Dentro la confusione del mondo

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Padre Mauro Lepori

Sono invitato a parlare in quanto monaco di ciò che la quarantena globale ci può insegnare. Viviamo un tempo di incertezza e confusione, e non solo da quando c’è la pandemia di Covid- 19. La scena del “gran teatro del mondo” che è la storia sembra sfuggita di mano al Regista e agli attori. Il gioco delle libertà, tutte impegnate ad ottenere il proprio interesse, è diventato un groviglio inestricabile. Cosa può esprimere ed eventualmente proporre un monaco in quanto monaco dentro questa situazione? 

In un libro dedicato al monastero di Optina, Vladimir Kotel’nikov scrive che “la figura dello starec [Makarij] come spina dorsale spirituale del mondo che a lui si rivolgeva, rigenerava la struttura cristocentrica del mondo stesso” (L’eremo di Optina e i Grandi della cultura russa, Milano 1996, p. 105). Dello starec Amvrosij, quello a cui si ispirò Dostoevskij per la figura dello starec Zosima de’ I fratelli Karamazov, scrive che “introduceva chi ricorreva a lui nel mondo cristocentrico ordinato e luminoso in cui si trovava lui stesso, in cui la persona ritrovava l’ordine, la libertà e la forza di opporsi al caos dell’esistenza e insieme alle debolezze della vita.” (ibidem, p. 147). 

Mi rendo conto che se la vocazione monastica deve avere un ruolo sulla scena della storia, questo ruolo dovrebbe essere appunto di aiutare tutti gli attori a trovare una via d’uscita dalla confusione. Uscire dalla confusione non significa uscire dalla scena del mondo, ma ritrovare il fattore di unità del processo della storia. 

Come ritrovarlo? Anzitutto ritrovando la coscienza che questo fattore di unità non lo creiamo noi. È un “fattore” nel senso letterale del termine, è un Soggetto “che fa”, che opera, e non un prodotto delle nostre mani o della nostra mente. Dio ha confuso le lingue dei costruttori della torre di Babele, non perché fosse geloso della loro opera, ma perché essi si illudevano di essere loro stessi i garanti della sua unità e armonia (cfr. Gen 11,1-9). 

Il vero fattore di unità per tutta la scena del gran teatro dell’universo è la libertà amante di Dio che crea e permette tutto con un senso, con un disegno. Per questo, non si esce dalla confusione della società, della cultura e della storia, o di un’esistenza personale, senza fermarsi ad ascoltare il Fattore e Regista dell’universo. Solo Lui può suggerirci ciò che ad ogni momento epocale ci permette di assumere un ruolo nella storia che aiuti noi e gli altri ad uscire dalla confusione. 

Dio non rinuncia alla nostra libertà 

In tutto questo però è essenziale ricordarci che Dio non rinuncia mai alla libertà, né alla Sua né alla nostra. Noi, quando pretendiamo che Dio agisca, vorremmo sempre che rinunciasse alla libertà, che rinunciasse alla misteriosa libertà del suo disegno sulla storia. Vorremmo che Dio rinunciasse soprattutto alla nostra libertà, a quella che ci ha lasciato fino al punto di permetterci di ribellarci a Lui, di tradirlo, di scegliere il male e la morte. Vorremmo soprattutto che Dio sopprimesse la libertà dei nostri nemici, di chi ci opprime, di chi abusa del potere, di chi non rispetta la libertà degli altri. Quando la confusione è estrema, e diventa pericolosa per tutti, noi vorremmo che la libertà di Dio intervenga annullando la nostra. Non per niente, è in questi periodi che i regimi o le ideologie totalitari hanno buon gioco. 

Ma Dio non rinuncia alla nostra libertà perché, se lo facesse, tutto il processo che si estende dalla creazione alla parusia perderebbe il suo senso, il suo fine, e quindi sfuggirebbe al disegno di Dio. Il senso di tutto è che la libertà del cuore dell’uomo ami eternamente Dio che lo ama fin dall’eternità.

Dovremmo leggere anche in senso escatologico il dialogo fra Cristo risorto e Simon Pietro sulla riva del lago di Tiberiade. Tutto il processo della storia può essere confuso e pieno di mancanze e fragilità come la vita e il cuore di Pietro, ma Dio non rinuncia a che il senso di tutto, persino del peccato e del tradimento, sia che l’uomo possa rispondere “Sì, ti amo!” al Suo amore infinito. 

