Uno ti aspetta!

Dino Buzzati

Introduzione di Melkisedek

Tutta l’opera di Dino Buzzati è attraversata dal tema dell’attesa. Da ogni racconto, da ogni pagina, da ogni riga traspare una sorta di trepidazione. Tutti i personaggi attendono che si sveli qualcosa di grande, attendono una presenza luminosa e grande, capace di imprimere alla loro vita la svolta decisiva. Attendono i giovani, gli adulti e gli anziani, attendono i ricchi e i mendicanti, i sani e i moribondi, gli imperatori e i soldati, le mamme e gli esploratori. L’intera umanità sembra vivere affacciata alla finestra, scrutando senza sosta l’orizzonte, per scorgere un bene che prima o poi, in qualche forma, deve pur arrivare. In tanti racconti si parla di una porta: basterebbe aprirla per trovarsi in mondi sconosciuti e bellissimi, per essere veramente felici, circondati dagli affetti più veri, senza più paura di morire, liberi dall’angoscia del tempo che passa. È vero che questa porta, per Buzzati, non si apre mai, ma è vero anche che egli non smette di parlarne. Come a dire che l’intera sua esistenza di non credente è stata comunque segnata da una insopprimibile speranza. Egli è sempre rimasto sulla soglia, senza mai riuscire a varcarla, ma senza mai cadere nella disperazione. Non ha mai ceduto alla tentazione di dire che tutto finisce nel nulla.

Buzzati non era cattolico. A dire il vero, egli non si riteneva neppure credente. Però parlava del proprio «non credere» definendolo «soffertissimo». Un giorno scrisse anche una sorta di preghiera, che inizia con queste parole: «Dio che non esisti, ti prego…». Fino al termine della sua vita (Buzzati è morto di cancro nel 1972, all’età di 66 anni) egli non si accostò ai sacramenti. Era ricoverato a Milano, presso la clinica “Madonnina”. La suora che lo accudiva, sapendo che era ormai giunta la fine, entrò nella sua camera sperando che Buzzati chiedesse di potersi confessare. Il malato, tuttavia, non voleva compiere un gesto artefatto. Si rivolse comunque alla suora con l’usuale cortesia. Le disse: «Si avvicini pure, suor Beniamina. So perché è venuta, ma l’unica cosa che posso fare è baciare il suo Gesù». Prese tra le mani il crocifisso che pendeva dal collo della suora e lo portò alle labbra. Fu l’ultimo bacio della sua vita. 

Buzzati, dunque, anche nel momento supremo è rimasto sulla soglia, nel punto maggiormente sferzato dal vento, sull’esatto crinale della montagna, senza riuscire a scendere nei grandi prati abitati da Dio ma senza neppure sprofondare negli abissi rocciosi della negazione. Pur non trovando risposta compiuta alle sue domande più profonde, egli non ha voluto accodarsi alla schiera dei predicatori del nulla. Ha accettato di sopportare la vertigine dell’uomo che “sente” il mistero e non lo conosce. Ancora più profondamente, egli ha intuito che il grande mistero desidera incontrare l’uomo e farsi suo amico: non c’è solo l’uomo che desidera incontrare Dio, ma c’è anche Dio che desidera l’uomo, e lo insegue, lo corteggia, lo aspetta… 

L’attesa di Buzzati è la posizione umanamente più ragionevole. Altrimenti bisognerebbe affermare che l’uomo è fatto per una felicità che non esiste. Bisognerebbe cioè sostenere che il caso è stato talmente perfido da mettere nel cuore un desiderio infinito che non può essere soddisfatto in alcun modo. L’hanno fatto e lo fanno in tanti. Alcuni con accenti drammatici, altri con leggerezza, perfino con toni giocosi (il nichilismo gaio che caratterizza il nostro tempo). Chi smette di attendere, però, non potrà mai cogliere la grande Occasione, caso mai il cielo la volesse offrire. 

Ciò è vero anche per i cristiani, cioè per coloro che hanno già iniziato a conoscere il Mistero e stanno imparando a chiamarlo per nome. Perché Dio non è mai posseduto una volta per tutte. Egli continua a cercare l’uomo e chiede di essere cercato, per farsi conoscere di più, per donare gioie più grandi, per rendere l’amore più intenso. Come ha detto il grande santo Gregorio di Nissa: «Trovare Dio significa cercarlo senza sosta. Vedere Dio significa non saziarsi mai di desiderarlo». Così, se chi desidera un segno dal cielo può rinunciare, «deluso» e «infastidito» da quelle che sembrano «assurde insinuazioni», anche un credente può smettere di cercare, sbattere la porta e dimenticare tutto. E così spreca la vita.

