don Michele Lugli – Conclusione dell’incontro “Il conflitto arabo – israeliano dalle origine ad oggi”
È possibile la convivenza pacifica tra questi due popoli se ognuno dei due non accetta la presenza dell’altro? È superabile il clima di odio e vendetta che li separa? Qual’è il nostro contributo per costruire la pace?
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Abbiamo guardato con grande commozione i religiosi cattolici e ortodossi rimanere a Gaza, nonostante l’ordine di evacuazione dell’esercito israeliano, per prendersi cura di chi soffre rischiando di morire. A luglio la parrocchia cattolica era già stata colpita dall’esercito israeliano e c’erano stati tre morti.
Cosa significa questa presenza microscopica in mezzo ai 2 milioni di musulmani della Striscia di Gaza e dentro un teatro di guerra che contrappone Israeliani e Palestinesi?
Forse aiutare tutti a riconoscere i propri errori e riconoscere che solo il perdono è la via per ricostruire la pace?
Giovanni Paolo II diceva che “non c’è pace senza giustizia, ma non c’è giustizia senza perdono”.
Ma il perdono è un’esperienza possibile per israeliani e palestinesi?
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Nel volantino di invito a questo incontro, realizzato dal nostro Alessio, appaiono due giovani che si fronteggiano; rappresentano il popolo palestinese e il popolo israeliano.
Guardateli bene! Questi due giovani hanno gli occhi chiusi. Non vedono l’altro, ma vedono solo l’immagine che dell’altro hanno in testa. L’altro è il nemico!
In realtà i due volti sono quasi uguali. I nemici si sentono diversi, ma sono simili. Vedono solo i crimini dell’altro, non vedono i propri crimini. Vedono solo il proprio dolore, non vedono il dolore dell’altro.
I due giovani si distinguono per i colori della bandiera che hanno sul volto. La bandiera rappresenta l’identità, la cultura, la storia, la fede. Ma se questa identità diventa un’ideologia sporca il volto.
Come si possono riconciliare questi due giovani che non vogliono guardarsi?
Occorra un terzo uomo che porti una luce nuova.
Occorre una presenza umana – come i nostri confratelli della parrocchia di Gaza – in cui si possa vedere un’esperienza di fraternità nella diversità, che abbia fatto esperienza del perdono come vera giustizia, che abbia scoperto nell’altro un bene per se.
Occorre un terzo uomo che li aiuti a scoprire che Dio è Padre e noi siamo tutti fratelli. Questo terzo uomo si chiama Gesù.
Ma questo Gesù non è un uomo del passato. La sua presenza si prolunga nella storia attraverso la comunità dei cristiani che senza pretese porta un riflesso della sua luce e della sua presenza – “portiamo un tesoro in vasi di creta” direbbe San Paolo.
Questo è il nostro contributo per la pace. Non basta la politica per creare la pace, occorre il perdono, ma il perdono non è un’esperienza di questo mondo.
Il nostro contributo per costruire la pace è portare nel mondo la nostra fede, la nostra storia, il nostro popolo, i luoghi in cui si fa esperienza di questo Dio che è Padre e che ci rende fratelli, capaci di abbracciarci nella differenza, capaci di perdonarci non perché siamo migliori degli altri, ma per una grazia ricevuta.
Questo significa essere originali e non fotocopie – fotocopie della destra o della sinistra; pappagalli che ripetono gli slogan del mondo – saremo originali se portiamo nel mondo la nostra origine.
A noi non interessa che vinca l’uno contro l’altro. A noi interessa la pace. Noi non siamo contro, ma vogliamo proporre un punto di luce.
Per questo vorrei terminare questo incontro recitando insieme la preghiera che Gesù ci ha insegnato.
Il Papa durante il mese di ottobre ci ha richiesto di recitare il Rosario per la pace – sembrava una richiesta per vecchie bigotte – invece la preghiera è un gesto che ha un valore e una potenza politica perché riconoscere Dio come Padre ci aiuta, lentamente, se lo chiediamo, a riconoscerci fratelli, anche se siamo diversi.
Pregare non significa fuggire in cielo, ma aprire uno spazio nella terra in cui Gesù – il principe della pace – possa entrare per trasformare i nostri cuori di pietra in cuore di carne.
Questo vale in ogni scenario di guerra da Gaza fino a casa nostra.