Tutta la scena del capitolo 21 di san Giovanni, potrebbe essere letta come una parabola escatologica sul senso del cosmo e della storia. La pesca sterile di quella notte sembra descrivere lo sforzo umano teso ad una fecondità che l’uomo da solo non riesce a darsi. Il venire di Gesù sulla riva, alla fine della notte, è come la sua venuta alla fine dei tempi, quando Lui stesso darà senso e compimento a tutto il processo della storia. Giovanni, infatti, riconosce che “è il Signore” (Gv 21,7). Ma il vero compimento della storia non è la pesca abbondante, cioè il successo della storia, ma che l’uomo peccatore, l’uomo fragile e incapace di garantire la fedeltà e il coraggio che la vita richiede, dica a Dio “Ti amo!” con umile verità, riconoscendo che tutto è grazia. 

Vedette sul mare notturno 

Ecco, mi rendo conto sempre più che la vocazione monastica è suscitata dallo Spirito Santo, in tante forme, anche non consacrate, anche non cristiane, perché ci siano fra gli attori del gran teatro del mondo delle persone che non devono recitare un ruolo, ma si pongono in ascolto di Dio per ricevere la Parola capace di unificare tutto. Il ruolo principale del monaco è il silenzio che si ferma ad ascoltare il Signore del cosmo e della storia per trasmettere alla comunità umana ciò che Dio suggerisce dalla libertà del Suo amore divino alla libertà umana creata per amare ad immagine della Trinità creatrice. 

Il mondo ha bisogno di sentinelle della storia che guardino più lontano della situazione presente. Meglio: ha bisogno di vedette, cioè di marinai che si tengono nel punto più elevato di una nave, il cui ruolo non è solo di garantire lo statu quo, ma di permettere una buona navigazione, evitando gli scogli, proteggendosi dai pirati, scrutando le stelle per trovare la direzione, e annunciando l’approssimarsi del porto a cui la nave è diretta. Il porto di arrivo è il senso della navigazione. Ma ci vuole qualcuno che scruti l’orizzonte, che sappia orientarsi sulle stelle, che scorga il porto da lontano, e comunichi tutto questo all’equipaggio della nave. 

Sembra che san Benedetto amasse vegliare e pregare durante la notte stando alla finestra, in cima ad una torre del monastero. È da lì che ebbe una visione mistica molto significativa, poco prima di morire. Vide il mondo intero riunito in un solo raggio di sole, e in questa luce vide anche l’anima di un vescovo amico portata in cielo dagli angeli dentro una sfera di fuoco (cfr. Dialoghi, II,35). Mi piace pensare a questa preghiera in posizione di sentinella, alla finestra del monastero sul monte, mentre tutti dormono. Dovrebbe essere questo il ministero profetico della vita monastica. 

Forse un primo aspetto di novità creato dalla pandemia e dalla quarantena è che la gente ha sentito il bisogno di vere sentinelle, di persone che sappiano scrutare l’orizzonte anche quando l’orizzonte scompare nella nebbia e nella notte. Di per sé, dovremmo sempre sentire questa esigenza, ma prima della pandemia pochi si rendevano conto che la barca del mondo sta navigando senza orientamento. 

Non c’è nulla di più pericoloso che un progresso senza orientamento, cioè senza senso, che non sa dove va. Vivere un processo storico senza orientamento annulla il processo, lo rende sterile. Una nave che va alla deriva è sempre in pericolo ed è essa stessa un pericolo. Una nave che sa dove va può attraversare anche le tempeste. 

L’arresto di tutto durante la quarantena ha messo in evidenza l’incapacità del mondo politico, economico e culturale di discernere un orientamento. Il progresso era il solo senso che aveva la nostra società. Tolto il progresso è tolto il senso. 

Il dono di una coscienza di umanità 

Più rifletto sull’esperienza di questi mesi, e più mi rendo conto che il riferimento alla vita monastica che la quarantena ha suggerito a molti, non è solo sentimentale. Per un paio di mesi, pur senza dimenticare l’aspetto drammatico e a volte tragico della pandemia, potevamo sognare ad occhi aperti che la società stesse scoprendo che si può vivere meglio con sobrietà, nel silenzio, senza consumi inutili, senza continuare a viaggiare, nella sobrietà e serenità dei rapporti familiari e di vicinato, gustando il tempo per approfondire ciò che nutre l’anima e l’amicizia con le persone. L’istante presente prendeva spessore e bellezza. 

