La favola della cannabis legale

Caterina Giojelli – Tempi

«Dite a Saviano, a Manconi ai 500 mila firmatari del referendum per la cannabis legale di andare farsi un giro nei reparti di psichiatria». Non è una battutaccia quella di José Berdini, responsabile delle Comunità Terapeutiche Pars nate nel 1990 nelle Marche: «Non vogliono entrare nelle comunità di recupero, vadano direttamente in ospedale. L’ultimo ragazzo col demone della doppia diagnosi (dipendenza e psicosi, ndr) lo abbiamo dovuto ricoverare in Emilia-Romagna: al Sud, dove vive, non si trovano più posti. Si facciano un esame di coscienza e due calcoli sui costi sanitari anche i giornali che predicano la tutela dei vulnerabili e poi spalleggiano i soloni dei ragionamenti leggeri come l’erba che vogliono vendere. E inizino a scriverla giusta: se la mafia è colpevole di spaccio di sostanze stupefacenti e lo Stato decide di arrogarsi questo mestiere lo si deve chiamare con il proprio nome, Stato spacciatore».

Le balle di Saviano sulla cannabis

Il referendum legalizza, lo Stato la passa, i ragazzi possono cadere nella dipendenza, da qui nella malattia psichica (o più prosaicamente, finiscono schiantati sull’asfalto), ingolfano le psichiatrie e la gente che fa? Firma perché il cerchio si chiuda, no? Facile come i like dati a Saviano che sul Corriere è riuscito a scrivere: «C’è anche un altro argomento che dovrebbe convincere gli scettici, e persino i proibizionisti: il bene dei giovani». Non frega niente a Saviano e follower se la tesi trita, ritrita del “legale non fa male, sconfigge le narcomafie, la criminalità organizzata, svuota le carceri, calano i consumi e la qualità è assicurata”, è stata ampiamente sconfessata.

Non frega niente dei numeri contenuti nelle relazioni annuali della Presidenza del Consiglio sulla tossicodipendenza in Italia, o dei dati della Polizia stradale sulla connessione fra uso di droga e incidentistica stradale. Non frega niente se nei tanto citati paradisi della canna libera il mercato illegale prospera con droghe ben più performanti; se da piante che naturalmente producono il 4-6 per cento di principio attivo si estrae oggi il 37-38 per cento di Thc; se il 95 per cento delle persone che in Italia sono in terapia per eroina e cocaina nei SerD hanno cominciato con la cannabis; se brucia il cervello dei giovani; se i consumi aumentano insieme ai morti lasciati sulla strada e a diminuire sono solo i controlli.

Le piantine di Manconi

Per gli alfieri della legalizzazione la cannabis libera è un bene, di più, è “voler bene”, e se proprio la balla non convince la si può sempre buttare in fanfaronata: suvvia, «nessun antiproibizionista serio ha mai affermato che “la cannabis non fa male”», ha scritto Luigi Manconi su Repubblica, invitando a non farla così drammatica dato che qui si tratta di permettere la coltivazione di quattro piantine di marijuana in casa che liberalizzano «l’espressione di uno stile di vita e un piacere desiderabile e sostanzialmente innocuo».

Non c’è nulla di vero. Non solo perché «”depenalizzare la condotta di coltivazione di qualsiasi sostanza”, come vogliono i promotori del referendum e come va ribadendo Alfredo Mantovano, rende lecita la coltivazione di qualsiasi tipo di sostanza incluse quelle comunemente definite “pesanti”», prosegue Berdini. O perché “eliminare la pena detentiva per qualsiasi condotta illecita relativa alla cannabis” non cambia nulla al coltivatore di piantine ad uso personale che difficilmente (grazie alle recenti pronunce della Cassazione) incorre in pene, bensì sdogana la coltivazione massiccia e la coltivazione di prodotti su scala industriale, come spiega bene Pietro Dubolino sullaVerità.

