Pensieri e Parola

Costanza Miriano – Il Timone

Tempo fa riordinando vecchi, vecchissimi ritagli di giornale, mi è capitata per le mani una prima pagina del Corriere della sera che dava notizia dell’assassinio di John Lennon, sobriamente, in un trafiletto a fondo pagina. Oggi sarebbe l’apertura di dieci edizioni straordinarie, e un gigantesco CIAO JOHN campeggerebbe su tutte le prime, dopodiché si darebbe avvio al processo di beatificazione. Non è che prima fossimo migliori – l’animo umano è sempre quello – è che oggi comunicare è più facile, più veloce, le voci sono tantissime e per attirare l’attenzione, semplicemente, bisogna gridare più alto.

Sto maturando il proposito, dunque, di usare le parole con più cura, e perciò non dirò che è un’emergenza, ma di sicuro se c’è una questione a tema per me è quella del discernimento. Perché, come scrivevo due righe più su, siamo continuamente aggrediti da voci e notizie e immagini e parole e suoni, ed è importante che vigiliamo continuamente su di noi e su ciò a cui diamo il permesso di entrarci dentro, prenderci tempo ed energie intellettuali ed emotive. Non perché qualcuno o qualcosa grida di più, significa che lo dobbiamo necessariamente ascoltare.

Vigilare sui pensieri e le parole (perché poi diventino azioni) è una custodia continua, un lavoro eroico, direi. Questo mi serve, questo non mi serve; a questa richiesta devo dare ascolto, all’altra non posso; questo fa del bene, quello fa del male; quello è importante, questo è urgente (non sempre le due cose coincidono, però le cose importanti vanno considerate, anche quando possono aspettare).

Mi è capitato di andare a intervistare una monaca che è in clausura da 75 anni. Quando si è fatta monaca, negli anni ’40, la Bibbia non era a disposizione di tutti, le traduzioni in italiano erano poco diffuse, la lettura tra i laici rarissima e scoraggiata, e le monache potevano leggere solo alcuni brani, con il permesso del padre spirituale. Dopo il Concilio Vaticano II la Chiesa ha ribaltato queste disposizioni, e suor Benedetta mi ha raccontato piangendo la sua gioia quando ha ricevette in regalo (il monastero era troppo povero per poterla comprare) una Bibbia, e addirittura una per ciascuna per tutte le sorelle. Dopo cinquanta anni ancora la accarezza e la bacia commossa, e mi ha raccontato il segreto della sua gioia. “Ogni giorno prendo una Parola, e come una formichina porto quel chicco, quella parola, nel granaio del mio cuore. Poi per tutto il giorno me la mangio, un pezzettino alla volta. Siccome può succedere che me la dimentichi, o mi distragga, me la scrivo su un foglietto e lo tiro fuori dalla tasca, di tanto in tanto. Così impasto la mia vita con quel grano”.

L’ha letta e riletta più volte, avidamente, e soprattutto la vive. Il mio pensiero corre alle mie Bibbie impolverate, e a tutte le parole vuote e inutili a cui do il permesso di rubarmi tempo, solo perché gridano più forte, brillano di più, mi solleticano la curiosità con le foto e con storie che magari mi permettono di sentirmi superiore moralmente. Sì, va beh, uno può anche criticare David che manda a morire Uria per prendersi Betsabea, ma non è proprio freschissimo come gossip.