Per fortuna la salvezza non è uno sforzo della mente, ma ha un volto e braccia

Giarcarlo Cesana – Tempi

Non intendo svalutare la psicologia. Sono medico e anche specialista nel campo. Ho fatto lo psicoterapeuta per diversi anni. Conosco l’utilità e l’indispensabilità della psicologia in molti casi più o meno patologici. Ma ne conosco anche le insufficienze, soprattutto quando è applicata, in genere con molta approssimazione e incerta consapevolezza, a problematiche e situazioni che non le competono.

L’approccio psicologico si è notevolmente diffuso come modalità di affronto del disagio e delle difficoltà esistenziali, che di solito sono reali e non esito di pensiero e affettività alterati, per quanto pensiero e affettività siano messi alla prova. Per esempio, il lutto, la solitudine, le abitudini di vita nocive sono facilmente considerate alla stregua di cause ed espressioni di disordine mentale. Vedi il manuale diagnostico dei disordini mentali (Dsm). Non si chiama più il prete, ma lo o la psicologa, che conforti e risollevi.

Mi è capitato di partecipare a una riunione con un nutrito gruppo di psicologi, che erano per l’appunto in stragrande maggioranza psicologhe, le quali riferivano di essere non infrequentemente coinvolte nell’affronto del lutto. Ho chiesto loro: «Se non credete alla resurrezione, cosa dite a chi è morta una persona cara, un amico, un parente o addirittura un figlio?». Non ho avuto risposte convincenti, che mi sembrassero migliori di quelle di un prete.

Verità e libertà

Il parere dello psicologo, o psicologico, perché dato anche da chi psicologo non è, è diffuso e popolare, come centrale è l’attenzione pressoché esclusiva alla soggettività, ai suoi pensieri e ai suoi sentimenti. Come se si trattasse di aggiustare l’io in modo che regga a ciò che fa male senza che questo venga rimediato o messo in discussione.

Mi sono sgolato e molto ho scritto in libri e articoli su quello che è, non solo a mio parere, il dramma dell’educazione: i frequenti insuccessi di genitori e insegnanti, che si sentono impotenti. Qui la psicologia, professionale, o appresa per sentito dire, domina. La diagnosi di Adhd, acronimo inglese che sta per disturbo da deficit di attenzione e iperattività (attention-deficit/hyperactivity disorder), inizialmente individuato nei bambini irrequieti e incapaci di concentrazione, ora esteso anche agli adulti, è in forte ascesa. E insieme ascende fortemente l’uso degli psicofarmaci e il ricorso agli psicologi, nonostante gli effetti terapeutici siano altrettanto fortemente discussi. Così si giustifica, con un atteggiamento alquanto superficiale, la trascuratezza di un impegno serio da parte dell’educatore e dell’educando con le due dimensioni, che tradizionalmente esprimono lo sviluppo della personalità, libertà e verità. L’una è fatta, cioè si realizza, per l’altra.

Il successo del cammino educativo è in questa corrispondenza: che la libertà riconosca la verità e la segua; che la verità sia amore al destino dell’altro, cioè al compimento della sua libertà.

Un fatto, ancora oggi

La vita può essere colpita da patologia, ma non è in sé una patologia; se mai è un’impresa, o addirittura una guerra, che chiede energia (libertà) e giudizio (verità). Non basta l’azione sul solo pensiero. È necessaria un’interazione con la realtà, una verifica della posizione umana. Non si può essere felici a prescindere da quello che succede intorno. La felicità non è uno sforzo della mente. O non solo.

Il Natale ci ricorda e ci richiama il valore e il senso dell’evento storico di Cristo. Il “volantone di Natale” di Comunione e Liberazione 2025 mostra la Grotta del latte di Betlemme e afferma che «questo luogo c’è». Commenta Luigi Giussani:

«Il Natale è la buona notizia che questo luogo c’è, non nel cielo di un sogno, ma nella terra di una realtà carnale».

