Orfanezza

Michele Lugli

Pier Paolo Pasolini è stato uno degli intellettuali italiani più controversi e in un certo senso profetici del secolo scorso. Poeta, regista, scrittore, giornalista… si dichiarava comunista ed era notoriamente omosessuale.

Ha vissuto a cavallo dei cambiamenti epocali che hanno portato l’Italia, fino ad allora popolare e contadina, dall’ideologia fascista al boom economico del dopoguerra, al consumismo, all’omologazione di massa, a quella “dittatura del pensiero unico” che lo stesso Pasolini ha condannato a più riprese, definendola “il fascismo degli anti fascisti”.

Giovanni Testori, in un articolo scritto per la sua morte illumina il punto incandescente che infiammò la sua vita. Qual è l’origine della sua ferita esistenziale? Testori la descrive senza nascondersi dietro le maschere dell’ideologia. 

Il problema è non aver compreso il senso della nascita. È la difficoltà ad accettare l’uscita dal grembo materno, il distacco, la separazione, la divisione dell’unità originale espressa in modo carnale e metafisico dalla vita pre-parto, nei nove mesi trascorsi nell’utero materno, nella simbiosi che nasce dalla fusione di due persone in un solo corpo… questo è il “paradiso perduto” che Pasolini ha cercato disperatamente di ritrovare, sentendosi orfano ed esule sulla terra. 

Non è difficile comprenderlo: se la nascita non è concepita come rapporto con il Mistero che chiama alla vita, se non si riconosce che venire al mondo significa essere voluti, allora l’esistenza annega nella solitudine.

Questo sentirsi incompleto – afferma Testori – spingeva Pasolini a ricercare un punto in cui ritrovare il sollievo momentaneo di una apparente unità ritrovata. Erano note a tutti le sue frequentazioni serali nel mondo omosessuale. Cosa lo spingeva a cercare questi incontri? – si domanda Testori – il tentativo di colmare l’incompletezza e la solitudine che sperimentava. 

La morte l’ha raggiunto dopo l’ennesima avventura notturna. Il suo corpo, barbaramente ucciso, è stato ritrovato all’idroscalo di Ostia. Sebbene la dinamica dell’omicidio non sia stata mai chiarita.

La ferita di Pasolini è anche la nostra. Se la vita non è compresa come rapporto con il Mistero buono che ci chiama alla vita, ci sentiremo sempre soli, intimoriti, offesi dal mondo; sempre alla ricerca dell’utero materno caldo e morbido che ci consola, dove nulla ci disturba o contraddice, e dove ogni desiderio trovava compimento immediato, senza attesa, lavoro, sacrificio, frustrazione.

Da questo senso di “orfanezza” che ci portiamo dentro nasce la fuga verso momenti di evasione in cui trovare un attimo di riposo nel dramma della vita. Momenti in cui si vive l’ebrezza illusoria del farsi da sé. Dove si riduce il desiderio alla misura dell’obbiettivo che di volta in volta ci si pone come meta da raggiungere.

L’inganno si mantiene solo censurando l’evidenza che si tratta di momenti di euforia passeggeri. Di fronte alla voragine di vuoto che torna ad aprirsi in noi ci consoliamo coltivando l’illusione che la nuova meta sarà quella definitiva. Invece il desiderio consuma velocemente qualsiasi novità e la ferita, implacabile, si riaccende. 

L’errore non sta nel desiderio, bensì nella direzione in cui lo dirigiamo. Perché la meta del nostro viaggio non è il ritorno nell’utero materno, ma l’incontro con il Padre che ci ha lanciati nel mondo e che abbraccia tutto e tutti. Lui ci conosce uno per uno, ci accompagna, ci consola e ci corregge. La solitudine è vinta non da qualcosa che sta fuori di noi, ma da qualcuno che vive dentro di noi. Alla radice del nostro essere c’è la sua compagnia che ci da luce per riconoscere il cammino e forza per affrontarlo. Questo abbraccio in cui l’essere fatti e l’essere amati coincidono ci permette di rinascere ogni giorno. 

Non serve moltiplicare gli incontri quindi per risolvere l’inquietudine misteriosa del nostro cuore, ma domandare la grazia di un incontro diverso: una faccia umana che porti in sé un divino nascosto, un volto che sia possibile seguire e che diventi strada per scoprire il volto paterno del mistero che illumina anche il mistero della nostra vita.

Pasolini, lo aveva intuito: «Manca sempre qualcosa, c’è un vuoto in ogni mio intuire. Ed è volgare, questo non essere completo, è volgare, mai fui così volgare come in questa ansia, questo “non avere Cristo” – una faccia che sia strumento di un lavoro non tutto perduto nel puro intuire in solitudine».