In fondo si è fatta l’esperienza di una Quaresima universale nel senso in cui la intende san Benedetto nella sua Regola: un tempo in cui i monaci tornano a coltivare e custodire ciò che dovrebbero vivere sempre, ma da cui normalmente, per fragilità e negligenza, ci si allontana per occuparsi di ciò che è vano e superficiale (cfr. RB 49,1-3). 

Pensiamo solo a quanti fedeli, cattolici e non, cristiani e non, hanno seguito quotidianamente, tramite i media televisivi o informatici, un gesto religioso: la Messa del Papa o di altri pastori, momenti di preghiera o di catechesi. La regolarità di gesti ascetici coltivata nei monasteri diventava esperienza quotidiana, nelle famiglie e per le persone sole. Oppure c’erano gruppi di persone che si collegavano per pregare insieme o per una condivisione sulla parola di Dio o altri testi capaci di richiamare ad una vita più intensa. Tramite gli stessi mezzi, molti sono andati alla ricerca della parola di persone sagge e autorevoli capaci di aiutarli a vivere con intensità la circostanza presente. 

Insomma, era come trovarsi in una grande comunità monastica in cui si coltivano i gesti e i momenti che edificano, che formano ad una relazione vera e responsabile con la vita e la realtà, con tutta la realtà, dal nostro cuore a tutti i cuori, dalla nostra umanità all’umanità intera e a tutto il creato. 

Questi gesti e queste buone abitudini, per molti sono già un ricordo, ma l’importante è che ci rendiamo conto che più che proporre forme ascetiche di vita, il monachesimo incarna un’antropologia teologica capace di rispondere alla crisi della storia, permettendo di attraversarla positivamente. È così che San Benedetto ha salvato e rimodellato in modo nuovo la società e cultura europee dalla confusione e corruzione in cui possono impantanarsi anche le più grandi e raffinate civiltà. 

La nostalgia non è un rapporto maturo con le cose belle e positive che sperimentiamo, perché non permette di continuarne l’esperienza nel presente in cui si vive. Ma se dall’esperienza fatta si ricava una coscienza più vera e profonda dalla propria umanità, della intensità umana con cui si può vivere, allora si capisce che l’esperienza che abbiamo fatto, possiamo tenerla viva, anche ricorrendo alle forme e ai gesti che ci hanno aiutato ad allargare la coscienza di noi stessi. Il problema non è formale, non è di avere una regola di vita, di essere fedeli a gesti e momenti, ma di amare la verità di noi stessi e delle persone con cui viviamo. 

Perché, in fondo, il vero problema della storia, non è il progresso della storia, ma dell’umanità, dell’intensità con cui l’essere umano vive la sua umanità, la sua vocazione umana, che è una vocazione divina, perché l’uomo è creato e voluto da Dio a sua immagine e somiglianza. La storia finirà, e tante epoche storiche sono già concluse, ma l’uomo ha un destino eterno, ed è di questo che siamo responsabili. 

Ciò che Benedetto ha seminato nella storia non sono tanto i monasteri, le biblioteche, le chiese, i campi ben coltivati e gli artigianati ben realizzati. Neppure i Cistercensi hanno seminato solo questo nell’Europa nuova che germinava nel 12° secolo. Ciò che Benedetto ha seminato è una novità antica e sempre nuova nel vivere la propria umanità, uno sguardo sull’uomo, una coscienza di sé e dell’altro illuminati dall’avvenimento cristiano che ha riportato nel mondo lo sguardo originale di Dio quando creava l’essere umano a sua immagine. Aiutarsi e aiutare a vivere questa coscienza di umanità è il grande dono di santi come Benedetto, come dei grandi Papi che sono stati donati alla Chiesa da almeno un secolo. 

Una spina nella carne del mondo 

San Gregorio Magno racconta che san Benedetto si è ritirato a Subiaco, abbandonando gli studi a Roma, in un tempo in cui la civiltà romana stava ormai crollando. Si potrebbe pensare che fuggì per salvare se stesso. In realtà, le conseguenze per secoli della sua scelta hanno dimostrano che questo giovane era cosciente che la crisi della sua epoca gli domandava di andare anzitutto al fondo della crisi del suo cuore. Ha intuito cioè che la globalità del problema del mondo e della storia aveva bisogno che lui affrontasse in profondità il problema del suo cuore, della sua libertà, della sua vita. Avesse continuato gli studi, sarebbe forse diventato un brillante oratore, magari un senatore, ma ultimamente uno dei tanti che alla crisi della storia reagiscono solo con parole, teorie e opinioni, come fanno quasi tutti oggi. Invece si è ritirato per affrontare la crisi del mondo andando alla sua radice: il problema del cuore umano pieno di desiderio inquieto e di incapacità a realizzarlo. 

