L’instancabile resurrezione del cuore

Alessandro Banfi

La logica bellica mette a nudo in modo definitivo il nostro potenziale di malvagità? Dalle opere di grandi autori della letteratura affiora la speranza che il bene per l’uomo si riafferma anche nelle più cupe circostanze, come in quella attuale della guerra in Ucraina. Tornando a Vasilij Grossman, Svetlana Aleksievič, Primo Levi, Etty Hillesum, Simone Weil.

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Il famoso giornalista e inviato Domenico Quirico sul quotidiano La Stampa ha recentemente scritto, a proposito del partigiano ucraino che ha ucciso il soldato russo e poi ha mostrato il cadavere alla madre a Mosca chiamandola apposta col telefonino della vittima: «La guerra mette a nudo il potenziale di malvagità che si annida appena sotto la superficie in ciascuno di noi».

Giudizio di fondo vero per tutti: il conflitto è per sua natura un’esplosione di male, un sabba di violenza che contagia ogni cosa e che avvelena ogni pensiero. E tuttavia c’è qualcosa che riaffiora in queste drammatiche e dolorose settimane e che sfugge alla logica bellica: una riaffermazione del bene per l’uomo anche nelle più cupe circostanze, come sono quelle attuali. E proprio dalla letteratura ucraina e russa arrivano esempi luminosi. Ne ha scritto Arianna Farinelli su La Repubblica analizzando l’opera di due grandissimi scrittori di origine ucraina: Vasilij Grossman e Svetlana Aleksievič.

Farinelli ha notato che nei loro libri «più l’orrore è grande e più il bene trova il modo di resistere e stupire». Una lezione che attraversa il racconto drammatico dei gulag sovietici, dell’occupazione nazista e della Seconda Guerra Mondiale. Pagine che diventano di drammatica, stringente attualità non solo per le coincidenze geografiche ma per la stessa temperie esistenziale.

La bontà illogica

Nel grande affresco di Vita e destino Grossman racconta un episodio avvenuto in un villaggio russo: alcuni soldati tedeschi di «un distaccamento addetto alle azioni punitive» irrompono nella casa di due anziani contadini. Portano via il marito e si fanno servire dalla vecchia moglie. 

«La vecchia per tutta la notte non riuscì a chiudere occhio», racconta lo scrittore. La mattina seguente uno dei soldati si ferisce col fucile sparandosi nella pancia. La donna lo accudisce. «La vecchia si accorse che sarebbe stato facile strangolare quell’uomo che ora chiudeva gli occhi, piangeva, muoveva a vuoto le labbra». E invece lo aiuta, gli dà da bere e risponde a quell’appello quando lui implora: «Madre, dell’acqua…». 

Commenta Grossman: 

«Dunque oltre al male grande e minaccioso esiste la bontà di tutti i giorni. La bontà della vecchia che porta un pezzo di pane a un prigioniero, la bontà del soldato che fa bere dalla sua borraccia un nemico ferito, la bontà della gioventù che ha pietà della vecchiaia, la bontà del contadino che nasconde un vecchio ebreo nel fienile. La bontà delle guardie che, a rischio della propria libertà, fanno avere a mogli e madri – non ai loro sodali, questo no –  le lettere dei prigionieri. È la bontà dell’uomo per l’altro uomo, una bontà senza testimoni, piccola, senza grandi teorie. La bontà illogica, potremmo chiamarla. La bontà degli uomini al di là del bene religioso e sociale».

Fra i tanti bellissimi e tragici racconti delle donne russe nella Seconda guerra mondiale scritti da Svetlana Aleksievic nel suo La guerra non ha un volto di donna, c’è la bontà “illogica” e “piccola” vissuta da Natal’ja Ivanovna Sergeeva, soldato semplice e aiuto infermiera. Ricorda: 

“Non si conosce mai davvero il proprio cuore. Si era in pieno inverno e vicino a dove era attestata la nostra unità sfilava una colonna di soldati tedeschi prigionieri. Marciavano intirizziti, le teste avvolte in lacere coperte, stringendosi in pastrani troppo leggeri. Faceva un freddo tremendo da far cadere gli uccelli in volo. Nella colonna c’era un soldato molto giovane, quasi un bambino… Le lacrime gli si erano congelate sul viso… Io stavo spingendo una carriola carica di pane verso la mensa. Il ragazzo non riusciva più a staccare gli occhi da quella carriola. Non vedeva me, non vedeva nient’altro. Solo il pane… il pane. Prendo una pagnotta, la spezzo in due e gliene do una parte. La prende e non ci crede… Non ci crede. Non ci crede! Ero felice… felice di non potere odiare. E all’epoca ne ero io stessa meravigliata…“.

Ulisse nell’inferno

Nel fondo dell’inferno c’è sempre un bene che resiste e stupisce. Il capitolo centrale del capolavoro di Primo Levi Se questo è un uomo, diario di detenzione nel campo di Auschwitz, si intitola Il canto di Ulisse. Racconta una mattina completamente diversa e inaspettata nel lager nazista feroce e spietato. Una mattina dedicata alla poesia, e in particolare al XXVI canto dell’Inferno di Dante Alighieri. Non è una lettura, è una recita a memoria che Primo declama al giovane Jean Samuel, “pikolo” al servizio dei kapò e delle Ss, che gli chiede di insegnargli l’italiano, mentre fanno un giro largo per portare la zuppa. 