Una faccia da seguire in quella “via crucis della pazienza” , di cui parla Testori alla fine del suo testo, che non è un cammino di mortificazione, ma un cammino che porta alla nascita… sono le doglie del parto prima di vedere la luce.


A rischio della vita

di Giovanni Testori

“L’Espresso” 9 novembre 1975

Sull’atroce morte di Pasolini s’è scritto tutto; ma sulle ragioni per cui egli non ha potuto non andarle incontro, penso quasi nulla. Cosa lo spingeva, la sera o la notte, a volere e a cercare quegli incontri?

La risposta è complessa, ma può agglomerarsi, credo, in un solo nodo e in un solo nome: la coscienza e l’angoscia dell’essere diviso, dell’essere soltanto una parte di un’unità che, dal momento del concepimento, non è più esistita; insomma, la coscienza e l’angoscia dell’essere nati e della solitudine che fatalmente ne deriva.

La solitudine, questa cagna orrenda e famelica che ci portiamo addosso da quando diventiamo cellula individua e vivente e che pare privilegiare coloro che, con un aggettivo turpe e razzista, si ha l’abitudine di chiamare “diversi”.

Allora, quando il lavoro è finito (e, magari, sembra averci ammazzati per non lasciarci più spazio altro che per il sonno e magari neppure per quello); quando ci si alza dai tavoli delle cene perché gli amici non bastano più; quando non basta più nemmeno la figura della madre (con cui, magari, s’è ingaggiata, scientemente o incoscientemente, una silenziosa lotta o intrico d’odio e d’amore) e si resta lì, soli, prigionieri senza scampo, dentro la notte che è negra come il grembo da cui veniamo e come il nulla verso cui andiamo, comincia a crescere dentro di noi un bisogno infinito e disperante di trovare un appoggio, un riscontro; di trovare un “qualcuno”; quel “qualcuno” che ci illuda, fosse pure per un solo momento, di poter distruggere e annientare quella solitudine; di poter ricomporre quell’unità lacerata e perduta.

Gli occhi, quegli occhi; la bocca, quella bocca; i capelli, quei capelli; il corpo, quel corpo; e l’inesprimibile ardore che ogni essere giovane sprigiona da sé, come se in esso la coscienza di quella divisione non fosse ancora avvenuta, come se lui, proprio lui, fosse l’altra parte che da sempre ci è mancata e ci manca.

Mettere di fronte a queste disperate possibilità e a queste disperate speranze il pericolo, fosse pure quello della morte, non ha senso. Io penso che non s’abbia neppure il tempo per fare di questi miseri calcoli; tanto violento è il bisogno di riempire quel vuoto e di saldare o almeno fasciare quella ferita. Del resto, chi potrebbe segnalarci che dentro quegli occhi, dentro quella bocca, quei capelli e quel corpo, si nasconde un assassino? Nella mutezza del cosmo queste segnalazioni non arrivano; e anche se arrivassero, torno a ripetere che quell’angoscia risulterebbe ancora più forte e ci vieterebbe d’intendere. Si parte; e non si sa dove s’arriva. Per sere e sere, una volta avvenuto l’incontro, l’illusione riprecipita in se stessa. Ma nella liberazione fisica s’è ottenuta una sorta di momentanea requie: o pausa; o riposo. La sera seguente tutto riprende; giusto come riprende il buio della notte. E così gli anni passano.

La distanza dal punto in cui l’unità perduta è diventata coscienza si fa sempre maggiore, mentre sempre minore diventa quella che ci separa dal reingresso finale nella “nientità” delle sue implacabili interrogazioni. Le ombre, allora, s’allungano; più difficile si rende la possibilità che quell’incontro infinite volte cercato, finalmente si verifichi; più difficile, ma non meno febbricitante e divorante.

La vicinanza della morte chiama ancora più vita; e questo più o troppo di vita che cerchiamo fuori di noi, in quegli incontri, in quegli occhi, in quelle labbra, non fa altro che avvicinare ulteriormente la fine. Così chi ha voluto veramente e totalmente la vita può trovarsi più presto degli altri dentro le mani stesse della morte che ne farà strazio e ludibrio.

A meno che il dolore non insegni la “via crucis” della pazienza. Ma è una cosa che il nostro tempo concede? E a prezzo di quali sacrifici, di quali attese o di quali terribili e sanguinanti trasformazioni o assunzione di quegli occhi e di quelle labbra?