Perché, fondamentalmente, il problema del cosmo e il problema del nostro cuore sono identici: un desiderio, un bisogno cosciente o incosciente di pienezza, di bene, di vita, di realizzazione, di felicità, e una radicale impotenza a realizzarlo.

Quando Gesù ha detto: “Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?” (Lc 9,25), ha posto la domanda cruciale senza rispondere alla quale diventa vano e inconsistente occuparsi della storia, del “mondo intero”. Perché il problema è che il senso del mondo intero non è il mondo intero, ma ciò che dà senso al cuore dell’uomo. Ponendo nel cosmo il cuore dell’uomo, Dio ha messo come una spina nella carne del mondo: il cosmo ha in sé un punto, piccolo e fragile quanto sia, che ne assicura la coscienza globale. L’ultima stella dell’ultima galassia dell’universo in espansione ha nel cuore umano il suo punto di coscienza, senza il quale essa non avrebbe senso, come se non esistesse. 

San Benedetto ha avuto poche “esperienze mistiche”, ma quella che ha avuto sembra proprio descrivere questo mistero. Come dicevo, ha visto tutto il mondo raccolto in un solo raggio di sole. San Gregorio spiega così questa visione: “Per l’anima che vede il Creatore, tutta la creazione è piccola. (…) Lo sguardo dello spirito (…) vede le cose in Dio e diventa immenso, più grande che il mondo” (Dialoghi, II, 35). 

Questa visione descrive a che coscienza del cosmo può giungere chi apre il suo cuore alla grazia, chi si pone il problema del cosmo e della storia a partire dal problema del proprio cuore, chi si pone il problema del mondo e della storia senza “saltare” il problema fondamentale della nostra libertà. 

Il coronavirus e l’economia hanno le loro leggi, i loro processi, che spesso sembrano impazzire, ribellarsi all’uomo, ma nessuna legge fisica, biologica o economica è più grande della libertà di un solo cuore umano. Il virus nuoce senza coscienza; il cuore può anche subire le peggiori conseguenze di un virus con coscienza e dando senso a quello che subisce. Il cuore dell’uomo è capace di subire, di perdere tutto, anche la vita, con una libertà che domina tutto, che salva il cuore dalla rovina. E in questo modo, salva il mondo e la storia, realizzandone il senso, perché il senso del cosmo e della storia è la libertà umana capace di amare donando la vita. 

Ma detto così, non si capisce cosa significhi e come si realizzi questa libertà. È come se dovessimo scendere più in profondità nel mistero della capacità che Dio offre al cuore umano di realizzare la propria libertà dando senso al cosmo e alla storia. 

L’opera di Dio nell’opera umana 

Più passano gli anni, e più mi rendo conto che il nocciolo dell’esperienza monastica e del carisma di san Benedetto non è tanto definito dalla formula “ora et labora” ma dalla coscienza e dalla pratica dell’“opus Dei”, dell’“opera di Dio”, da parte dell’uomo.

San Benedetto definisce con l’espressione “opus Dei – opera di Dio” la liturgia monastica, l’Ufficio divino che costituisce la struttura della vita del monastero. Non si tratta solo di “fare” delle preghiere o delle liturgie. Si tratta veramente di lasciare che l’opera di Dio avvenga nella vita e nell’opera dell’uomo, di consentire a che la vita e il tempo diventino luogo in cui Dio opera, in cui si realizza l’opera divina. San Benedetto ha lasciato il mondo perché il suo cuore potesse consacrarsi a lasciar operare Dio nel mondo. Non in senso miracolistico, o addirittura magico, ma proprio attraverso l’uomo, attraverso l’opera dell’uomo. La posizione cristiana di fronte al dramma del mondo e dentro il processo della storia non è né di abbandonare il mondo alla sua opera, né di pretendere che Dio operi magicamente nel mondo scavalcando l’uomo e la sua libertà. La posizione cristiana è di incarnare nel mondo l’opera di Dio, di offrire a Dio un’umanità che liberamente si faccia strumento dell’opera di Dio nel mondo e nella storia. 

