Davide Rondoni – Don Fabio Rosini
In cerca di una benedizione
Davide Rondoni – La ferita, la letizia, p. 57-58
Noi siamo in un’epoca senza benedizione. Lo diceva Pasolini, nel 1973, che indubbiamente un “bambino che nasce oggi si sente meno benedetto”. Cioè senza la consapevolezza di essere creatura, voluta, che va bene a prescindere. Questa benedizione alle spalle sospinge nella vita con coraggio e senza l’ansia – oggi violentissima – di sbagliare, di non andare abbastanza bene, di non essere abbastanza belli, di non avere abbastanza successo. E dunque, ecco l’ansia di trovare necessariamente, avidamente, a ogni passo una conferma del fatto che si vada bene: una riuscita prestazione, uno specchio (materiale o umano) che dica che si è belli, un rapporto che serva a “farci stare bene” come se gli altri fossero un farmaco.
Tale “benedizione alle spalle” nei giorni di una vita intera viene, per così dire, compiuta, richiamata, rivissuta nella misericordia reciproca. Non nelle conferme richieste al mondo e alla esistenza. A volte queste arrivano, a volte no. A volte si è scandalo, o semplicemente peso a se stessi. E senza tale benedizione sentita alle spalle come un vento, come un abbraccio che la esperienza della misericordia rende stabile e duraturo nella vita, è chiaro, come oggi si vede bene, che si è dominati dall’ansia. Viviamo spesso tirati, nervosi. Come palline buttate nel flipper, che sbattono un po’ qua e un po’ là, forse si accende qualche lucina e poi via, in buca. Specie i più giovani sono dominati da un senso simile dell’esistenza, privi di una benedizione a priori. Cioè del sentimento d’esser creature. Una precarietà del bene confermata poi da rapporti alle spalle che si infrangono, da abbracci che si smarriscono.
Ma si è creature o palline da flipper. E la coscienza di esser creature benedette non si rigenera con la prestazione positiva o il continuo make-up in cui sono impegnati molti adulti che poi si stupiscono delle ansie dei giovani, ma si può riscoprire in una esperienza di amicizia e di fraternità misericordiosa. Ovvero una fraternità interessata a scoprire il volto del Destino, a volte come ciechi che incerti rintracciano i lineamenti del viso amato, l’Altissimo, il Buono.
Essere nel Padre è la vita nuova
Rosini – San Giuseppe p. 136-137
Nei discorsi dell’ultima cena del Vangelo di Giovanni, Gesù dice: «Non vi lascerò orfani». Questo è molto interessante, perché sta parlando a Simone di Giovanni e suo fratello Andrea, ai figli di Zebedeo, a Bartolomeo – nome composito, Bar-Tolomeo, e vuol dire “figlio di Tolomeo” – e a Giacomo, figlio di Alfeo… Questi signori ce l’hanno tutti il padre, uno lo abbiamo pure incrociato, Zebedeo, nel momento della chiamata dei suoi figli. Insomma, questi non sono orfani. Di cosa parla, allora?
Al di là del fatto di avere o meno un padre biologico, c’è una cosa che Papa Francesco ha chiamato stato di orfananza. Esistenzialmente è l’angoscia che il peccato ci ha lasciato per la rottura con il Padre, quella condizione di incompiutezza e di mancanza di riferimento, per cui in fondo dobbiamo provvedere a noi stessi; e dove finiamo noi, non c’è nessuno di cui fidarsi.
Andiamo a chiedere la vita agli idoli, alle cose, ai progetti, all’immagine, condannati, così, ad “essere” negli (idoli,) che sono padri posticci che costruiamo noi, e di cui diventiamo schiavi, servi, non figli, perché così è la relazione con le cose da cui dipendiamo. In questo discorso ci sono le idolatrie affettive, i ruoli e le aspettative umane di cui ci si fa schiavi per scacciare via l’incertezza del cuore dell’uomo. Solo la relazione con il Padre celeste la risolve.
Cosa vuol dire – nelle varie cose che succedono – essere, vivere nel Padre? Sentirsi una delle cose Sue? Noi ragioniamo da orfani, e Cristo inaugura con questa sua prima frase una vita diversa, una vita da figli e non più da gente che si deve meritare di esistere che si deve centrare e angosciare per le proprie attività, le proprie risorse e le proprie forze. Così tocca vivere di rassicurazioni. Entrare nella figliolanza divina, che è ciò che ci redime e ci fa liberi, è ciò che guarisce la nostra affettività, la nostra intelligenza, le nostre opere.
L’affettività redenta è la relazione col Padre, a fronte della nostra orfananza, quella per cui andiamo attaccando la spina dove sia possibile, per non essere poveri, afflitti, affamati difendendoci proprio dalle cose che in realtà sono occasioni per fare esperienza della paternità di Dio, della sua provvidenza.