avvenuta anche alitando nella bocca del bambino. Per essere ri-animati c’è sempre bisogno di ridare il respiro, il soffio vitale. Pensiamo al Risorto che appare nel Cenacolo la sera di Pasqua: «Soffiò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati”» (Gv 20,22-23). È sempre necessario, per vivere la missione, che la vita di Cristo diventi la nostra, che respiriamo l’amore di Cristo per noi, che respiriamo il dono del Risorto che ci rende vivi e capaci di amare, e perdonare, come Lui. Sant’Antonio abate, prima di morire, lascia ai suoi discepoli la più bella e essenziale definizione della preghiera cristiana: “Respirate sempre Cristo!” (S. Atanasio, Vita di Antonio, 91,3). È necessario respirare Cristo, la vita di Cristo, la gioia di Cristo per essere vivi e capaci di amare e consolare come Lui. 

La responsabilità come compassione e consolazione 

Chi fa questa esperienza, immediatamente vive la responsabilità come compassione e consolazione. È là dove Cristo ci fa passare dalla tristezza alla gioia che impariamo che la consolazione ci dà di vivere, è una risurrezione, e impariamo che la compassione che consola è ultimamente il metodo della responsabilità feconda. Ma non è più un metodo: è un’esperienza che si trasmette come una fiamma, è la persona che si comunica alla persona, come i genitori ai figli, è la tua anima che si comunica all’anima dell’altro. Ed è un comunicarsi che inizia dalla preghiera, una responsabilità che inizia e in fondo è già compiuta nello stare sulla breccia come Mosè a pregare per il popolo (cfr. Sal 105,23). Per noi la breccia è il Cuore trafitto di Cristo, fonte di vita e di amore nel medesimo effluvio. 

La compassione è un lasciarsi ferire dalla tristezza profonda dell’altro, dalla sua tristezza di mancare di Cristo, e anche di averlo rifiutato.

Recentemente, durante un incontro con una Fraternità, mi chiedevano: “Cosa è per te l’esperienza di tenerezza del Signore, dove ne fai esperienza?” 

Questa domanda che mi ha molto provocato ad essere più cosciente di come vivo. Dicevo loro che abbiamo spesso la tendenza di rispondere a questa domanda in modo sentimentale. 

Certo facciamo esperienza della tenerezza del Signore quando ci vogliamo bene, quando sperimentiamo l’attenzione, la cura di una persona, però più passa il tempo e più mi rendo conto che sperimento la tenerezza del Signore nel rapporto di tenerezza che Lui fa sorgere in me di fronte alle persone che incontro, magari per un attimo camminando per strada. Più che verso di me, la tenerezza di Cristo la riconosco quando cambia il mio sguardo sull’altra persona e vedo nell’altro un bisogno da consolare, una ferita: al di là delle maschere che ognuno porta, c’è un cuore di bambino al fondo di ogni uomo, peccatore, povero, misero. Ciò mi fa sentire la tenerezza di Cristo, perché Cristo mi fa guardare all’altro come Lui guarda me. La Madonna era cosciente più di tutti di questo sguardo del Signore su di lei: “Ha guardato l’umiltà della Sua serva” (Lc 1,48). Un’esperienza di compassione che è tendenzialmente universale. Comincio a capire un po’ i padri del deserto, i monaci dell’Oriente: dopo anni di preghiere e di ascesi, la vera maturità spirituale la riconoscevano in una compassione verso tutti, verso tutte le creature, fino a piangere per tutti. Questa è la tenerezza di Cristo! 

La vita pastorale del discepolo maturo e risorto nell’anima è sempre una missione di consolazione, un lavorare affinché la tristezza di ognuno risorga, affinché l’anima triste di ognuno possa risorgere. È la grande missione messianica descritta da Isaia e che Gesù si è applicato alla lettera quando all’età di trent’anni ha iniziato il suo apostolato (cfr. Lc 4,16ss): 

“Lo spirito del Signore Dio è su di me

perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; 

mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, 

a fasciare le piaghe dei cuori spezzati,

a proclamare la libertà degli schiavi,

la scarcerazione dei prigionieri,

a promulgare l’anno di misericordia del Signore, 

un giorno di vendetta per il nostro Dio,

per consolare tutti gli afflitti,

per allietare gli afflitti di Sion,

per dare loro una corona invece della cenere,

olio di letizia invece dell’abito da lutto,

canto di lode invece di un cuore mesto.” (Is 61,1-3) 

“Nessuno sia contristato nella casa di Dio” 

Questa insistenza sulla consolazione dei cuori afflitti affinché siano felici mi ricorda una preoccupazione costante di san Benedetto nella sua Regola: che chi ha responsabilità, come l’abate o l’economo, non contristi i fratelli, e si impegni piuttosto a che non cadano in un’eccessiva tristezza anche se sono puniti e in penitenza per le loro colpe. Per esempio, l’abate deve preoccuparsi che dei monaci saggi consolino segretamente il fratello che ha dovuto scomunicare, “affinché non si abbatta per un’eccessiva tristezza” (RB 27,3). 

L’economo invece, che ha la responsabilità economica del monastero, è invitato a non rattristare i fratelli con risposte sdegnose, anche quando deve rifiutare quello che gli chiedono (RB 31,6-7). E tutto il capitolo dedicato alla sua responsabilità comunitaria, dove fra l’altro è invitato ad essere sempre “sicut pater – come un padre per tutta la comunità” (31,2), culmina con le parole: “nessuno sia turbato e contristato nella casa di Dio” (31,19). 

La grande preoccupazione di san Benedetto è in fondo la consolazione della tristezza dell’anima, e soprattutto che non siamo noi ad esserne la causa, per noi stessi o per gli altri. 

L’importante è avere la coscienza, coltivata nel rapporto con Gesù, che ogni responsabilità è un servizio all’avvenimento pasquale, una comunicazione della presenza del Risorto che trasforma in gioia la tristezza mortale del mondo. 

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