2 Replies to “Orfanezza”

  1. Mi ha colpita tantissimo questa frase: La solitudine è vinta non da qualcosa che sta fuori di noi, ma da qualcuno che vive dentro di noi.
    Come è ben scritto anche nell’articolo cerchiamo disperatamente di vincere i momenti di vuoto e solitudine riempiendo le nostre giornate; fatica inutile, proprio perché sono momenti che passano, e non appena termina “l’evento” il vuoto torna, sempre più esteso, andando a creare un circolo vizioso sempre più grande.
    Noi siamo Figli, dipendenti da un Padre che però ci lascia liberi; liberi di seguirlo e seguire i suoi insegnamenti, libero di ignorarlo e di perderci nel mondo. Proprio come i genitori terreni con i propri figli.
    Proprio per come siamo stati concepiti l’uomo non può stare solo (tant’è che Dio ha messo accanto all’uomo una donna); spesso le distrazioni terrene sono tante, le tentazioni ancora di più. E per non perdere di vista la strada, il Padre che ci ama e non vuole perderci, ci ha messo dentro una grande Compagnia, una grande famiglia, dove ognuno aiuta l’altro come può, come sa fare e con i mezzi che ha.
    Forse a volte è scontato questo concetto di Compagnia, che mi piace pensarla come una grandissima carovana in viaggio verso Dio; dove siamo a volte felici, a volte contenti, a volte stanchi, o anche scoraggiati. Ma dove nessuno molla, anche nei momenti più bui, perché si ha la certezza di non essere soli, di essere svegliati quando ci addormentiamo, e di essere scossi quando serve, per non perdere di vista la meta e di arrivarci insieme.
    Ma è tutt’altro che scontato, e si vede dal diverso modo di vivere delle persone (ne ho alcuni esempi in questo periodo abbastanza vicini) … con dei Compagni di viaggio, anche in una situazione difficile, non c’è disperazione, ma Speranza. Un Speranza che si autoalimenta e va a creare un circolo virtuoso.
    E quello che si genera è talmente bello che non si va più alla ricerca di un qualcosa di effimero, perché quel qualcosa sappiamo che svanisce, che è destinato ad avere una fine, e che non ci soddisferebbe.
    Mentre quello di cui noi abbiamo bisogno è un amore Infinito, che non può essere soddisfatto certamente da un qualcosa di terreno; quell’ Amore infinito che abita in noi da sempre.
    Quell’ Amore che scopriamo di avere grazie alla Compagnia dentro cui veniamo messi che ci apre finalmente gli occhi.
    E’ questo il momento in cui la nostra vita cambierà per sempre e la solitudine sarà vinta

  2. Questo brano contiene delle riflessioni molto interessanti intorno a due parole a me molto care: solitudine e nostalgia.
    La nostalgia è quel sentimento tendente al malinconico, quella mancanza di qualcosa che avverti lontano ma di cui senti il bisogno  e che spesso ti porta a sentirti solo e vuoto.
    Mesi fa mentre leggevo la Bibbia mi sono soffermata a riflettere su un episodio della Genesi: Adamo ed Eva e il frutto proibito.
    Adamo ed Eva, dopo aver mangiato il frutto preso dall’albero della conoscenza del bene e del male, si accorsero che erano “nudi”.
    Questa parola “nudo” contiene in sé anche altri significati nascosti, ed evoca secondo me anche un  sentimento di mancanza.
    “Nudo” inteso, non solo come spogliato degli abiti, ma anche spogliato di una protezione.
    Adamo ed Eva non solo “si accorsero” ma si “sentirono nudi”: fragili, disorientati, soli.
    Si sentirono persi e senza protezione perché si stavano staccando da Dio.
    Ed è così che è subentrata in loro la morte, non intesa solamente come una morte fisica, ma anche come morte dello spirito..
    La morte dello spirito è il vuoto interiore, l’aridita, l’assenza di emozioni, è la non vita.
    Ed è quello che noi, in tanti momenti della nostra vita sentiamo, quella solitudine, quella mancanza di qualcosa che brucia dentro ma che non sappiamo spiegare.
    Allora quel “qualcosa” che può riempire quel vuoto,  lo andiamo a cercare nelle “cose del mondo” nutrendoci di falsi bisogni e inutili desideri e facendo questo amplifichiamo solamente il nostro bisogno insoddisfatto.
    Finché non capiamo che quel sentimento di nostalgia che sentiamo è dovuto solamente ad  un disperato bisogno di Dio. Ed è Lui che ce l’ha messo dentro, proprio perché non ci dimenticassimo di Lui e di quel paradiso perduto.
    Solo ritornando al Padre possiamo veramente sperimentare una vita piena,
    ed è bello poter dire:
    “Di che è mancanza questa mancanza, cuore, che ad un tratto ne sei pieno?”(M. Luzi)

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