Poche settimana fa, in un Webinar che mi collegava con persone impegnate a ricreare opportunità lavorative nella realtà estremamente critica dell’America Latina, in particolare del Venezuela, ho parlato della visione benedettina del lavoro. Ho sottolineato, fra l’altro, una frase della Regola che per me è come una goccia di rugiada che riflette tutto quello che ho appena detto sul rapporto fra l’opera di Dio e l’opera dell’uomo. Nel capitolo 50, san Benedetto spiega come devono pregare l’Ufficio i fratelli che lavorano lontano dal monastero. Chiede che alla stessa ora in cui la comunità prega in chiesa, loro “facciano l’Opera di Dio nello stesso luogo dove operano – agant ibidem Opus Dei ubi operantur” (RB 50,3). 

Per me questa frase è una definizione stupenda della possibilità che ci è data di consacrare il lavoro umano. L’atteggiamento e il gesto di preghiera permette di inserire l’opera di Dio nell’opera umana, affinché l’opera umana esprima l’opera di Dio. Si realizza come una coincidenza fisica fra le due opere, una vera e propria sinergia divino-umana. E questo fa che tutto diventi una sola opera di Dio. Dietro questa espressione c’è la fede nel mistero dell’Incarnazione: in Cristo e per Cristo, e nel mistero del suo Corpo che è la Chiesa, l’umano e il divino vengono a coincidere, a realizzarsi nello stesso tempo e nello stesso luogo. E questo trasforma la realtà umana, la cultura umana, in realtà divina, senza cessare di essere umana. 

È questo che risponde veramente alla crisi della storia. Perché la coscienza del cosmo che è il cuore umano, grida che l’uomo non riesce a salvarsi da sé o a salvare il mondo. Ma nello stesso tempo si sente responsabile di questa salvezza, sa che la salvezza del mondo dipende da lui. Solo vivendo la propria opera con la coscienza che è dell’opera di Dio che abbiamo bisogno, tutto quello che l’uomo fa diventa avvenimento che trasforma il mondo. Anche il più piccolo gesto, anche l’opera più nascosta, come la preghiera nella cella di un eremita, o il più umile servizio nell’ambito famigliare, diventa avvenimento che introduce un seme di novità umanamente impossibile nel processo storico, perché è una novità divina, eterna. 

Che l’opera di Dio possa avvenire attraverso l’opera dell’uomo, come dicevo, è qualcosa che ha le dimensioni e il valore dell’Incarnazione. Dimensioni e valore paradossali, che fanno coincidere senza confusione il divino e l’umano, l’infinito e il finito, il guadagno e la perdita, la gloria e la croce, la sapienza e la stoltezza, la vittoria e la sconfitta, l’onnipotenza e la debolezza… L’eterno e il tempo coincidono nell’istante presente in cui l’uomo vive. 

L’attimo presente: festinatio cum gravitate 

Uno degli aspetti più impressionanti della quarantena globale è stato vedere come il fermarsi di tutto ci ha rimessi di fronte alla sfida del presente, dell’attimo presente. Abbiamo scoperto che eravamo capaci di fare molto, ma incapaci di… non fare nulla, di fermarci, di vivere il confronto con il presente, e quindi con la realtà, perché la realtà è solo presente. I nostri progetti e piani ci proiettano sempre verso un tempo che deve venire. Ma la realtà è solo presente. 

Per molti questa esperienza è stata un incubo. Per molti altri è stata l’occasione per scoprire che nell’istante presente abita l’eterno, una pienezza che mette il cuore in relazione con l’infinito. Molti hanno scoperto, o riscoperto, anche nei monasteri di clausura, che l’istante presente è l’istante di Dio con noi, della presenza di Dio a cui siamo invitati, come ad un appuntamento amoroso. Abbiamo scoperto che spesso non abbiamo tempo per Dio perché non ci fermiamo davanti a Lui. Abbiamo scoperto che Dio non ci chiede tempo, ma l’istante che viviamo. Non ci fermiamo perché imponiamo alla realtà un ritmo che non è reale, che non corrisponde alla realtà così com’è data. Fuggiamo il reale presente per correre verso appuntamenti non fissati che da noi stessi, o dalla cultura che ci domina, in uno spazio non reale, sognato o comunque progettato. 