Cristo non è una favola o un mito, è un fatto avvenuto duemila anni fa e che pretende di avvenire, di essere presente, ancora oggi. Presente come? Attraverso l’unità, la comunione, l’amore reciproco, l’amicizia di coloro che lo seguono. Queste sono persone in carne ed ossa, visibili e contattabili singolarmente e nel loro essere invincibilmente insieme. Insieme, nonostante la diversità di opinioni, i limiti, gli sbagli, i tradimenti e le infedeltà. È così strano e imprevedibile questo essere insieme che sembra impossibile. Impossibile all’uomo, ma possibile a Dio, il mistero che fonda la comunità dei cristiani, la quale si manifesta come un altro mondo in questo mondo.

Ci si deve interrogare a riguardo della scarsa considerazione sulla storicità dell’evento cristiano, che è la persona di Cristo e la sua Chiesa, corpo misterioso con cui Cristo si avvicina a noi oggi. Si parla e si predica Cristo come se non avesse un volto, un corpo, come se la certezza della sua esistenza dipendesse da una nostra validazione pensosa. È come se dovessimo obbligarci ad essere contenti e fiduciosi che Dio ci ama e vuole il nostro bene, nonostante tutto. Il richiamo alla positività della vita, che è tale proprio perché voluta e data da Dio, è giusto e fondamentale, ma non nonostante tutto, nonostante il male, come se noi fossimo abbandonati a noi stessi e alle nostre forze. Cristo è venuto per salvarci dal male. La vita cristiana non è riducibile a un grande sforzo psicologico di superamento di quello che non va; una disposizione ad affermare in ogni modo il positivo, con facce felici, canti e balli. Si rischia così di fermarsi sulle sciocchezze che compiacciono, sulle piccole felicità dei sentimenti o delle corrispondenze, che non si sa da dove vengono e dove vanno, ma che ci ha mandato evidentemente Gesù, che ci ha dato la vita e tutto quello che è bene e niente di ciò che è male. Anzi il male in fondo non esiste, soprattutto in noi.

Tutto comincia dal Suo corpo

La realtà così è di fatto negata, nella sua concretezza meravigliosa, ma anche ambigua e a volte feroce. È negata in ciò che ha di grande, che si capisce proprio se confrontato con il piccolo. È negata come oggetto di giudizio, di ciò che è bene e ciò che è male. È annegata in una grande confusione in cui nulla si distingue. Come diceva Charles Péguy, non c’è temporale (storia) nell’eterno e nulla del temporale conduce all’eterno. La tentazione dei religiosi, preti o laici che siano, è di astenersi da un giudizio storico, inevitabilmente coinvolgente e responsabile, perché il problema è sempre un altro, etereo, di un altro mondo che non c’entra con questo mondo. Invece, come ho accennato sopra, il cristianesimo è un altro mondo che è entrato in questo mondo. Riprendendo una frase di Calvino, riconoscere nell’inferno della vita ciò che inferno non è, in ciò l’avvicinamento al paradiso, che altrimenti è solo un sogno. Come commenta Giussani nel volantone di Natale dello scorso anno,

«il Destino nostro si è reso Presenza. Ma Presenza come padre, madre, fratello, amico, come – mentre stavamo camminando – un compagno improvviso di cammino. Un compagno di cammino: Emmanuele, il Dio con noi! È accaduto questo!».

Tutto comincia dal corpo di Cristo – «la verità invece è Cristo», dice san Paolo – che oggi fisicamente è nell’unità di coloro che lo seguono come amicizia per il destino (mi sembra la definizione più chiara dell’amore). Il corpo misterioso di Cristo, il fondamento della realtà, di ciò che vale in mezzo a tutto ciò che non vale, perché invaso dal veleno del peccato e per questo divenuto male da correggere, da riportare al bene. Abbiamo bisogno di salvezza, non di una convinzione psicologica, ma di qualcuno che ci salvi, con un volto e con le braccia. Gesù è andato in cielo, ma ci ha lasciato la sua comunità, la sua Chiesa, come sponda per sostenere la vita.