Uno ti aspetta” di Dino Buzzati

In qualche lontana città che non conosci e dove forse non ti accadrà di andare mai, c’è uno che ti aspetta. In una antica angusta stradetta della sterminata città orientale, là dove si nascondono gli ultimi segreti della vita, giorno e notte resta aperta per te la porta del suo palazzo favoloso; il quale, a chi passi in fretta per la via, può sembrare una casa come tante; invece esso si addentra nel groviglio delle moschee e delle regge con una successione senza fine di sale immense, cortili e giardini. Ivi c’è il silenzio, l’ombra, la pace, e nobili cani giacciono accovacciati sul bordo delle fontane lasciandosi addormentare dal fruscio delle acque. Nei vestiboli gli altissimi schiavi neri dal volto benigno stanno immobili come statue di basalto; solo che si udisse da lungi il rumore del tuo passo, essi ti volerebbero incontro, non faresti neppure in tempo ad attraversare la prima sala che te li troveresti tutti davanti inginocchiati, ansiosi dei tuoi comandi. (E nel giardino più recondito, intorno alla vasca delle ninfee, le bellissime concubine nude!). Ma il rumore del tuo passo non si fa udire, e coi giorni i mesi, coi mesi gli anni passano così inutilmente. Tu stenti qui la vita, vai vestito di grigio, perdi già i capelli, i conti alla metà del mese sono penosi. Sei uno dei tanti. Di anno in anno ambizioni e speranze si rattrappiscono. Quando incontri le belle donne, non hai più neanche il coraggio di fissarle.

Ma laggiù, nella città di cui ignori il nome, un potente signore ti aspetta per toglierti ogni pena: per liberarti dalla fatica, dall’odio, dagli spaventi della notte. Non ci sarebbe bisogno di spiegazione, non avresti da pronunciare neppure il tuo nome, potresti arrivare anche vecchio, sudicio, impestato. Subito nei silenziosi cortili si ridesterebbe la vita, le lampade si accenderebbero sopra la tavola dei banchetti, udresti musiche e dolce canto di fanciulle.Quel giorno sarebbe festa e ugualmente il giorno successivo e il giorno dopo ancora, sempre letizia e festa in continuazione fino al tuo ultimo respiro. Ma tu, uomo, non sai. Continui qui a stentare la vita, ti intristisci, le prime rughe si sono formate sul volto, ti lasci ormai portare via dagli anni. 

In qualche lontana terra d’Oriente. Ma potrebbe darsi invece che sia molto più vicino. Forse il signore potente ti aspetta in una delle nostre città che tu conosci. A Napoli, per esempio, si spalancano sulle vecchie viuzze immensi portoni stemmati, scuri e taciturni, di là dai quali certo riposano segreti. Forse è uno di questi. Bisognerebbe che tu salissi lo scalone non lasciandoti impressionare dalla polvere, dalla sporcizia, dai topi, dagli scrostati muri. In cima c’è un uscio socchiuso. Spingilo. Entra. Con meraviglia vedrai qui scomparire l’abbandono, la povertà, la sporcizia, tutto ti apparirà allegro e lucente. «È arrivato! È arrivato» grideranno dalle profondità della dimora.

A Napoli, per esempio. Ma forse potrebbe essere più vicino ancora, a non più di cento chilometri, in una cittadina di provincia. Ci sono qui delle piazzette fuori mano dove i camion non passano: e ai lati sorgono certe anziane case piene di dignità con festoni di rampicanti. Pende, a fianco della porta, il tirante del campanello, il quale si ode risuonare di là dalla porta destando lunghi echi negli androni; allora si interrompe di sopra il suono del pianoforte e abbaia un cane. Ma tu non hai bisogno di tirare il campanello. Non appena avrai appoggiato una mano sul battente di legno verde, esso si aprirà cigolando. E ti appariranno in fondo al portico le aiole fiorite, udrai il ronzio delle vespe, una voce grave dalla penombra darà il benvenuto. E il padrone ti spiegherà che ti aspettava da lunghissimo tempo: per te la casa, la ragazza del pianoforte, l’usignolo notturno, altre risorse.

In un palazzotto di provincia. Ma può essere anche molto più vicino, veramente a due passi, tra le mura della tua stessa casa. Sulla scala, al terzo piano, hai mai notato, a destra del pianerottolo, quella porta senza campanello né etichetta? Qui forse, per agevolarti al massimo, ti attende colui che vorrebbe renderti felice: ma non ti può avvertire. Perciò prova, la prossima volta che ci passi davanti, prova a spingere l’uscio senza nome. Vedrai come cede. Dolcemente ruoterà sui cardini, un impulso irragionevole ti indurrà ad entrare, resterai sbalordito: ecco, nel cuore del casamento popolare, l’uno dietro l’altro in vertiginosa prospettiva, saloni principeschi. Sui tendaggi, sulle argenterie, sugli arazzi scorgerai incisi dei segni: le sigle del tuo nome oscuro. Ma tu non provi ad aprire, indifferente, ci passi davanti, su e giù per le scale mattina e sera, estate e inverno, quest’anno e l’anno prossimo, trascurando l’occasione… 

Tra le mura della tua stessa casa. Ma come escludere che sia ancora più vicino colui che ti vuol bene? Mentre tu leggi queste righe egli forse è di là dalla porta, bada, nella stanza accanto; se ne sta quieto ad aspettarti, non parla, non tossisce, non si muove, non fa nulla per richiamare l’attenzione. A te scoprirlo. Ma tu, uomo, non ti alzi nemmeno, non apri la porta, non accendi la luce, non guardi. Oppure, se vai, non lo vedi. Egli siede in un angolo, tenendo nella destra un piccolo scettro di cristallo, e ti sorride. Però tu non lo vedi. Deluso, spegni, sbatti la porta, torni di là, scuoti il capo infastidito da queste nostre assurde insinuazioni: fra poco avrai dimenticato tutto. E così sprechi la vita.

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