Racconta Levi: 

“Rallentammo il passo. Pikolo era esperto, aveva scelto accortamente la via in modo che avremmo fatto un lungo giro, camminando almeno un’ora, senza destare sospetti. Parlavamo delle nostre case, di Strasburgo e di Torino, delle nostre letture, dei nostri studi. Delle nostre madri: come si somigliano tutte le madri! Anche sua madre lo rimproverava di non saper mai quanto denaro aveva in tasca; anche sua madre si sarebbe stupita se avesse potuto sapere che se l’era cavata, che giorno per giorno se la cavava…”. 

Levi decide di provare a recitare il canto dantesco di Ulisse a memoria. Versi che definiscono l’uomo, la sua umanità.

“Ecco, attento Pikolo, apri gli orecchi e la mente, ho bisogno che tu capisca: 

«Considerate la vostra semenza: 

Fatti non foste a viver come bruti, 

Ma per seguir virtute e canoscenza

Come se anch’io lo sentissi per la prima volta: come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento, ho dimenticato chi sono e dove sono. Pikolo mi prega di ripetere. Come è buono Pikolo, si è accorto che mi sta facendo del bene. O forse è qualcosa di piú: forse, nonostante la traduzione scialba e il commento pedestre e frettoloso, ha ricevuto il messaggio, ha sentito che lo riguarda, che riguarda tutti gli uomini in travaglio, e noi in specie; e che riguarda noi due, che osiamo ragionare di queste cose con le stanghe della zuppa sulle spalle.

«Li miei compagni fec’io sí acuti…»

e mi sforzo, ma invano, di spiegare quante cose vuol dire questo «acuti». Qui ancora una lacuna, questa volta irreparabile. 

«Lo lume era di sotto della luna»

o qualcosa di simile; ma prima?… Nessuna idea, «keine Ahnung» come si dice qui. Che Pikolo mi scusi, ho dimenticato almeno quattro terzine.

«Quando mi apparve una montagna, bruna 

Per la distanza, e parvemi alta tanto 

Che mai veduta non ne avevo alcuna.»

Sí, sí, «alta tanto», non «molto alta», proposizione consecutiva. E le montagne, quando si vedono di lontano… le montagne… oh Pikolo, Pikolo, di’ qualcosa, parla, non lasciarmi pensare alle mie montagne, che comparivano nel bruno della sera quando tornavo in treno da Milano a Torino! Basta, bisogna proseguire, queste sono cose che si pensano ma non si dicono. Pikolo attende e mi guarda. Darei la zuppa di oggi per saper saldare «non ne avevo alcuna» col finale. Mi sforzo di ricostruire per mezzo delle rime, chiudo gli occhi, mi mordo le dita: ma non serve, il resto è silenzio.

«Tre volte il fe’ girar con tutte l’acque, 

Alla quarta levar la poppa in suso

E la prora ire in giú, come altrui piacque…»

Trattengo Pikolo, è assolutamente necessario e urgente che ascolti, che comprenda questo «come altrui piacque»,prima che sia troppo tardi, domani lui o io possiamo essere morti, o non vederci mai piú, devo dirgli, spiegargli del Medioevo, del cosí umano e necessario e pure inaspettato anacronismo, e altro ancora, qualcosa di gigantesco che io stesso ho visto ora soltanto, nell’intuizione di un attimo, forse il perché del nostro destino, del nostro essere oggi qui…

Siamo oramai nella fila per la zuppa, in mezzo alla folla sordida e sbrindellata dei porta-zuppa degli altri Kommandos. I nuovi giunti ci si accalcano alle spalle. – Kraut und Rüben? – Kraut und Rüben. Si annunzia ufficialmente che oggi la zuppa è di cavoli e rape: – Choux et navets. – Káposzta és répak.

«Infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso».

Incancellabile, insopprimibile, invincibile

Anche Etty Hillesum, nel suo Diario 1941-1943, testimonia lo spiraglio vertiginoso di uno sguardo diverso quando scrive: 

“Ma cosa credete, che non veda il filo spinato, non veda i forni, non veda il dominio della morte? Sì, ma vedo anche uno spicchio di cielo, e questo spicchio di cielo ce l’ho nel cuore, e in questo spicchio di cielo che ho nel cuore io vedo libertà e bellezza. Non ci credete? Invece è così”.

Mentre Simone Weil, ne La persona e il sacro vede il riverbero di questo bene nel fondo della natura umana: qualcosa di incancellabile, di insopprimibile, anzi di invincibile (anche in tempo di guerra). Che lei chiama “sacro”. Scrive: 

“Dalla prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano”.

Se la guerra scatena il potenziale di malvagità e di male in ognuno di noi, i grandi scrittori ci testimoniano l’instancabile resurrezione del cuore che cerca una possibilità di bene.

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