E lo chiamano “il bene dei giovani”

«Ci vuole una bella fantasia a chiamare tutto questo “bene per i giovani”, crescere una generazione di ragazzi autorizzati a cercare il sollievo dalle loro debolezze in sostanze, dalle “leggere” alle meno leggere, che li indeboliscono ulteriormente e nel tempo possono portarli a cadere nella dipendenza e nella malattia psichiatrica. Fatalista? No, realista. Non tenere presente questa deriva quando si scardinano le leggi significa avere in testa un impianto ideologico che si presenta come ludico ma in realtà è drammatico: al bisogno dell’uomo rispondo col sonnifero, al grido del giovane con la droga. E in un contesto come quello della pandemia, proporre un referendum che porta dritto ad aumentare i costi sanitari è una follia».

A 62 anni compiuti Berdini non ha più voglia di discutere con gente per il cui il tempo non è passato, gente che propina la menzogna del calo dei consumi negli Stati americani permissivi, «e dove invece i dati su incidenti stradali, attacchi di panico, ansia, malattie psichiche, abbandono scolastico sono tutti in assoluto e totale aumento. In Francia, Macron ha dichiarato guerra ai cannabinoidi dicendo che i ragazzi non studiano più e non hanno più voglia di vivere. Sentirci dire da Saviano che tutto ciò non esiste è aberrante. Nessuno sconfiggerà le narcomafie: durante i lockdown i consumi di droga sono aumentati, la gente è riuscita ad “attrezzarsi” con lo spacciatore, ed è semplicemente ridicolo affermare che introducendo un terzo attore, lo Stato, si possa frenare il consumo. No, con legalità non ci sarà meno criminalità: ci saranno più libri di Saviano, più costi sanitari, ci saranno più fornitori, per ogni giovane a cui “voler bene” ci sarà uno spacciatore in più, sia esso un Comune, un negozio, un privato cittadino con la sua terrazza, un criminale all’angolo della strada. Ma prima di tutto questo ci sarà un giovane che sfascerà se stesso, sfascerà la famiglia, la scuola, la parrocchia, l’ambito sportivo, tutto ciò che chiamiamo vita verrà dissacrato (e consumato) da questa permissività che si ritiene una panacea».

Non sarà una canna e basta

Non nasconde, Berdini, il dispiacere di ritrovare Manconi, «persona non priva di sensibilità», accodarsi allo sciocchezzaio sui vantaggi della piantina di marijuana legale, «le sue battaglie per l’ambiente rivelavano un’affezione per il creato da cui oggi sembra voler estinguere il primo grande fattore: la persona. Non mi scandalizza l’assenza di rispetto dei “legalizzatori” per il Creatore, mi addolora questo piantare bandiere e battaglie per difendere e sottrarre il creato dalle mafie da parte di menti “gentili” che pure arrivano ad infischiarsene, per non dire altro, delle persone. Dal narcisismo dell’uomo che si fa da solo al nichilismo dell’uomo che si distrugge da sé il viaggio è stato breve e il biglietto di sola andata».

Perché a monte del referendum e delle teorie di Saviano e delle piantine ornamentali di Manconi c’è un disegno perverso, «che parte da un discorso ideologico seminato un secolo fa – l’uomo si fa da sé e da sé decide il proprio destino – e finisce con la libertà di ammazzarsi. Cosa sono queste 500 mila firme raccolte in sette giorni se non i frutti di un’ideologia che ha attecchito nelle masse propinando questa libertà assoluta di fare del proprio io ciò che si vuole, libertà di fare, di “farsi”? Non sarà una canna e basta, si passerà a tutta la filiera, dall’erba fino al sex addition, l’America fa scuola. Madri genitori, padri, figli, fidanzate dovrebbero ribellarsi, e invece sono andati a firmare. E questo ci dice una cosa drammatica. La dice a noi – mi ci metto dentro anche io – che conosciamo il feroce corpo a corpo con la droga di uomini, donne e ragazzi che hanno creduto alla libertà di farsi, noi che proviamo ribrezzo per chi calcola gli interessi derivanti dalla legalizzazione sognando gli incassi milionari di stati come il Colorado. Dice che il nostro arretramento è ormai statuario, che non siamo stati capaci di metterci insieme per combattere quella che resta una lotta di civiltà. Ma dar battaglia a chi rivendica corpi e anime dei giovani per darli in pasto al demone del farsi, fare di sé ciò che si vuole fino a uccidersi, questo non può lasciare nessuno in pantofole a casa, questo dovrebbe scatenare ben altri banchetti, incontri, proposte di riforme, raccolte firme».

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