San Benedetto educa alla presenza nel presente con gesti di preghiera regolari che scandiscono la giornata. Il tempo che costruiamo e progettiamo, san Benedetto lo “rompe” regolarmente, durante la notte, ma soprattutto di giorno, quando siamo attivi e coscienti. Ma non è il tempo che viene spezzato, bensì il nostro progetto su di esso, la nostra pretesa di tenerlo nelle nostre mani e di controllarlo, di farne quello che vogliamo. L’opera di Dio entra così nell’opera o nelle opere dell’uomo come attraverso una ferita, una frattura della nostra opera, uno “spezzare” l’opera che permette alle mani di Dio di farne un’opera sua, l’opera in cui si dona la Sua Presenza eucaristica. 

San Benedetto, nel capitolo 43 della Regola, chiede che “all’ora dell’Ufficio divino, appena si sente il segnale, abbandonato tutto ciò che si ha nelle mani, si accorra con massima celerità [summa cum festinatione curratur], ma tuttavia con gravità [cum gravitate tamen], per non fomentare la superficialità [ut non scurrilitas inveniat fomitem]. Nulla infatti deve essere preferito all’opera di Dio.” (RB 43,1-3) 

Festinare cum gravitate, affrettarsi con gravità. Mi rendo conto, guardando a come viviamo quasi tutti, a come va il mondo e anche la Chiesa, che è forse proprio questa posizione umana che abbiamo più bisogno di recuperare oggi. È un modo di vivere, di concepire noi stessi, il tempo, le cose e le relazioni, il dovere e il piacere, insomma tutto il nostro rapporto con la realtà, che ci renderebbe umanamente intensi. È un dinamismo teso che però aderisce all’istante presente, senza sorvolarlo. San Benedetto sembra parlarne en passant, e a proposito di un aspetto parziale della vita del monaco, ma se si legge attentamente la Regola, si capisce che in questa frase ha sintetizzato tutta la verità umana e cristiana a cui il monachesimo ci vuole educare in tutti gli ambiti della vita.

Gravidi del Verbo 

È utile ed illuminante mettere questo passo della Regola in relazione con l’episodio della visita di Maria a sua cugina Elisabetta. Anche in Luca 1,39, immediatamente dopo il racconto dell’Annunciazione, la Vulgata utilizza l’espressione “cum festinatione” per descrivere l’affrettarsi di Maria verso la regione montagnosa di Giudea dove vuole incontrare e servire la parente anziana al sesto mese di gravidanza. Il Vangelo non parla di “gravitas” a proposito del muoversi di Maria, ma non è difficile immaginare con che gravità Maria, cosciente di portare in sé il Figlio di Dio, abbia vissuto ogni passo del suo cammino, ogni respiro, ogni sguardo; con che coscienza abbia vissuto l’istante, il rapporto con tutta la realtà che attraversava. In italiano la donna incinta si dice “gravida”, in “gravidanza”. Veramente, in Maria la “gravitas”, il “peso” e l’importanza della presenza del Verbo incarnato, doveva riempire ogni istante di intensità, di pienezza, di sacralità, di gloria. Immaginiamo con che gravità la Vergine, nell’affrettarsi su per quei sentieri di montagna, aderiva ad ogni passo, ad ogni respiro, ad ogni battito del suo cuore con la coscienza del Mistero che era in lei, rendendo tutto importante, tutto gravido di Cristo. La donna incinta è in attesa, si affretta al parto, desidera il giorno in cui vedrà il bambino faccia a faccia, ma nello stesso tempo vive ogni istante “gravida” della coscienza della presenza del bambino in lei. Ogni passo, ogni gesto dei nove mesi di attesa è vissuto con la gravità della presenza sempre più cosciente e percepibile, anche fisicamente, del bambino. Figuriamoci poi se il bambino è il Figlio di Dio! 

Nel primo ritiro di alcuni giorni che ho fatto nella mia abbazia di Hauterive, da studente universitario, la cosa che più mi ha colpito nei monaci, e anche in me stesso vivendo con loro, era la gravità dei passi, era il camminare percependo ogni passo, nel silenzio. Lo espressi in una brevissima poesia: “Anche alle rondini basta lo spazio infinito del chiostro. Sei soltanto respiro e rumore di passi”. 

Per questo trovo molto educativo della verità umana il camminare in montagna. Si sale verso una vetta, ma si percepisce ogni passo; ogni passo è gravido di fatica tesa alla meta, e ogni istante è sensibile sia al respiro e al battito del cuore che alla bellezza che ci circonda, anticipo della meta in cui si contemplerà ogni cosa dall’alto. È un simbolo della vita che è tesa ad un Destino ultimo, ma un Destino che si è fatto presente nell’istante, nella carne di ogni istante presente. 

La vita è una corsa, passa in fretta e chiede molto, ma chiede soprattutto gravità, perché la fretta fugge l’istante presente, e rischia di trasformare in opera nostra anche l’opera di Dio, in incontro con noi stessi anche l’incontro con Dio. La gravità educa a entrare nel presente già durante il cammino. Il segnale dell’opera di Dio è un richiamo ad aderire a Lui qui ed ora. Solo così anche l’istante liturgico in chiesa sarà un istante di coincidenza reale fra l’eterno e il presente. 

Servi utili dell’umanità 

Durante questi mesi di quarantena globale capivo, senza ancora riuscire a formularlo, che è proprio di questa “festinatio cum gravitate” che il mondo intero avrebbe bisogno, ed è questo che la Chiesa, e in particolare la vita monastica, deve offrire. Perché si tratta di una posizione più umana per tutti. Non è una soluzione ai mille problemi, ma una via per affrontarli, per passare attraverso di essi crescendo umanamente, crescendo in verità umana. 

Si tratta di una posizione umana, di una coscienza di sé tesa al Destino, che rende realmente responsabili, operativamente attenti a ciò che ogni istante chiede e dona. Senza di questo non si è veramente attenti al bisogno che incontriamo, al povero che incrociamo, o alla responsabilità universale di ognuno dei nostri piccoli gesti, di come trattiamo ogni cosa che è messa nelle nostre mani, come ben ci richiama la Laudato si’

Non si tratta di imporre la fede, ma di proporre l’intensità umana che essa produce in chi ne fa esperienza. Si tratta di vivere ogni cosa gravidi della coscienza che Dio è presente, che il Verbo si è fatto carne e abita la nostra umanità nella capillarità di ogni istante, incontro e circostanza. È questa l’opera di Dio che penetra l’opera dell’uomo. Allora è questa stessa esperienza che annuncia Cristo, che lo testimonia, che ne rende evidente la bellezza e verità per ogni uomo e ogni frangente della storia. È cioè il camminare stesso, il vivere così, la “festinatio cum gravitate”, l’essere tesi a Cristo gustando la densità della sua presenza qui ed ora, che rende testimonianza all’opera di Dio, cioè a Cristo che salva il mondo. 

Vivere con questa coscienza, che si sia umile contadino o presidente di una nazione, rende la vita utile all’umanità. Perché non è più il potere lo scopo della propria opera, ma il servizio che essa incarna attraverso tutto. Chi serve l’opera di Dio ne permette l’avvenimento, e nulla serve l’umanità meglio dell’opera di Dio che salva il mondo. Non anzitutto per quello che si fa, ma per quello che si è. Per san Benedetto, l’essere della persona si realizza nell’opera di Dio. Tutto infatti è opera di Dio. Chi opera nella docilità all’opera di Dio, opera con il suo essere, come Dio stesso opera tutto con l’amore che Egli è. 

La Vergine Maria, nella casa di Elisabetta, ha certamente lavorato, reso servizio in modo concreto, fatto cose utili e necessarie, ma il Vangelo sottolinea soprattutto l’intensità della sua presenza, del suo stare con gli altri sollecita a tutto, ma sempre memore della presenza del Verbo incarnato. Come alle nozze di Cana; come ai piedi della Croce. 

San Benedetto ci dice che quando manca la gravitas, anche il correre a pregare diventa scurrilitas, vana superficialità (RB 43,2). Quante persone nel mondo, e nella Chiesa, possono fare cose importanti, avere grandi responsabilità, essere a capo di “superpotenze”, essere estremamente attive ed efficaci, eppure tradiscono una terribile superficialità, una terribile inconsistenza umana. 

La grande urgenza, oggi come sempre, è quella di offrire al mondo una posizione umana, un muoversi e un fermarsi, un correre con gravità, che siano testimonianza viva che il Verbo si è fatto carne e abita in mezzo a noi per dare senso e compimento ad ogni istante della nostra vita come a tutto il cosmo e a tutta la storia. 

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